Secondo la Corte costituzionale, che ha risposto ai dubbi sollevati da tre giudici di merito, la modifica della norma 187 del Codice stradale non sarebbe incostituzionale, ma andrebbe interpretata secondo determinati criteri. I Radicali: «La sentenza normalizza calpestare principi cardine del nostro ordinamento»
«La nuova formulazione dell’articolo 187 del Codice della strada non è costituzionalmente illegittima» purché «venga interpretata nel senso che possa essere punito solo chi si sia posto alla guida in condizioni tali da creare un pericolo per la sicurezza della circolazione». È quanto emerge da una sentenza depositata oggi 29 gennaio rispondendo a tre giudici di merito che avevano espresso dubbi sulla legittimità costituzionale della modifica dell’articolo 187, operata dalla riforma del codice della strada voluta da Matteo Salvini ed entrata in vigore a dicembre 2024.
Prima della modifica la norma prevedeva una sanzione per chi guidava «in stato di alterazione psico-fisica dopo aver assunto» sostanze stupefacenti. Il nuovo Codice della strada ha eliminato il requisito dell'alterazione psico-fisica. Una formulazione che permetterebbe di punire chiunque abbia assunto stupefacenti anche giorni, settimane o mesi prima di essersi messo alla guida.
E che è stata al centro di numerose proteste anche da parte di medici, esperti e pazienti che fanno uso di cannabis a scopo terapeutico, nonostante l’esecutivo avesse precisato che per quest’ultima categoria vi fossero delle esenzioni.
I dubbi di costituzionalità dei giudici rimettenti derivano dal fatto che la norma porterebbe all’incriminazione di condotte del tutto inoffensive rispetto alla sicurezza della circolazione stradale.
La Corte non ha condiviso queste censure, ma ha sottolineato la necessità di una «interpretazione restrittiva della nuova norma in conformità ai principi costituzionali di proporzionalità e offensività, oltre che alla stessa finalità perseguita dal legislatore».
Il controverso punto del nuovo Codice della strada era già stato oggetto di una circolare del ministero dell’Interno e il ministero della Salute trasmessa lo scorso 11 aprile alle prefettura. Nella nota i due dicasteri chiarivano che per il ritiro della patente andava accertata l’effettiva alterazione della capacità di guidare. Accantonando così la versione più restrittiva del codice voluto da Salvini.
Secondo la Consulta ora «non sarà più necessario dimostrare che la sostanza stupefacente assunta abbia effettivamente alterato le capacità di guida del conduttore», ma «occorrerà comunque accertare la presenza nei suoi liquidi corporei di una quantità della sostanza che appaia idonea ad alterare queste capacità in un assuntore medio, così da creare pericolo per la circolazione stradale».
Le reazioni
«Siamo di fronte a una Consulta che normalizza calpestare principi cardine del nostro ordinamento», hanno scritto in una nota Filippo Blengino, segretario di Radicali Italiani, e l'avvocata Marianna Caiazza. «Secondo la Corte, la norma non sarebbe incostituzionale nella misura in cui la punibilità della condotta di guida dopo l'assunzione di sostanze stupefacenti presupporrebbe comunque l'accertamento di una effettiva incapacità alla guida, non più attraverso una valutazione medica, come avveniva prima della riforma, ma mediante analisi tossicologiche, in particolare del sangue».
I Radicali puntano poi l’accento sul fatto che «Ad oggi non esistono linee guida, né soglie condivise, né protocolli normativi che consentano di stabilire quando la presenza di una sostanza nel sangue corrisponda a una reale alterazione della capacità di guida, come invece avviene da decenni per l'alcol».
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