Un territorio ancora ostile. Il mondo del calcio ce la mette tutta per ripulirsi da ogni incrostazione di machismo, abusi sessuali e discriminazioni di genere. Ma per il momento vanno computate soprattutto le battaglie perse e il susseguirsi di episodi da cui vengono messaggi di arretramento anziché di progresso. Con la Fifa dell’avvocato Gianni Infantino che interviene perennemente in ritardo e lancia segnali contraddittori.

Se giunti negli anni Venti del ventunesimo secolo il calcio continua a essere un’enclave delle forme più becere di machismo e misoginia, l’organismo che lo governa sul piano internazionale ha delle colpe indiscutibili. Che possono essere spiegate attraverso l’illustrazione di tre distinte scene.

Scena numero 1

Dal Gabon giunge notizia dell’ultimo caso che precipita il calcio nel girone dell’infamia. E a denunciarlo è come sempre il quotidiano inglese The Guardian grazie a una serie di articoli firmati dal suo redattore Ed Aarons e soprattutto dal francese Romain Molina, uno fra i più abili giornalisti d’inchiesta in circolazione. Lo scorso 16 dicembre viene pubblicato un articolo in cui si denuncia che Patrick Assoumou Eyi, ex selezionatore della nazionale Under 17 gabonese, avrebbe abusato sessualmente di un centinaio di ragazzi nel corso degli anni.

Soprannominato “Capello”, Eyi non è più alla guida della nazionale giovanile dal 2017 ma fin lì ha mantenuto incarichi importanti nel mondo del calcio nazionale. Ha ricoperto i ruoli di direttore tecnico della Ligue de l’Estuaire (il principale campionato nazionale) e di segretario dell’associazione nazionale degli allenatori. Dal primo ruolo è stato immediatamente sospeso dopo la pubblicazione dell’articolo di Aarons e Molina, al quale ha risposto affermando di essere vittima di maldicenze e invidie.

La federcalcio gabonese (Fegafoot) apre un’inchiesta, ma questa non fa in tempo a muovere i primi passi che Eyi viene arrestato. L’infamia sarebbe già più che abbastanza, se non fosse che ancora non è tutto. Perché pochi giorni dopo finisce nel fango anche Serge Mombo, presidente della stessa Ligue de l’Estuaire rieletto giusto lo scorso giugno. Le accuse che gli vengono rivolte sono le medesime: avere abusato di diversi giovani calciatori, con l’aggravante di avere usato la prospettiva della convocazione nelle squadre nazionali come arma di adescamento. La linea difensiva usata pubblicamente da Mombo è la stessa di “Capello”: invidia, maldicenze, inimicizie. A ogni modo, alla Fifa tocca muoversi e affidare al proprio comitato etico indipendente l’incarico di avviare un’investigazione. L’ennesima.

La vicenda gabonese, infatti, non è la prima portata alla luce dalle inchieste giornalistiche. Nel 2018 era emersa quella delle calciatrici abusate in Afghanistan. Paese dove le donne non possono più giocare a pallone dopo la ricostituzione del regime talebano. In compenso, quando potevano giocare, rischiavano di essere abusate dal presidente federale Keramuudin Karim, che per questo è stato radiato dalla Fifa nel 2019.

E a novembre 2020 la stessa sorte è toccata all’ex presidente della federcalcio di Haiti, Yves Jean-Bart, i cui abusi sulle calciatrici che albergavano in un convitto della federazione sono stati denunciati ancora una volta da Aarons, Molina e dal giornalista italiano Alez Cizmic. Le altre tappe recenti di questo tour globale dello squallore machista si sono registrate nella federcalcio delle Isole Mauritius, dove un telefono mobile nascosto e in fase di registrazione è stato scoperto nei bagni femminili, e in Mongolia, dove l’allenatore della nazionale under 15 femminile Uchralsaikhan Buuveibaatar è stato sospeso dalla Fifa con l’accusa di avere molestato e abusato sessualmente le ragazze della sua squadra.

Scena numero 2

(AP)

Dimissionario a furor di popolo due anni fa, pronto a ricandidarsi adesso. Mai al mondo ci si sarebbe aspettati che Carlos Cordeiro avesse la faccia tosta di tornare a correre per la presidenza della federcalcio statunitense (U.S. Soccer), in vista del voto che si terrà a Atlanta nel prossimo mese di marzo.

