L’8 agosto del 1956 a Marcinelle, in Belgio, si verificò uno dei peggiori disastri nella storia dell’emigrazione italiana. Un incendio scoppiato in una miniera di carbone causò la morte di 262 operai, 136 di loro erano italiani. Oggi, il segretario del Pd Enrico Letta, insieme a un gruppo di studenti e all’ambasciatore italiano in Belgio, si trova proprio a Marcinelle, alla cerimonia di commemorazione delle vittime che si svolge ogni anno.

Il Belgio e gli italiani

La miniera di Bois du Cazier, nel comune di Marcinelle, era una dei molti pozzi per l’estrazione del carbone scavati nel paese. Attiva dal 1830, era stata una protagonista della precoce industrializzazione del paese nel corso del XIX secolo. 

Dopo la Seconda guerra mondiale, la miniera era piena di italiani. Il boom economico del dopoguerra aveva lasciato il Belgio con un bisogno disperato di manodopera e un accordo con il governo italiano aveva creato un corridoio preferenziale per l’arrivo di 50mila lavoratori, provenienti in gran parte dalle regioni più povere dell’Italia, dal Veneto all’Abruzzo.

Nel 1956, c’erano 44mila lavoratori italiani regolarmente registrati. Centinaia di loro lavoravano nella vecchia miniera di Marcinelle e 139 erano di turno quell’8 agosto 1956.

L’incidente

Secondo la ricostruzione dei processi e delle commissioni di indagine belghe, che assolsero quasi tutti i responsabili della miniera, l’incidente fu causato quasi completamente da errori umani. Per raggiungere il fondo della miniera, gli operai utilizzavano delle coppie di ascensori, una per ogni pozzo. Gli ascensori si bilanciavano l’uno con l’altro, quindi quando uno saliva, l’altro per forza di cose scendeva. Per evitare problemi, c’era un preciso sistema di comunicazione tramite campanelli e telefoni che consentiva agli operai nella miniera di coordinarsi con gli operatori degli ascensori in superficie.

Intorno alle 8 di mattina dell’8 agosto, però, il sistema non funziona. A causa di una serie di incomprensioni, l’addetto a uno degli ascensori sul fondo della miniera non sa che il manovratore in superficie è convinto che il suo ascensore sarà lasciato libero e che quindi può manovrare il secondo senza chiedere il via libera.

Alle 8 e 11, l’operatore a 975 metri di profondità sta caricando senza fretta l’ascensore. Non ha ancora finito e i due pesanti carrelli minerari su cui sta lavorando, quello vuoto e quello pieno, sporgono di diverse decine di centimetri. 

In quel momento, l’ascensore comincia a muoversi bruscamente. Convinto che l’ascensore sia vuoto, l’operatore in superficie ha azionato il secondo ascensore del pozzo, che automaticamente causa anche il movimento di quello a 975 metri di profondità. Immediatamente, i carrelli sporgendo colpiscono una putrella, che a sua volta trancia un gruppo di cavi: uno contiene olio ad altra pressione, due conducono corrente e un altro ancora aria compressa. È un mix micidiale ed immediatamente nel pozzo dell’ascensore scoppia un incendio.

Colmo della sfortuna, dei due pozzi della miniera, quello in cui scoppia l’incendio è anche quello utilizzato per far entrare l’aria. Anche se le fiamme resteranno relativamente limitate, il fumo invade rapidamente l’intera miniera. Per chiunque non si trovi vicino alle vie d’uscita non c’è scampo.

Le conseguenze

L’allarme viene dato rapidamente, ma in una miniera degli anni Cinquanta, con misure di sicurezza ridotte al minimo rispetto agli standard contemporanei, non c’è moltissimo che si può fare per intervenire. Le operazioni di soccorso dureranno fino a notte fonda e poi nei giorni successivi, ma probabilmente, alle 9 di mattina, meno di un’ora dallo scoppio dell’incendio, la maggior parte dei minatori era già morta. Un gruppo, bloccato sotto al livello in cui era scoppiato l’incendio, sopravvisse almeno fino alle 13.15: lo sappiamo grazie a un’incisione con orario lasciata da un caposquadra su un traliccio di supporto.

Su 275 presenti nella miniera allo scoppio dell’incendio, 262 morirono soffocati. Si salvarono soltanto in 13, tra cui tre italiani, risaliti con l’ascensore intorno alle 8.30, subito prima che la situazione nella miniera divenisse disperata.

La commissione di inchiesta e le indagini giudiziarie trovarono poco. Nel primo processo, tutti gli imputati andarono assolti e soltanto in appello il proprietario della miniera venne condannato a sei mesi di carcere, sospesi, e al pagamento di una piccola multa. Di fronte alle proteste del governo italiano che chiedeva maggiori misure di sicurezza per i lavoratori emigrati, il Belgio semplicemente aumentò i reclutamenti da altri paesi.

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