Il Tar dell’Emilia-Romagna ha accolto il ricorso di due tassisti e ha annullato il provvedimento con cui il comune di Bologna, guidato da Matteo Lepore (Partito democratico), ha istituito la “Città 30”, il progetto che mira a migliorare la sicurezza sulle strade del capoluogo emiliano-romagnolo. In particolare, i giudici amministrativi hanno annullato il Piano particolareggiato del traffico urbano e «le ordinanze istitutive delle zone in cui il limite di velocità è stato portato a 30 chilometri orari».

I tassisti che hanno presentato ricorso – si legge nella sentenza – «lamentavano il fatto che l’imposizione generalizzata del limite avrebbe comportato tempi di percorrenza quasi doppi, con la conseguente riduzione del numero delle chiamate a cui rispondere e notevole contrazione del guadagno». Una preoccupazione che i giudici amministrativi hanno considerato fondata.

Il progetto Città 30, introdotto dall’amministrazione dem nel luglio 2023, ha portato tutte le strade urbane al limite massimo di 30 chilometri orari, con l’eccezione delle strade ad alto scorrimento. Le vie a 30 km/h sono così passate dal 30 al 70 per cento e, dopo un periodo di prova di sei mesi, le sanzioni sono scattate dal gennaio 2024. Fin da subito, la misura era stata però contestata dal ministro alle Infrastrutture Matteo Salvini e dai partiti di governo.

Sempre colpa dei giudici

Non è quindi un caso che la pronuncia sia stata accolta con soddisfazione da Fratelli d’Italia, che aveva appoggiato i ricorsi delle auto bianche: «Il Tar ha rimarcato l’illegittimità dell’azione del comune, che ha operato fuori dalle proprie competenze per meri scopi propagandistici», ha attaccato il capogruppo di FdI alla Camera, Galeazzo Bignami.

Il partito di Giorgia Meloni, uscito “vincitore” dall’accoglimento dei ricorsi, non ha comunque rinunciato a criticare i giudici amministrativi: «Dispiace che il Tar abbia impiegato due anni per accogliere un ricorso la cui fondatezza era evidente», ha aggiunto Bignami. Giustizia è stata fatta, è quindi la linea del governo, ma comunque troppo tardi. E la responsabilità, anche in questo, è ovviamente dei magistrati.

Un progetto che funziona

Bologna era stata il primo capoluogo di provincia ad adottare il modello Città 30, facendo da apripista anche per altre città. Una misura simile è entrata in vigore, solo pochi giorni fa, nella Capitale d’Italia: da metà gennaio il divieto di superare i 30 chilometri orari è scattato nel centro storico e in un migliaio di vie periferiche della città amministrata da Roberto Gualtieri. Ora lo stop imposto a Bologna potrebbe avere effetti, seppur indiretti, sulle sperimentazioni in corso altrove.

Eppure, dal punto di vista della sicurezza stradale, il progetto bolognese stava avendo risultati positivi: meno incidenti e meno decessi, più spostamenti in bici e meno inquinamento in città, con il dato delle polvere sottili mai così basso da dieci anni. Secondo i dati di palazzo d’Accursio, nel primo semestre del 2025 si è registrato un calo nel numero delle vittime di incidenti stradali (5 in tutto, cioè il 33 per cento in meno rispetto agli anni precedenti), oltre che una diminuzione degli incidenti (-15 per cento) e dei feriti (-5 per cento).

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