I carabinieri del nucleo investigativo di Roma, su ordine della procura capitolina, hanno arrestato gli esecutori dell’attentato. Domani ha scoperto che il punto di riferimento del gruppo nell'attività di cessione di droga si chiama Salvatore Cava, il reggente dell’omonimo clan di camorra
Quattro arresti. Sono quelli eseguiti questa mattina dai carabinieri su ordine dell'antimafia capitolina, nell'ambito dell'inchiesta sull'attentato dinamitardo al giornalista di Report Sigfrido Ranucci. Si tratta di Antonio Passariello, residente nel comune di Cicciano, in provincia di Napoli, Marika De Filippis, Saverio Mutone e Pellegrino D'Avino, tutti residenti nell'Avellinese. Ma c’è un nome, non indagato, che porta dritto alla camorra. Viene indicato genericamente nell’ordinanza cautelare «come riferimento del gruppo nell’attività di cessione degli stupefacenti». SI tratta di Salvatore Cava. Chi è? È il reggente dell’omonimo clan di camorra, erede dello storico capoclan Biagio, da anni in guerra con i Graziano, formazione criminale legata a due strutture camorristiche di peso come i Fabbrocino e i Moccia. In un’indagine del 2025 emergevano anche i contatti con il gotha del crimine: l’alleanza di Secondigliano. Gli investigatori cercano i mandanti e anche l’eventuale ruolo svolto dal crimine organizzato.
Al momento l’indagine riguarda gli esecutori che da quanto ha ricostruito questo giornale sono in ottimi rapporti, per l’attività di spaccio, con un camorrista di spicco. Proprio quest’ultimo manda un messaggio in cui rivela di essere finito sotto l’attenzione degli inquirenti. Lo legge uno degli indagati a un altro del gruppo. «O zii sto sottocchio, ma assai assai, per mezzo della stupidaggine che hai fatto là a Roma». Un altro componente del gruppo commentava spiegando che «Totore (Salvatore Cava, ndr) non avesse gradito che Passariello, a sua insaputa, avesse preso parte al suddetto evento delittuoso». In un’altra telefonata intercettata Cava si informava se nei giorni dell’attentato avessero già iniziato la loro collaborazione criminale visto che Passariello voleva fargliela pagare a chi gli aveva noleggiato l’auto.
«Totore, domani lo dobbiamo andare a prendere fratello. Se mi vuoi bene veramente, mi stimi e mi rispetti veramente, come io per te mi faccio uccidere, domani lo dobbiamo andare a prendere», diceva Passariello a Cava.
L’attentato
L'attentato risale alla sera del 16 ottobre 2025, a Pomezia, vicino Roma: un ordigno era stato fatto deflagrare davanti al cancello dell'abitazione del giornalista della trasmissione di Rai3, provocando la distruzione delle sue due autovetture parcheggiate in strada e danneggiando il muro perimetrale.
Si indaga sul movente, e soprattutto sui mandanti, che, come scritto da Domani, sarebbero legati all'inchiesta di Report, firmata da Daniele Autieri, su un cantiere navale in Veneto. Intanto le quattro persone, finite chi in carcere e chi ai domiciliari, sono gravemente indiziate, a vario titolo, dei delitti di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dall'aver agito con modalità di tipo mafioso. Il commando avrebbe agito su specifico mandato di terze persone, allo stato non identificate, come «favore» e dietro compenso economico. «Che c'entri tu?», chiede un interlocutore a uno degli arrestati in riferimento all'attentato a Ranucci. L'arrestato risponde: «No, è un regalo, a me mi pagano. Una mano lava l'altra e due lavano la faccia».
La camorra dei Cava
Il gruppo guidato da Passariello ha dunque rapporti stretti con Cava. «Emergeva come Passariello e i suoi sodali il figlio, D'Avino, e Amato- fossero inseriti in un più ampio contesto criminale all'interno del quale compariva con chiarezza, come anticipato, la figura di un soggetto indicato con il nome di "Totore" (identificato dalla polizia giudiziaria in Cava Salvatore), nei cui confronti Antonio Passariello e Luca Amato e Pellegrino D’Avino manifestavano un atteggiamento di evidente subordinazione», scrive il giudice. Altro non viene indicato nelle carte, ma si tratta di Salvatore Cava, reggente del clan omonimo, da qui la subalternità del gruppo. Cava era stato scarcerato nel 2019 dopo una lunga detenzione, si era reso irreperibile per due anni fino a quando era stato individuato a Pescara. Al momento la giudice Iole Moricca ha disposto il carcere per Passariello, Mutone e D’Avino, ai domiciliari è finita Marika De Filippis.
Nelle carte spunta anche una lettera anonima nella quale c’erano riferimenti precisi e un collegamento con il clan Moccia.
In realtà il gruppo di fuoco vanta legami con i Cava, a loro volta, come dimostrato in un’operazione dello scorso anno, in ottimi rapporti anche con i Moccia. Ora bisogna capire chi c’è sopra gli esecutori, di certo l’ambiente in cui orbitavano era contiguo a quello del crimine organizzato.
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