E invece l’impensabile sta per succedere. Cordeiro si appresta a contendere la massima carica del calcio statunitense (una poltrona con vista sul mondiale extralarge, il primo a 48 squadre, che nel 2026 gli Usa ospiteranno in cooperazione con Canada e Messico) a Cindy Parlow Cone, che due anni fa era la sua vice e ne ha rilevato la carica causa dimissioni.

Ma cosa è successo due anni fa? Presto detto. Cordeiro si trovava in carica già da due anni quando gli è toccato affrontare le rivendicazioni avanzate dalle calciatrici della nazionale in materia di parità salariale. Una rivendicazione legittima in assoluto, ma che nello specifico trovava forza persino maggiore nel fatto che la nazionale femminile Usa è la squadra più vincente nella storia del calcio. E allora perché le sue calciatrici dovrebbe essere pagate di meno rispetto ai colleghi della nazionale maschile, che per di più quel palmarés non lo metterebbero insieme nemmeno entro un altro paio di secoli?

Per parare queste pretese salariali delle calciatrici, la federcalcio Usa ha presentato in sede di giudizio legale un’argomentazione pseudo-scientifica che già trent’anni fa avrebbe destato scandalo. Vi si sosteneva che lo scarto, sfavorevole alle calciatrici rispetto ai colleghi, relativamente a qualità della prestazione per forza e velocità giustificherebbe un trattamento salariale inferiore per le ragazze della nazionale Usa. Il bello è che questa argomentazione è stata preceduta dalla formula «non è uno stereotipo sessista sostenere che...».

La bufera che ne è seguita ha travolto Cordeiro, le cui dimissioni sono state chieste a gran voce dagli sponsor della federazione (con la Coca-Cola in prima linea). Il presidente ha tentato almeno di salvare la faccia, sostenendo di avere approvato la presentazione di quel documento senza averlo revisionato. Una toppa peggiore del buco. Nonostante ciò, adesso si ripresenta per riprendersi ciò che era suo.

Scena numero 3

Le calciatrici degli Stati Uniti festeggiano la vittoria del mondiale nel 2019 (AP)

La notizia della ricandidatura di Cordeiro ha scatenato Megane Rapinoe. Che è una delle calciatrici più rappresentative della nazionale Usa, e che riferendosi al ri-candidato ha parlato di “caveman levels of misoginy” (gradi di misoginia da cavernicolo). Ma nonostante ciò un soggetto così screditato prende l’iniziativa di mettersi in corsa per una carica che aveva dovuto lasciare nell’ignominia. Come mai succede tutto questo?

Un indizio significativo viene dal fatto che, nel mezzo di questo biennio trascorso dopo le dimissioni dalla carica di presidente di U.S. Soccer, Cordeiro è stato cooptato in Fifa con l’incarico di senior advisor on global strategy and governance. Un incarico tanto pomposo nell’etichetta quanto vago nei contenuti. Soprattutto, un incarico voluto nel 2021 da Infantino. Che così ha rimesso in gioco Cordeiro infischiandosene del discredito da cui era stato travolto soltanto un anno prima.

Ma come mai il presidente Fifa ha deciso di mettere al proprio fianco un personaggio di così scarsa popolarità? Ipotizziamo: magari perché Cordeiro è un potente membro di Goldman Sachs. Un alleato che è bene avere in squadra, durante una fase storica che vede il presidente Fifa spasmodicamente impegnato a promuovere l’idea del mondiale biennale e a trovare finanziatori che consentano la pioggia di denaro necessaria a tacitare l’opposizione delle confederazioni continentali e dei club.

E allora ci può anche stare che si chiuda un occhio sulla figura da caveman rimediata da Cordeiro due anni addietro. E gli si dà il via libera per ricandidarsi. In contrapposizione a una donna.

Tutto ciò succede mentre si ingrassa un curriculum Fifa poco edificante in materia di repressione dei casi di abusi sessuali e discriminazioni di genere. Che hanno visto la confederazione mondiale del calcio muoversi sempre in ritardo, male e dando l’impressione di colpire severamente soltanto chi ormai era proprio indifendibile. Il calcio ha certamente smesso di essere uno sport “non per signorine”. Il potere calcistico, invece, rimane una riserva maschile incapace di evolvere.

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