Neanche un caffé. Con quel dirigente non ci si siede al tavolo delle trattative. E se la Cisl, che con il sindacato di quel dirigente ha un rapporto «confederale e collaborativo», finge di non capirlo, lo capiscono tutti gli altri colleghi. Tutti, dalle sigle di destra a quelle di sinistra. Che hanno annunciato ufficialmente al loro “capo” che da ora per le trattative si procede per «tavoli separati». Tutti di qua, lui di là. E non stiamo parlando dei rappresentanti di una categoria qualsiasi: parliamo di poliziotti, tutori della legge, quelli da cui ci si aspetta il massimo non solo in termini di legalità, che è ovvio, ma anche in termini di credibilità, insomma quelli che devono dare il buon esempio, essere «come la moglie di Cesare», cioè anche apparire al di sopra di ogni chiacchiera.

La lettera

«Tavoli separati – ragioni di opportunità» è il titolo di una lettera datata lo scorso 24 gennaio e firmata da tutti i sindacati della polizia, cioè Fsp, Sap, Coisp Mosap, Silp Cgil, dunque tutti tranne uno, il Siulp confederato e «coordinato» con la Cisl, nella quale informano i loro iscritti che, tutti insieme, all’apertura della riunione con il Capo della Polizia convocata il precedente 21 gennaio hanno comunicato «di voler procedere da quel momento in poi con la separazione dei tavoli dal Siulp». Perché? «Per oggettive ragioni di opportunità».

Il punto è che a quel tavolo c’è Felice Romano, segretario da 17 anni, in pensione, il rappresentante del Siulp, organizzazione che ha un rapporto di stretta collaborazione operativa con la Cisl. Romano al momento ha un bel po’ da fare con la giustizia. Una sentenza di primo grado, quindi revisionabile; e un’indagine, quindi solo ipotesi di reato tutte da dimostrare.  Ma certo in entrambi i casi si tratta di situazioni impegnative. Per il primo caso c’è una condanna dello scorso luglio a due anni e due mesi da parte del Tribunale di Firenze per un giro di esami facili per poliziotti alla Link Campus (condannati anche il fondatore dell’Università, l’ex ministro Scotti, e l’ex rettore Roveda ed altri). Per il secondo, l’indagine, l’ipotesi è un giro di agevolazioni – gli inquirenti parlano di corruzione – per superare l’esame di idoneità per essere assunti nella Polizia di Stato, a Roma. Lo scorso dicembre la Procura ha chiesto i domiciliari per una decina di persone, li ha visti confermati solo per tre, per Romano è scattato il divieto di dimora nel Municipio I dove risiede anche la sede nazionale del Siulp (in via Vicenza). 

Ora, qui si sottolinea ancora una volta, e a scanso equivoci, che stiamo parlando di una sentenza non definitiva e di un’ipotesi di reato. E tuttavia Romano deve essere particolarmente caro alla segretaria della Cisl Daniela Fumarola, segretaria del sindacato con cui il Siulp ha uno strettissimo rapporto, se non gli ha chiesto le dimissioni, neanche per ragioni di opportunità: né dopo il rinvio a giudizio, né dopo la condanna, né dopo le misure cautelari.

«No agli ignavi»

I colleghi che chiedono di sedere in tavoli separati infatti spiegano che non si tratta di «una condanna nei confronti di alcuno. Il nostro auspicio è che possa essere fatta chiarezza sugli addebiti contestati». E però, scrivono ancora, «la rappresentanza del personale chiama tutti a un alto senso di responsabilità a tutto tondo, in assenza del quale autorevolezza e credibilità della stessa sarebbero seriamente messe in discussione», «In costanza di fatti personali particolarmente rilevanti dal legale rappresentante della predetta O.S», organizzazione sindacale insomma il Siulp, «il rischio è che venga minata la credibilità del sindacato, nel senso più ampio del suo significato, e ne risentano negativamente le normali e legittime relazioni con l’amministrazione e le istituzioni». Il ragionamento è chiaro, quasi scontato, per gli altri sindacalisti: devono «prendere le distanze da questioni poco chiare» perché sentono di avere «obblighi inderogabili verso i colleghi che gli hanno affidato la propria delega», e «scelte diverse, giocoforza, investirebbero tutta la rappresentanza degli operatori della Polizia di Stato», «facendo aumentare il rischio di una pericolosissima generalizzazione». Nella chiusa aleggia Dante: «Per la salvaguardia di un sistema sano è necessario il contributo di tutti, senza ignavia».  

Obiezioni più che comprensibili, per scontate quanto ragionevoli ragioni di opportunità. Non per il Siulp, né per la «casa madre» Cisl di Fumarola, e prima dell’attuale sottosegretario Luigi Sbarra: lo scorso 4 e 5 dicembre Romano ha presieduto il direttivo nazionale Siulp a Pomezia. Senza complessi. 

Il convegno dei fuoriusciti Cisl

Se vogliamo rimanere con Dante, possiamo dire che la Cisl non si cura di nessuno ma guarda e passa. Domani mattina a Firenze si apre un convegno intitolato «Rigenerare la democrazia», sottotitolo «La partecipazione nei corpi intermedi per una politica della cura», organizzato dalle associazioni Prendere Parola presieduta da Savino Pezzotta, ex segretario Cisl, e Sognare da Svegli, ispirata a Pierre Carniti e fondata da Francesco Lauria, il sindacalista cislino la cui storia questo giornale ha già raccontato: è stato accompagnato vigorosamente alle dimissioni per una serie di contestazioni formali che però, a giudizio dell’interessato, si riducevano all’opposizione contro la deriva meloniana della Cisl. A sua difesa si erano schierati, Romano Prodi, Tiziano Treu, Giorgio Benvenuto e lo stesso Pezzotta. 

All’incontro, che dura tutta la giornata, partecipano anche ex sindacalisti Cgil, e anche sindacalisti di base. Del resto il tema è alto, e nessun corpo intermedio oggi è esente da crisi e necessità di ripensamento. Però la gran parte dei partecipanti sono fuoriusciti cislini, contrari – come Pezzotta – alla linea filogovernativa del loro ex sindacato. Evocativa anche la sede scelta, per un ritorno alle origini: Villa Stella, sulla strada fra Fiesole e Barbiana, i luoghi di padre Ernesto Balducci e di don Lorenzo Milani

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