I numeri che in questi giorni trovano ampia eco sui media, in occasione della Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo, parlano chiaro: oltre un milione di studenti tra i 15 e i 19 anni ha subito episodi di cyberbullismo. Dati allarmanti, che però non rappresentano una sorpresa per chi, come la nostra fondazione, da 38 anni è presente 24 ore su 24 con servizi di ascolto ed emergenza come il 19696, accogliendo e sostenendo ogni anno centinaia di bambini e adolescenti che vivono forme diverse – più o meno violente – di sofferenza legata alla violenza tra pari.

Ciò che emerge oggi con particolare evidenza è piuttosto la crescita esponenziale del fenomeno e la sua capacità di lasciare ferite profonde e durature. Un’accelerazione che coincide con la centralità della vita digitale e, negli ultimi anni, con la diffusione di tecnologie di intelligenza artificiale generativa, che hanno moltiplicato le possibilità di diffusione di contenuti violenti, denigratori o umilianti, rendendo persino possibili nuove forme di abuso, come quelle basate sui deepfake.

Il bullismo – e ancor più il cyberbullismo – non può più essere compreso né contrastato se non lo si colloca dentro un cambiamento di contesto molto più ampio. Quello che stiamo vivendo non è solo una trasformazione tecnologica, ma una trasformazione culturale e, soprattutto, una trasformazione profonda delle dinamiche di crescita e di sviluppo dell’infanzia e dell’adolescenza.

I processi cognitivi, emotivi e relazionali dei ragazzi si stanno ridefinendo a una velocità senza precedenti. Le modalità di apprendimento, di costruzione dell’identità e di relazione con l’altro sono oggi radicalmente diverse rispetto a quelle di una o due generazioni fa. Allo stesso tempo, i dati ci parlano di un aumento significativo delle fragilità: insicurezze, solitudine, chiusura emotiva, vissuti di sofferenza che assumono forme nuove e più pervasive. Tutto questo richiede uno sforzo collettivo di comprensione, aggiornamento e responsabilità che non ha precedenti.

Il salto tecnologico degli ultimi anni ci ha proiettato in un mondo governato da logiche nuove, che né gli adulti – e ancor meno i ragazzi – padroneggiano davvero in modo consapevole. Questo impone un cambio di passo non solo nelle politiche educative, ma anche nelle modalità di relazione, negli strumenti di ascolto e di intervento, così come negli approcci regolatori.

I recenti interventi legislativi, che mirano a rafforzare il contrasto al bullismo e al cyberbullismo e attribuiscono, ad esempio, alla scuola un ruolo centrale, sono certamente utili. Ma rischiano di essere già in parte superati dalla rapidità dell’evoluzione tecnologica e antropologica in corso.

C’è infatti una consapevolezza che deve diventare patrimonio comune: vietare non serve, o quantomeno non basta. Vietare l’uso del cellulare in classe può avere un valore educativo, ma non rappresenta un argine reale al cyberbullismo. Limitare l’accesso ai social network o ai chatbot intelligenti, o fissare soglie di età, è corretto sul piano formale, ma nella pratica mostra tutta la sua inefficacia se questi divieti restano scollegati da una strategia più ampia.

Serve invece un vero lavoro di rete tra istituzioni, autorità di regolazione, aziende tecnologiche ed enti di tutela dell’infanzia, orientato a sviluppare sistemi digitali e algoritmici realmente safe by design: progettati cioè mettendo al centro, fin dall’origine, i diritti e la dignità dei bambini e degli adolescenti.

È su questo terreno che oggi si gioca la vera partita dell’“interesse superiore del minore”, richiamato dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Un principio che dovrebbe guidare ogni attore in campo: chi legifera, chi sviluppa tecnologia, chi educa, chi ogni giorno svolge il ruolo di genitore, insegnante o operatore della protezione dell’infanzia. Costruire questo approccio strategico e condiviso è difficile, e richiede tempo, competenze e coraggio. Ma siamo convinti che solo una visione ampia, integrata e responsabile possa offrire risposte davvero efficaci e durature alle emergenze e ai bisogni che tanti bambini e adolescenti vivono quotidianamente, spesso in silenzio.


* Presidente Fondazione SOS il Telefono Azzurro ETS

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