La ministra indagata presto potrebbe essere anche fallita. La procura ha presentato un’istanza di fallimento della Ki Group, la società di cui ministra del Turismo Daniela Santanchè è socia e da lei difesa in Senato solo poche settimane fa. I conti hanno smentito la bontà del lavoro imprenditoriale vantato da Santanchè di fronte ai parlamentari, e soprattutto l’affermazione declamata in aula che tutto si sarebbe risolto.

La questione, se l’intervento a Palazzo Madama e la mozione di sfiducia votata da tutte le opposizioni (tranne Italia viva e Azione) non fossero bastati, si fa sempre più politica. Ieri M5s, Pd e Avs hanno ribadito ancora la richiesta: dimissioni. «Ha mentito al Senato. Due volte. E due sono le ragioni per cui la ministra Santanchè deve dimettersi: la mancanza di rispetto verso le istituzioni che è alla base di ogni incarico pubblico. E l’inganno dei lavoratori, l’offesa più grande», ha commentato la capogruppo del Pd Chiara Braga.

Nella maggioranza, la frase che viene ripetuta in attesa di capire le evoluzioni giudiziarie è «deciderà Giorgia Meloni», la presidente del Consiglio. Ieri la ministra non ha commentato, si è limitata a fare gli auguri al ristorante don Alfonso all’evento Agrifood future e si prepara a partecipare alla festa del partito del 23 e 24 settembre per festeggiare l’anno di governo.

Frode

Nel documento che Domani ha potuto leggere, i pm Luigi Muzzi e Maria Giuseppina Gravina «concludono rilevando la manifesta inattitudine del piano proposto dalla ricorrente e la non fattibilità dello stesso con riguardo alle garanzie offerte per assicurare la liquidazione». Con un esplicito riferimento alla frode, visto che sarebbe stato fatto «in palese danno e in frode ai creditori con conseguente pregiudizio, aggravato, inoltre, dalla mancata comunicazione agli organi della procedura di importanti informazioni» sia «con riguardo alle integrazioni richieste dal Tribunale sia con riguardo alle reali condizioni attinenti lo stato di salute economico-finanziario della società Bioera Spa».

Nel momento in cui gli ex dipendenti hanno presentato istanza di fallimento, la società ha risposto col concordato semplificato, lo strumento con il quale si blocca il fallimento, prevedendo che la continuità della Ki Group Srl dovesse essere garantita da Bioera.

Quest’ultima avrebbe dovuto mettere in campo un intervento finanziario da più di 1,5 milioni. Per la procura, era impossibile: «Ad avviso degli scriventi – si legge -, il piano proposto dalla società ricorrente, tramite la promessa di impegno economico presentata da Bioera Spa, società in evidente stato di insolvenza, non permette il raggiungimento dello scopo».

Gli ex dipendenti

Report prima dell’estate ha raccontato come, mentre alcuni dipendenti ancora oggi non hanno ricevuto il Tfr dopo essere stati licenziati, e fornitori sono falliti per i mancati pagamenti, «sia Santanchè sia Canio Mazzaro (l’ex compagno, ndr) hanno ricevuto emolumenti per milioni di euro in qualità di componenti dei cda del gruppo che fa capo a Bioera».

La ministra aveva assicurato durante al Senato che sarebbe stato pagato tutto. Rassicurazioni che aveva appreso dal management visto che a suo dire non ha «alcun ruolo sociale». Nessun peso al fatto che, come risulta a Domani e come ha confermato lei stessa, sia ancora socia al 5 per cento, tramite Immobiliare Dani Srl.

Con queste premesse, Santanchè aveva promesso: «I lavoratori dipendenti della Ki Group Srl verranno integralmente soddisfatti con riguardo a tutti i loro diritti di credito. Questo lo potete verificare perché è scritto nell’accordo di concordato».

I pm su questo punto sono lapidari. Per l’aiuto offerto da Bioera «non si vede come la stessa possa farsi carico del peso economico del piano proposto da Ki Group S.r.l. e adempiere alle obbligazioni assunte, per le quale non vi è, infatti, alcuna concreta garanzia ma solo un atto di fede».

L’avvocata Flavia Caldarazzo ha spiegato a Domani che non è un bell’epilogo nemmeno per i ricorrenti. Lo studio Carbone di cui fa parte sta seguendo la procedura per 12 tra ex dipendenti e agenti di commercio, creditori verso la società per oltre 500mila euro.

«Il concordato per noi sarebbe stato ottimale, certo è che avevamo il presentimento che le cose non potessero che andare in questo senso, sia per la questione parallela di Visibilia sia perché la manovra faceva acqua da tutte le parti». Una valutazione pragmatica: «Non può aver influito dal punto di vista giuridico, ma dal momento in cui la società è riconducibile al quel gruppo o a quella politica, non credevamo che sarebbero venuti fuori miliardi da qualche parte. Non era pensabile, in ogni caso non ci sono stati i presupposti». La società, conclude, «non valeva milioni. Anche la richiesta era campata in aria».

Il garbuglio societario della ministra unisce le sue realtà imprenditoriali. Per Visibilia, l’editore di Novella 2000, Santanchè è attualmente sotto indagine per bancarotta e falso in bilancio, e Immobiliare Dani Srl è il trait d’union fra i due quasi fallimenti.

La Società infatti è azionista di Ki Group da una parte, e dall’altra come rivelato da Domani, beneficia in quanto azionista al 50 per cento di una società che guadagna dal Twiga per ripianare i debiti di Visibilia.

© Riproduzione riservata