Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è dedicata all’omicidio di Giuseppe Insalaco, sindaco di Palermo ucciso il 12 gennaio del 1988 dopo aver denunciato a più riprese le collusioni tra politica e mafia.

Il killer di fiducia di Salvatore Cancemi si chiama Francesco La Marca, è un meccanico che lavora in un’officina di via dei Cipressi, la strada dove venne ucciso il procuratore Scaglione (così è Palermo: un’intricata mappa di delitti).

È La Marca ad aggiungere nuovi dettagli sul progetto per assassinare Insalaco. Sostiene che alla fine di novembre del 1987 Cancemi, che ha il vezzo di chiamarlo «Cicciuzzu», gli chiese di accompagnarlo da Faluzzo Ganci in una macelleria situata in una traversa di via Notarbartolo. «Faluzzo» è un vezzeggiativo per Raffaele, come «Cicciuzzu» per Francesco. Capita che i nomi con cui i mafiosi si rivolgono l’un l’altro grondino dolcezza come i pupi di zucchero allineati sugli scaffali delle pasticcerie di Palermo.

Andarono tutti insieme a prendere un caffè, alle nove del mattino, da Ciro’s, un frequentatissimo bar di via Notarbartolo. E lì, al bancone del bar, i due capimafia chiesero al giovane killer se avrebbe ucciso un uomo, uno che abitava in quella stessa strada. «T’a firi?» gli domandano, formula che si potrebbe approssimativamente tradurre: se se la fida, ovvero se pensa di potercela fare.

Gli spiegano che l’uomo da uccidere abita nello stesso, vigilatissimo palazzo in cui ha casa il giudice istruttore Giovanni Falcone. La Marca risponde che sì, s’a fira, le uniche cose che gli servono sono una motocicletta potente e un silenziatore3 . Non domanda neppure chi sia l’uomo da uccidere. Il giorno dopo Cancemi gli comunica che si tratta di Giuseppe Insalaco. «Per me era uno come gli altri», dice La Marca. E qui va segnalato che, dalla primavera all’autunno, il piano d’azione dev’essere stato cambiato: dal Papireto, dietro la Cattedrale, la scena dell’esecuzione si è spostata a via Notarbartolo, par di capire addirittura sotto casa di Falcone.

È un progetto ad alto rischio, tanto che i due boss avvertono il bisogno di parlarne al killer. E se il luogo è parte del messaggio, il cambio di scenario avrebbe bisogno di una spiegazione. Che nessuno darà. La Marca è un assassino che, al momento di collaborare con la giustizia, confessa di poter riferire di «30-35 omicidi» con un’imprecisione che la dice lunga sull’importanza che avevano per lui quei delitti. Già dalla seconda volta che gli è toccato uccidere, non conosceva né il nome della vittima né la ragione per cui era stato deciso che dovesse morire: «Mi hanno chiesto di spararci e basta».

È un docile operaio dell’industria della morte; sa che l’organizzazione per cui lavora non ama i curiosi. C’è un episodio, nella sua carriera criminale, che sfiora l’incredibile. Accade il 6 agosto 1985. Dopo tre giorni di turbinose riunioni in cui ha capito solo che bisogna uccidere qualcuno, ma non ha capito chi, La Marca viene convocato e corre sul Vespone bianco, che è il suo mezzo di trasporto preferito, all’appuntamento con altri mafiosi in via della Croce Rossa, tra i palazzoni della Palermo nuova. Arriva, parcheggia, viene fatto entrare in fretta in un palazzo, si accorge che ci sono killer disposti su più piani, vede kalashnikov avvolti in pezze bianche; capisce, dalla quantità di armi e dall’eccitazione dei mafiosi, che il bersaglio dev’essere importante. Lo incaricano di passare le armi a Nino Madonia.

La Marca esegue con lo scrupolo consueto. Chino sui fucili, concentrato nel ruolo, non vede niente, ma sente scatenarsi una tempesta di colpi, un inferno. Quando tutto è finito, fila via. Si presenta al suo capo, Salvatore Cancemi. Gli riferisce il poco che sa, il poco che ha fatto. «Dovevi sparare» lo rimprovera Cancemi. E La Marca, che non ha il coraggio di replicare, se ne va mugugnando tra sé e sé “ma che è pazzo, questo?”. Alle sei del pomeriggio, apprende dal telegiornale che la vittima è Ninni Cassarà, il numero due della Squadra Mobile. E resta di sasso: «Minchia, dissi, questo un commissario era».

