Il video che immortala gli ultimi istanti della morte di Abderrahim Fakir a Bologna mostra che la morte avviene davanti agli occhi dei volontari del 118. Secondo Nessuno tocchi Ippocrate è omissione di soccorso. Il Simeu scrive ai ministri della Salute e dell’Interno per chiedere un tavolo tecnico. Stefano Caselli del Laboratorio salute popolare di Bologna: «Il personale sanitario non è chiamato a essere una presenza muta e acefala». Il medico Andrea Ansaldo Scartabelli si chiede «perché la centrale operativa non ha mandato un mezzo con infermieri e medici fin dal principio»
«Sono tutti colpevoli di omissione di soccorso». Queste sono le prime righe di un breve comunicato scritto da Nessuno tocchi Ippocrate, associazione che documenta e denuncia in tempo reale le violenze ai danni del personale sanitario. Sui social ha annunciato che si costituirà «parte civile nel processo contro i sanitari» chiamati – tramite il numero unico 118 – a prendere in carico la situazione del presunto scompenso psichico di Abderrahim Fakir. L’uomo che domenica 19 luglio, tra contenzione e urla di dolore, è deceduto a seguito di un’operazione di polizia, sotto gli occhi dei sanitari presenti. Anche la Società italiana di medicina d'emergenza-urgenza (Simeu), è intervenuta nel dibattito, inviando una lettera ai ministri della Salute e dell'Interno per proporre formalmente l'istituzione di «un tavolo tecnico interministeriale sulla gestione in sicurezza degli stati di agitazione psicomotoria acuta e del cosiddetto delirio iperattivo nel corso degli interventi della forza pubblica».
Molti comunicati, poche risposte
Tra i fatti da appurare dopo la visione del video che immortala gli ultimi istanti della morte di Fakir, c’è il ruolo dei soccorritori del 118. Nel video a disposizione, i volontari soccorritori presenti – che appartengono alla Croce rossa italiana (Cri) che lavora in convenzione con l’Ausl bolognese nella gestione delle emergenze-urgenze tramite il numero unico 118 – sembrano osservare il fermo senza mai intervenire, avvicinandosi al corpo esanime di Fakir solo nel momento in cui non si muove più. Nonostante la Cri abbia declinato alla richiesta di rispondere alle domande di questo giornale, è giunto un comunicato stampa in cui «esprime il proprio cordoglio alla famiglia di Abderrahim Fakir e si dichiara a completa disposizione dell’autorità giudiziaria per contribuire a fare piena chiarezza su quanto accaduto».
Anche l’Azienda unità sanitaria locale (Ausl) di Bologna parla tramite comunicati stampa: «Stiamo acquisendo tutte le informazioni disponibili al fine di ricostruire puntualmente lo svolgimento dell’intervento e procedere a una valutazione delle modalità con cui si sono svolti i fatti per quanto di competenza del sistema sanitario». Nel comunicato stampa dell’Ausl viene riportata anche la sequenza dell’intervento del sistema di emergenza territoriale 118: alle ore 12:17 avviene l'invio dell’ambulanza Bologna 65 (con equipaggio della Cri). Successivamente, alle ore 12:30, arriva sul posto l’ambulanza. Dopo sei minuti, alle 12:36, l’equipaggio della Cri contatta la Centrale Operativa 118 per un consulto medico e, contestualmente, richiede l’invio dell’automedica. Alle 12:42 è stata inviata l’automedica Bologna101, che, arrivata sul posto alle 12:53, ha constatato il decesso di Fakir.
Il ruolo del soccorritore
In questa catena di eventi, ci sono ancora molti punti da chiarire. Ma un dato è certo: il ruolo del volontario soccorritore e del sanitario, quando arriva in loco dopo una chiamata del 118, è sempre quello di garantire la salute del paziente. In questo caso, come conferma l’Ausl di Bologna, i primi ad arrivare sul posto erano quattro volontari soccorritori della Croce rossa italiana (Cri).
«La prima cosa che si insegna ai volontari è mettere in sicurezza la scena, per loro stessi e per il paziente – spiega Andrea Ansaldo Scartabelli, medico specialista in emergenza-urgenza – Se la persona è incosciente e immobilizzata e anche se è cosciente e mobilizzata si può intervenire nel primo soccorso, l’importante è che non metta a repentaglio la sicurezza del personale sanitario».
I soccorritori sono delle persone che «non hanno una preparazione sanitaria ufficiale, se non quella che fornisce loro l’ente per cui lavorano – spiega il medico – una formazione che comprende non solo la rianimazione cardio respiratoria e l’uso del defibrillatore ma anche il riconoscimento dell’evento di arresto cardiaco, con delle manovre». Ma, in questo caso, «è chiaro, dal video che ho visto, che la persona è deceduta dopo la contenzione e dopo essersi lamentata per il dolore».
All’arrivo della prima ambulanza, i soccorritori «sarebbero dovuti intervenire per controllare lo stato di salute del paziente e chiedere di limitare la cruenza della contenzioni, dato che il paziente era già fisicamente impossibilitato a nuocere a terzi – perché contenuto dalla polizia – ma urlava di dolore». Poi si sarebbe dovuto intervenire «sia per metterlo in una posizione corretta per la respirazione, sia quando non respirava più mettendo subito in campo le manovre di rianimazione, richiedendo l’intervento dei medici mentre si provava a tenerlo in vita».
A chiamare il 118 sono stati i due agenti intervenuti, secondo il comunicato diffuso dalla questura. Il medico si domanda: «Perché la centrale operativa non ha mandato un mezzo con infermieri e medici già dal principio?». Una certezza rimane salda per tutti i sanitari e le sanitarie che abbiamo interpellato e che hanno chiesto di rimanere anonimi: Fakir si poteva e si doveva salvare.
Il rischio di una sanità ridotta a funzione dell'ordine pubblico
«Chi fa il nostro mestiere non può guardare quei cinque minuti senza provare sdegno e vergogna – dice Stefano Caselli, infermiere e rappresentante legale del Laboratorio salute popolare (Lsp) di Bologna – Non perché sappiamo tutto ciò che è accaduto, ma perché sappiamo perfettamente quale dovrebbe essere il nostro ruolo». Il personale sanitario «non nasce per legittimare la violenza dello Stato, né per certificare a posteriori ciò che altri hanno già deciso. Non è chiamato a essere una presenza muta, un testimone acefalo, o peggio ancora un ingranaggio che rende accettabile ciò che accettabile non è. Se la cura perde la capacità di opporsi alla disumanizzazione, allora smette di essere cura».
Essere sanitari, insomma, significa «assumersi una responsabilità che viene prima di qualsiasi gerarchia: riconoscere sempre la persona che abbiamo davanti, difenderne la dignità, non voltare lo sguardo quando quella dignità viene calpestata».
Caselli ricorda che le immagini del video interrogano profondamente la professione di sanitarie e sanitari: «Ci mostrano il rischio di una sanità ridotta a funzione dell'ordine pubblico, incapace di mantenere la propria autonomia etica. E una sanità che rinuncia alla propria autonomia diventa inevitabilmente complice del potere, invece che presidio dei diritti».
Anche per gli altri medici e sanitari che abbiamo interpellato, questa vicenda è «il frutto del progressivo attacco all'autonomia della professione sanitaria. Dalle pressioni esercitate nei contesti di frontiera e nei Cpr fino a vicende come quella dei medici di Ravenna, il messaggio è lo stesso: il sapere sanitario deve adattarsi alle esigenze del controllo e della repressione. Ma è proprio questa autonomia, invece, che siamo chiamati a difendere con forza».
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