Termina la seconda stagione dell’indagine del nostro giornale sulle carceri. La storia esige un’assunzione di responsabilità. Dalle torture in Libia a San Vittore. Il viaggio del giovane migrante è il simbolo del fallimento di un sistema che calpesta la Costituzione
Un lavoro giornalistico d’inchiesta e di reportage richiede molti mesi di ricerca e preparazione, ore di interviste, riflessioni e scrittura. Non è facile, nel corso di quei mesi, prevedere come verrà accolto una volta finito, quali effetti avrà sulle persone che incontreranno la storia che hai scelto di raccontare. Gattabuia è un podcast sul carcere, giunto alla seconda stagione. Dopo aver raccontato le condizioni di vita delle oltre 64mila persone detenute nei penitenziari italiani, abbiamo deciso di completare la narrazione spostando lo sguardo sui ragazzi del carcere minorile. Come farlo? È una domanda che mi sono posta con molta serietà.
Avevo di fronte un dato: più di 600 minori e giovani adulti si trovano oggi reclusi in carcere, un luogo di negazione dei diritti e della dignità che raramente assolve la funzione rieducativa prescritta dalla Costituzione. Raccontare i reati non era sufficiente. Bisognava tornare indietro e capire quali negligenze — sociali, politiche, familiari, comunitarie — avessero portato a un esito tanto tragico.
La storia al centro della seconda stagione di Gattabuia è quella di Youssef Barsom, arrivato in Italia come minore straniero non accompagnato dopo mesi di torture e vessazioni nei campi di prigionia libici, e morto tre anni dopo in una cella del carcere di San Vittore. Ciò che accade nel mezzo è l’oggetto di questa inchiesta: un attraversamento che prova a fare luce su un sistema di accoglienza e di cura delle fragilità che ha fallito il suo compito. Non più un coro di voci, ma una storia. Seguirla fino in fondo, senza distogliere lo sguardo, anche quando guardare diventa doloroso. Restare dentro abbastanza a lungo da vedere come si intrecciano le linee: la migrazione, la marginalità, l’incontro con il sistema penale, le detenzioni in carcere, le comunità. Ridurre il campo per allargare lo sguardo, raccontando la traiettoria di chi non riesce a seguire il sentiero tracciato, a restare sui binari dritti. Oggi esce l’ultima puntata di questa seconda stagione. La fine di un viaggio dentro una delle tante prigioni della nostra società.
Una critica sociale
Il carcere è un’istituzione storicamente situata, profondamente legata alla modernità e ai suoi bisogni. Ma le logiche che lo attraversano — separare, contenere, rendere invisibile, amministrare le vite considerate eccedenti — hanno una continuità che attraversa i secoli. Raccontarlo significa anche constatare questo: il carcere è la risposta attuale a un problema antico. Non è l’unico orizzonte possibile, è quello che ci si presenta davanti.
Mettere in dubbio l’efficacia di questo modo di concepire la giustizia, specie quella minorile, richiede allora di allargare lo sguardo alle altre istituzioni sociali: la scuola, i servizi sociali, i sistemi di accoglienza, le politiche migratorie, il lavoro. È anche per questa trasversalità che i riscontri su Gattabuia sono stati molti e sono arrivati da persone e figure professionali diverse tra loro.
Un agente penitenziario mi ha scritto che il podcast potrebbe essere utile anche per la formazione degli operatori. Perché rompe una dicotomia che dentro il carcere è spesso data per scontata e assume forme violente: quella tra chi custodisce e chi è custodito. «Dietro ogni persona c’è sempre un dramma», ha scritto, sottolineando come questa consapevolezza spesso manchi a chi ogni giorno lavora a stretto contatto con i detenuti.
Un’insegnante mi ha raccontato che sta ascoltando le puntate in classe, con i suoi studenti. Che discutono, che si fermano, che fanno fatica. Gattabuia è per loro il racconto di un coetaneo con una vita molto diversa, uno dei ragazzi che vedono bivaccare alle stazioni e di cui forse hanno paura, o che incontrano nelle periferie delle loro città. Ho ricevuto messaggi da medici, giornalisti, assistenti sociali, educatori. E anche da persone che nella vita si occupano di altro, ma che per impegno civile, interesse o semplice curiosità hanno dedicato tempo all’ascolto di questa storia.
La raccolta
Per chi lo ha conosciuto, il racconto della storia di Youssef Barsom nelle puntate di Gattabuia è stato molto doloroso, ma — mi è stato detto — necessario. Ripercorrere il suo percorso migratorio e di accoglienza significa anche mettere a fuoco le ingiustizie e gli ostacoli che ha incontrato e che chi lo ha seguito ha provato ad affrontare, senza riuscire a cambiarne l’esito. La sua vicenda non è isolata. Al contrario, testimonia problemi comuni a molti altri ragazzi e ragazze, intrecciando fragilità personali e responsabilità sistemiche. Per questo, chi ha lavorato accanto a Youssef ha deciso di compiere un gesto concreto: una raccolta fondi per sostenere altri minori e giovani adulti che si trovano in condizioni simili, nelle carceri italiane, senza dimora o privi di sostegno. È possibile segnalare situazioni scrivendo a inmemoriadiyoussef@gmail.com e seguire le attività del fondo attraverso le pagine social dedicate.
Il viaggio di Gattabuia, per ora, si conclude qui. Ma il lavoro comune e l’assunzione di responsabilità che questa storia esige sono appena iniziati e riguardano tutti i cittadini e le cittadine.
Gattabuia è un podcast di Domani prodotto con Emons Record.
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