Nel caso di Insalaco, ha il vantaggio di sapere prima a chi dovrà sparare. Ma mentre ancora si sta ragionando su quell’omicidio, La Marca viene arrestato. È il 10 dicembre 1987. Tre settimane dopo, nel carcere dell’Ucciardone, sente in televisione la notizia dell’assassinio, riconosce il Vespone bianco che lui stesso aveva rubato e che gli è rimasto nel cuore come se fosse una creatura di carne («Ne ha fatti tanti, di omicidi, quel Vespone»). Un paio di mesi dopo, uscito dal carcere, va a trovare il capo della sua famiglia e gli domanda: com’è finita con Insalaco? E Cancemi risponde brusco: «A picca i pigghiavanu a tutti». Per poco non li hanno presi tutti. Fin qui il racconto del mancato killer. Ma Cancemi nega che quel colloquio sia mai avvenuto, nega d’aver mai parlato di Insalaco con La Marca, giura che non ne parlò mai neppure con Raffaele Ganci.

Ed è una smentita sorprendente perché Cancemi è un collaboratore di giustizia, un caso unico nel suo genere: il capo di un mandamento storico (lo stesso, per capirci, al quale apparteneva Tommaso Buscetta), un componente della commissione che si consegna ai carabinieri alla vigilia delle stragi del 1993, convinto che Provenzano abbia deciso di ammazzarlo, e che da allora fino alla morte collabora con la giustizia, ma con lampi di ambiguità, esitazioni, indecifrabili vuoti di memoria.

Il ruolo di Totò Cancemi

La smentita di Cancemi è così ostinata, così coriacea che, al processo per il delitto Insalaco, la Corte d’Assise decide di mettere a confronto il boss e l’obbediente soldato della famiglia di Porta Nuova.

Lo scontro tra il killer fedele e il suo ambiguo capo resta una pagina misteriosa. La Marca, credendo di dovere soltanto rievocare alla memoria del suo capofamiglia un episodio che quello non ricorda più nitidamente, si preoccupa di mettere a fuoco ogni dettaglio. Dice che il mandato era di uccidere Insalaco dentro il bar Ciro’s. Dice che «questo scendeva la mattina alle otto per prendersi il caffè» – e questo, ovviamente, è Insalaco. Durante il confronto Cancemi sembra nervoso, imbarazzato. Cicciuzzu La Marca insiste, ricostruisce frammenti di conversazione, rievoca le sue richieste, nel linguaggio sbrigativo del killer: «Ci vuole la motocicletta per farci Insalaco, non ti ricordi? Dovevo preparare io la motocicletta». E Cancemi lo interrompe, lo scongiura: «Ciccio, ascolta, non esiste». Insiste il capo, insiste il picciotto. «Era un posto molto delicato, c’era la scorta di Falcone...», dice La Marca.

E Cancemi si infuria: «Ma che stai a dire? Tu, con le tue bugie, mi hai fatto prendere l’ergastolo». La palpabile ansia di Cancemi, il suo tentativo ostinato di stare alla larga da quel delitto qualcosa vorrà dire. Perché Cancemi era un capomafia, non un semplice killer come La Marca. Sedeva nella commissione di Cosa Nostra. Parlava con Raffaele Ganci da pari a pari. Se ammettesse di aver saputo dell’ordine di morte contro Insalaco, non potrebbe cavarsela dicendo che non sa chi e perché decise di chiudere i conti con quell’ex sindaco in disgrazia.

Meglio farsi giudicare reticente da una Corte d’Assise piuttosto che infastidire Cosa Nostra – e dar noia alle persone “disturbate” da Insalaco e rimaste senza volto. È Calogero Ganci, il figlio prediletto di Raffaele, a fissare la data in cui l’istruttoria mafiosa può dichiararsi conclusa: dicembre 1987. Una ventina di giorni prima dell’omicidio, Totò Riina conferisce l’incarico finale a Mimmo Ganci e a Francesco Paolo Anzelmo. È un’indicazione che fa coincidere il mandato di Riina con la sentenza del maxiprocesso, che viene emessa appunto il 16 dicembre: Insalaco verrà ucciso 27 giorni dopo.

È probabile che l’esecuzione fosse stata rimandata per non aggravare con un omicidio eclatante la posizione dei mafiosi processati: per non mettere giudici e giurati di cattivo umore. Con la lettura della sentenza, la tregua delle armi è finita. Insalaco è il primo della lista.

