Il caso aveva avuto un certo risalto, la scorsa estate. Lo chef stellato Paolo Cappuccio cercava personale per un hotel di lusso in Trentino, offrendo una buona paga: «uno chef, tre capi partita e un pasticcere». Fin qui nulla di strano. Nel post pubblicato su Facebook – poi rimosso dopo le polemiche – aveva però aggiunto ulteriori dettagli: avrebbe escluso a priori dalla selezione «comunisti/fancazzisti» e «persone con problemi di alcol, droghe e orientamento sessuale».

Ora Giuseppina Passarelli, giudice del Tribunale di Trento, ha dato ragione alla Cgil, ritenendo che quelle parole fossero sufficienti per configurare un comportamento discriminatorio. Cappuccio è stato condannato in primo grado a risarcire il sindacato con 6mila euro, oltre alle spese legali.

Ma il punto più rilevante è un altro: per il Tribunale di Trento, le dichiarazioni pubbliche possono essere discriminatorie in ambito lavorativo, anche se presentate come opinioni personali. Non serve un licenziamento né un rifiuto concreto di assumere qualcuno: in maniera più generica, è sufficiente che le parole abbiano un effetto “dissuasivo”, cioè che scoraggino qualcuno dal candidarsi.

In Trentino, la sezione locale della Cgil rivendica questa sentenza come un precedente importante per i lavoratori, al di là del caso specifico: «Siamo soddisfatti – dice Manuela Faggioni, delegata alle pari opportunità –. Erano parole inaccettabili. Un lavoratore e una lavoratrice possono essere giudicati per le loro capacità professionali e le loro competenze, non certamente per la loro appartenenza politica o sindacale, né tanto meno per il proprio orientamento sessuale».

Secondo la giudice, il sindacato era pienamente titolato a presentare il ricorso, perché andava tutelato un interesse collettivo: che non riguarda solo una singola specifica persona, ma un gruppo potenziale di individui, cioè le lavoratrici e i lavoratori.

La discriminazione

In maniera ancora più simbolica, la sentenza arriva a pochi giorni dal Primo maggio. E sancisce un principio di fondo, già espresso dalla Costituzione: non si possono fare discriminazioni basate su questioni che attengono alla sfera privata degli individui. La selezione deve semmai avvenire per ragioni oggettive, impersonali e tecniche.

A distanza di sette mesi, lo scorso febbraio, lo chef si era scusato sempre su Facebook: «Viste le reazioni che sono seguite al mio post del mese di luglio, che ha avuto un’enorme eco mediatica, ritengo opportuno e corretto chiarire il mio pensiero».

«Voglio ribadire che, durante la carriera professionale, nella scelta dei collaboratori ho valutato sempre e solo la loro professionalità e competenza, la loro esperienza, nonché la loro volontà e predisposizione a lavorare in gruppo. Mai ho compiuto scelte in base alle idee politiche, né tantomeno all’orientamento sessuale dei candidati».

ANSA
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Nella sentenza si sottolinea però come il post originale di Facebook non era rimasto isolato. In un’intervista alla trasmissione La Zanzara di Giuseppe Cruciani, su Radio 24, Cappuccio aveva ad esempio sostenuto che «il comunista (…) ha sempre bisogno di qualcosa in più», contrapponendolo a chi «arriva all’obiettivo». Sul tema dell’orientamento sessuale, aveva inoltre affermato che atteggiamenti «troppo effemminati» in cucina «possono dar fastidio» e «guastano l’ordine di una brigata». Dichiarazioni molto simili erano state fatte in un’intervista al Giornale.

La difesa aveva sostenuto che fossero sì affermazioni provocatorie, ma non riconducibili a una reale politica di selezione del personale (di cui lo chef non era nemmeno responsabile). Secondo questa ricostruzione, Cappuccio non avrebbe espresso criteri discriminatori, ma giudizi legati all’attitudine al lavoro e alla capacità di stare in una brigata, in un contesto noto per ritmi intensi e forte pressione.

Una tesi che il tribunale non ha ritenuto sufficiente per escludere la natura discriminatoria delle dichiarazioni. Anche se la Costituzione garantisce la libertà di manifestare il proprio pensiero, non può spingere si a violare altri principi costituzionalmente tutelati: come quelli di uguaglianza e di solidarietà «che non tollerano distinzioni o pregiudizi di sorta».

Lavoro in cucina

Salvo ulteriori strascichi legali, la sentenza del tribunale di Trento sembra dunque porre al momento la parola fine su questa specifica vicenda. Il caso però sembra squarciare un velo di reticenza che accompagna in maniera più ampia il mondo della cucina, dove da anni si discute delle condizioni di lavoro nel segreto delle brigate.

Negli ultimi anni il tema è emerso con sempre maggiore chiarezza, anche grazie a testimonianze pubbliche e inchieste giornalistiche che hanno raccontato un settore segnato da turni prolungati, forte pressione gerarchica e, in alcuni casi, difficoltà nel far valere i propri diritti basilari. Una realtà spesso giustificata come parte integrante di un mestiere competitivo e ad alta intensità, ma che sempre più viene messa in discussione. È un tema su cui il dibattito si fa più vivo ogni anno, proprio in prossimità della festa per i diritti dei lavoratori.

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