In questi giorni, il numero dei contagi si sta pericolosamente avvicinando ai livelli registrati durante il picco della pandemia. Le richieste di chiudere le scuole si moltiplicano e in Campania, il presidente della regione Vincenzo De Luca è passato dalle parole ai fatti. Ma per prendere decisioni così gravi per il futuro di studenti, famiglie, insegnanti e personale scolastico servirebbero dati e numeri certi, così che le loro vite non vengano sconvolte e complicate ancora di più senza ragione. 

A più di un mese dall’apertura delle scuole, però, il ministero dell’Istruzione ha sistematicamente fallito nel produrre qualsiasi tipo di dato affidabile su come il contagio si sta diffondendo nel nostro sistema scolastico. I pochi che sono stati diffusi sono vaghi, incompleti e del tutto insufficienti per permettere alle autorità e all’opinione pubblica di informarsi adeguatamente sull’andamento del contagio nel nostro sistema scolastico. 

Soltanto questionari

Dopo numerose sollecitazioni affinché la metodologia di raccolta e il tipo di dati diffusi venisse chiarito, il ministero ha fatto sapere a Domani che i numeri che la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha diffuso fino ad oggi come se fossero il frutto di un sistematico monitoraggio scientifico, sono in realtà il risultato di comunicazioni di singoli dirigenti scolastici elaborati in maniera statistica. Si tratta, in altre parole, di semplici questionari.

Ad oggi non sappiamo se le nostre scuole sono focolai di contagio, né se contribuiscono in maniera significativa al diffondersi dell’epidemia. Non sappiamo se gli sforzi, spesso eroici, di insegnanti, presidi e genitori per cercare di tenere aperte le scuole in sicurezza hanno prodotto risultati o se invece stiamo continuando a esporli al pericolo.

I numeri del ministero

Le scuole hanno riaperto in gran parte del paese lo scorso 14 settembre, ma fino ad oggi, il ministero ha comunicato i numeri sui contagi soltanto due volte. La più recente risale alla settimana scorsa, e si riferisce alla situazione al 10 ottobre. Il comunicato affermava che “gli studenti contagiati sono pari allo 0,08 per cento (5.793 casi di positività)”. Il dato precedente, pubblicato al 5 ottobre con numeri che risalivano al 26 settembre, era pari a 1.493 casi di positività fra gli studenti. Il ministero, però, non ha mai comunicato il numero di tamponi effettuati per rintracciare questi contagi, rendendo il dato praticamente inutile.

La ministra Azzolina, inoltre, ha utilizzato queste cifre per rassicurare la popolazione sulla sicurezza della scuola. Se presi alla lettera, però, questi numeri suggeriscono una realtà opposta. Il tasso di positività dell’intera popolazione italiana, infatti, era al 10 ottobre pari allo 0,05 per cento (più di 30mila contagi ufficiali nel periodo considerato su 60 milioni di abitanti). Il tasso di positività dell’intera popolazione italiana era quindi all’epoca - seguendo la stessa metodologia della ministra - addirittura più basso di quello fra gli studenti. Lo stesso ragionamento si può fare per quanto riguarda il personale non docente e insegnanti. 

Il secondo grosso problema è che i dati comunicati dal ministero non contengono alcuna indicazione territoriale. Abbiamo ormai capito che la pandemia può creare distinti cluster e focolai che è fondamentale identificare e fermare il prima possibile. Ma dai dati del ministero non abbiamo idea di quali scuole in quali regioni sono colpite più di altre. Il ministero ha fatto sapere a Domani che i dati vengono raccolti “settimanalmente attraverso l’invio di un questionario ai dirigenti scolastici”. Ma non abbiamo idea di quanti presidi rispondano e di come siano distribuite sul territorio le loro scuole.

Avere dati precisi significa capire meglio dove si evolve la pandemia e agire nel caso. Ad esempio, uno studio del ricercatore Salvatore Lattanzio pubblicato sul sito lavoce.info misura l’evoluzione della pandemia dividendo le regioni tra quelle che hanno riaperto le scuole il 14 settembre e quelle che le hanno riaperte il 24. Calcolando la differenza del nuovo numero di casi, Lattanzio dimostra come nell’ultima settimana le cose siano cambiate e si nota un aumento significativo nelle regioni che hanno aperto prima. Si tratta di un primo studio e altri dovranno essere fatti per confermare il ruolo delle scuole nell’epidemia. Ma questo lavoro di un singolo ricercatore dimostra l’importanza di avere sottomano numeri precisi e affidabili.

(LaPresse)

Cosa succede all’estero

In Francia, l’andamento del contagio nelle scuole è misurato con precisione settimanale e viene riferito non solo il numero assoluto dei casi, ma anche il numero di cluster, contagi collegati di due o più persone. Al momento, circa un terzo del totale dei cluster francesi ha origini riconducibili alle scuole. In america addirittura, esiste un sito internet (ratecoviddashboard.com) che da un’istantanea di quanto siano trasparenti le diverse università e i college rispetto alla diffusione del contagio nei diversi istituti scolastici. Il ratings viene fatto con misure e dati pubblici rispetto alla frequenza degli aggiornamenti, i dati presentati, la leggibilità e velocità con cui vengono comunicati dai vari istituti.

La crisi Covid-19 ha costretto la chiusura delle scuole in 188 paesi, interrompendo pesantemente il processo di apprendimento di oltre 1,7 miliardi di studenti e sconvolgendo la vita delle loro famiglie. L’Italia è stata una delle prime a chiudere dopo la Cina e non ha mai riaperto le scuole, rimandando tutti gli studenti direttamente a settembre. In questi mesi di chiusura prolungata e di sforzi enormi da parte di tutto il sistema per garantire la riapertura in sicurezza era facile immaginare che il ministero avesse studiato anche come monitorare efficacemente una cosa fondamentale come l’evoluzione del contagio nelle scuole. E invece, la Ministra è arrivati a settembre totalmente impreparata. 

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