Il racconto di Brusca

L’unica voce dissonante, tra i collaboratori che hanno parlato del delitto, è quella di Giovanni Brusca, che fa risalire addirittura ai tardi anni Settanta la decisione di assassinare l’ex sindaco: «Si voleva eliminare nel ’78, ’79, ’80...» Ai Brusca di San Giuseppe Jato, che lo consideravano “un mezzo paesano” perché originario del paese e sposato con una donna di San Giuseppe («cosa nostra», dunque, nel più stretto senso etnico), Insalaco risultava insopportabile perché «si riteneva confidente di polizia e non ci si poteva chiedere niente».

Se il progetto non è andato a segno, ricostruisce Brusca, la colpa – o il merito – è di Salvatore Greco, il «senatore», massone e democristiano. Il 3 febbraio 1998, testimoniando al processo per l’omicidio, Brusca dice che «questo doveva morire da un bel pezzo di tempo, solo che non sapevo quando». Questo, ancora una volta, è Insalaco. E doveva morire perché «si comportava male, più che altro (il suo vizio) era quello di prendere in giro le persone, vendeva – si dice – fumo, ma poi si faceva sempre i fatti suoi».

[…] Infine Giovanni Brusca sostiene che nell’86-’87 Insalaco cercò Siino e attraverso Siino gli fece sapere di essere «a disposizione», ma lui lasciò cadere quell’offerta perché «non interessava». Il 31 marzo 2000, in un nuovo interrogatorio, un infastidito Giovanni Brusca torna a parlare di Insalaco: «Mio padre gli aveva chiesto una cortesia e lui lo prendeva in giro per il fatto del confine...» E nell’astio del figlio che ha visto offendere suo padre, si capisce che il confine è un provvedimento di confino, per Bernardo Brusca, ma per Insalaco è probabilmente il confine oltre il quale non ci si può spingere per compiacere un mafioso.

In quella stessa deposizione, Brusca fa un’osservazione curiosa: «C’era il sospetto» dice «che faceva parte dei servizi segreti». Lo dice come se questa fosse stata una buona ragione per sbarazzarsi di Insalaco. Eppure, a giudicare dai racconti dei collaboratori di giustizia, avere rapporti con i servizi era normale per un gran numero di mafiosi, specialmente tra i corleonesi. […].

Un delitto oscuro

Sulle ragioni del delitto, buio completo. Francesco Paolo Anzelmo sostiene di aver sentito dire che Insalaco era vicino a Cosa Nostra. Non spiega che ragione c’era allora di sbarazzarsene. Antonino Galliano, che pure andrà a ucciderlo, afferma che non gli risultano contatti tra l’ex sindaco e Cosa Nostra; sa solo che Insalaco prese parte all’inaugurazione del negozio di un uomo d’onore, Franco Sciaratta.

Il negozio era una bottega d’antiquario in via Libertà e l’inaugurazione risale al tempo in cui Insalaco era assessore al Commercio. Calogero Ganci, che avrebbe dovuto essere, per decisione di suo padre, uno dei killer, non ha mai sentito parlare di Insalaco in Cosa Nostra. Antonino Giuffrè ha saputo che Cosa Nostra lo riteneva affidabile, poi lo giudicò inaffidabile perché «cominciò a parlare troppo, una volta eletto».

Le chiacchiere che Giuffrè ascoltò su Insalaco potevano riassumersi in una considerazione: «Era cambiato completamente e aveva un pochino, come si dice in gergo di Cosa Nostra, sballato». Può sembrare strano che proprio sul finire del 1987 la mafia abbia ordinato di uccidere un uomo che, nello sbrigativo ritratto del capo della Squadra mobile Antonio Nicchi, era «a terra, solo, senza soldi, abbandonato da tutti». Un uomo – scriverà nella sentenza la Corte d’Assise – «che all’epoca dell’omicidio, nulla poteva garantire alla mafia in termini di “favori” nell’esercizio dell’attività politica».

Ma le decisioni di Cosa Nostra rispondono a una logica particolare. È un trafficante di droga come Gaspare Mutolo a spiegare la tecnica dell’assassinio mafioso: «Naturalmente, come in tutti gli omicidi che riguardano giudici, politici, persone importanti, si aspetta il momento in cui quella persona è meno in auge: appena si trova un po’ nella bassa fortuna, gli danno il colpo, appunto per non essere attaccati eccessivamente».

Cosa Nostra è paziente: sa aspettare. Ancora Mutolo: «Si aspetta il momento in cui la persona può essere un po’ denigrata». La calunnia è un’arma, come una pistola 357 Magnum. Per Insalaco si useranno l’una e l’altra. [...].

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