La narrazione di Valditara e la realtà dei fatti: si arriverà tra due anni all’uso generalizzato di questi nuovi strumenti senza che si sia prodotta alcuna prova scientifica del loro effettivo beneficio
È strano il rapporto del ministero dell’Istruzione e del merito con la tecnologia: mentre da un lato mette il bando assoluto sui cellullari, dall’altro annuncia l’inizio di sperimentazioni per testare l’impatto dell’uso didattico dell’intelligenza artificiale. Peccato che l’impostazione di tutto il progetto appaia più ideologica che scientifica, che l’annunciata “sperimentazione” non si può davvero definire tale e che l’esito probabilmente è già scritto: si arriverà tra due anni all’uso generalizzato di questi nuovi strumenti senza che si sia prodotta alcuna prova scientifica del loro effettivo beneficio.
A inizio settembre sul palco del forum Ambrosetti di Cernobbio il ministro Giuseppe Valditara ha detto che a partire da quest’anno scolastico si sperimenterà l’introduzione di sistemi di intelligenza artificiale in alcune classi italiane. Lo scopo è verificare se l’introduzione di assistenti virtuali possa essere d’aiuto ad alunni e insegnanti. Sono coinvolte quindici classi di scuole medie e superiori, distribuite in quattro regioni: Lombardia, Toscana, Lazio e Calabria. Il test durerà due anni. A Invalsi, poi, il compito di valutare i risultati. E se i riscontri saranno positivi, ecco che l’Ia potrebbe entrare in tutte le classi già nel 2026.
“Assistenti virtuali”
Con “assistenti virtuali” si intendono software capaci di fornire risposte o indicazioni in base agli input degli utenti. In classe strumenti di questo tipo dovrebbero essere in grado di fornire a ogni studente un supporto personalizzato sulle sue esigenze, per questo si parla di tecnologia di apprendimento adattivo. In particolare, il software adottato da quest’anno in alcune classi è marchiato Google. Si chiama “Esercizi guidati” e le materie che per ora supporta sono matematica e lingue.
Su YouTube, nel canale Google for education, è presente un video dove si assicura che «con “Esercizi guidati” ogni studente riceve l’assistenza necessaria in modo più veloce e ogni insegnate ottiene informazioni utili per migliorare». Ma come funziona esattamente? Innanzitutto – spiega il video – “Esercizi guidati” consente agli insegnati di creare esercizi sulla base di materiale già esistente oppure da zero, poi «la tecnologia di apprendimento adattivo utilizza l’intelligenza artificiale per identificare quali sono le abilità di apprendimento più rilevanti per ogni domanda e offre consigli e risorse appropriate». Nel momento in cui lo studente esegue gli esercizi riceve un feedback immediato, per cui sa subito quando una risposta è corretta o no. In caso di errori riceve assistenza e suggerimenti che possono contenere video o «schede concettuali specifiche per ogni abilità di apprendimento». L’insegnante potrà poi accedere a «funzioni avanzate nella visualizzazione delle valutazioni» attraverso cui può rivedere tutti i tentativi dei suoi studenti, mentre il software rileva «la tendenza di tutta l’aula, affinché ogni insegnate possa aggiustare la pianificazione».
Evidenze scientifiche?
«La personalizzazione della didattica – ha rivendicato Valditara a Cernobbio – è uno dei must della mia azione di governo in materia di istruzione e credo che l’intelligenza artificiale adeguatamente guidata dal docente possa svolgere un ruolo significativo».
Ma cosa garantisce che questo impiego dell’Ia possa realmente avere «un ruolo significativo» nell’esperienza didattica degli alunni? Paolo Branchini, consigliere del ministero e curatore di questo progetto, parlando al Quotidiano nazionale ha ammesso che «al momento non ci sono evidenze dirette con assistenti basati su Ia. Per questo la sperimentazione serve a chiarire se funziona».
Certo, ma allora bisognerà valutare anche il valore scientifico di questa sperimentazione. Che sembra essere molto scarso, al punto che è forse improprio parlare di “sperimentazione”. A sostenerlo è Mario Maviglia, già dirigente tecnico e provveditore degli studi di Brescia ma anche docente di Metodi e strumenti per la sperimentazione educativa all’Università Cattolica di Brescia. «Io ho insegnato questa materia per dieci anni – dice Maviglia – e una delle prime cose che viene spiegata agli studenti è che una sperimentazione richiede una situazione molto controllata e protocolli molto rigorosi. Si parte prima di tutto dalla definizione di una ipotesi, che deve essere il più possibile precisa, delimitata, circoscritta». Bisogna poi avere rigore anche nella scelta del campione di classi coinvolte affinché sia abbastanza rappresentativo.
Questi requisiti sembrano mancare nel progetto del ministero, almeno per quanto è stato reso pubblico fino a ora: «Mi sembra una cosa molto evanescente, per usare un eufemismo. Chiamare in causa la parola “sperimentazione” è molto pretenzioso», prosegue Maviglia. Date queste premesse le conclusioni sembrano già scritte: «Sicuramente da qui a due anni si dirà che i risultati sono stati significativi. Ma non si potrà spiegare il perché. Perché c’è stato l’uso dell’intelligenza artificiale o perché sono intervenuti altri fattori, peraltro studiati dalla letteratura scientifica, di cui il ministro non ha tenuto conto?».
La percezione è che dietro alla presunta sperimentazione ci sia «un disegno politico», cioè la volontà di introdurre l’assistente virtuale nelle scuole, a prescindere dai riscontri. «Tanto valeva dire “noi vogliamo introdurre l’intelligenza artificiale a scuola, chi vuole aderisca, tanto tra due anni lo generalizziamo”. Sarebbe stato più onesto». E dire che le possibilità per una ricerca serie esistevano: «Bisognava affidarsi a una equipe scientifica seria, e in Italia ne abbiamo – spiega Maviglia – Ci sono tante università italiane che hanno la cattedra di pedagogia sperimentale. Si sarebbe potuta avviare una sperimentazione con tutti i crismi della scientificità. Però ci vogliono tempo e soldi, perché non ci si può improvvisare così».
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