Calano gli occupati e crescono gli inattivi. Tra le categorie più escluse e penalizzate, i giovani e le donne. È quanto emerge dalla stima provvisoria aggiornata a marzo 2026 dell’Istat, presentata a Roma alla vigilia del Primo maggio
L’Italia si muove a passo di gambero. Più indietro che in avanti. È ciò che emerge dai dati sul lavoro dell’Istituto nazionale di Statistica, presentati giovedì 30 aprile a Roma, da cui rimbalza, a colpo d’occhio, la corsa all’indietro del sistema italiano. I grandi esclusi restano i giovani, sebbene più istruiti, e le donne. Con una forbice preoccupante tra i dati sull’occupazione nostrani e quelli che si registrano nell’Unione europea.
Diminuiscono gli occupati giovani
Negli ultimi venti anni, al netto dei fattori demografici, il tasso di occupazione in Italia è diminuito di otto punti per i 15-24enni e di un punto per i 25-34enni, mentre è aumentato di due punti per i 35-49enni, di ventitré punti tra i 50-64enni e di tre punti tra i 65-89enni. La crescita degli occupati, di quasi 1,8 milioni, riguarda unicamente gli individui di 50 anni e più (mezzo milione con almeno 65 anni).
Con la diffusione e il prolungamento dell’istruzione, la partecipazione al mercato del lavoro si è ridotta prima per i più giovani, fino a 19 anni, e, negli ultimi vent’anni, anche per la classe 20-29 anni: nel 1955, i giovani sotto i 30 anni rappresentavano oltre un terzo degli occupati, mentre oggi sono poco più del 10 per cento.
Nel 2025, nel complesso, il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni in Italia è pari al 62,5 per cento, di 8,5 punti percentuali inferiore rispetto all’insieme dell’Unione europea (71 per cento). A confronto con il 2005 i tassi sono aumentati di 5,2 punti in Italia, e 8,9 nell’Ue, con un conseguente allargamento del divario.
Crescono gli inattivi
A marzo 2026, su base mensile, in Italia il calo degli occupati e dei disoccupati si associa alla crescita degli inattivi. Con gli occupati che diminuiscono di 12mila unità su febbraio e di 30mila unità su marzo 2025. Il tasso di disoccupazione scende di 0,1 punti al 5,2 per cento, mentre quello giovanile sale al 18,1 per cento (+0,6 punti).
La diminuzione degli occupati (-0,1 per cento, pari a -12 mila unità) riguarda le donne, i dipendenti a termine, gli autonomi, i giovani tra i 15 e i 24 anni e chi ha almeno 50 anni d’età. La crescita degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,4 per cento, pari a +46 mila unità) si riscontra per entrambi i sessi, tra i 15-24enni e chi ha almeno 50 anni d'età.
A far riflettere è proprio il numero di inattivi, cioè di chi non fa parte della forza lavoro, in cerca di occupazione con precedenti esperienze di lavoro o in cerca di prima occupazione. Che raccontano quanto il livello di partecipazione al mondo del lavoro in Italia è ancora molto basso.
Inattivi e neet, chi sono
Ma chi sono gli inattivi? Una fascia eterogenea. Si tratta di quelle persone che vogliono lavorare, che stanno cercando attivamente lavoro nell’ultimo mese e sono subito disponibili a entrare nel mercato del lavoro, coloro che hanno smesso di cercare lavoro perché dicono che non si riesce a trovare. In sostanza, anche chi non lavora e non cerca lavoro, o non sarebbe disponibile a iniziare a lavorare, per esempio perché impegnato negli studi, in pensione, o dedito alla cura della casa e/o della famiglia.
Il tasso di inattività è più alto tra le donne e questo tira in ballo la questione della conciliazione dei tempi di lavoro e di cura, che gravano soprattutto sulle donne, la vita lavorativa con quella famigliare.
Un calo della disoccupazione associato a un aumento dell’occupazione è senz’altro un fatto positivo – sostiene Federica Pintaldi, dirigente Istat, durante il talk, ma quando invece la diminuzione della disoccupazione si associa a un aumento della inattività e l’occupazione non aumenta, come si rileva per marzo 2026, potrebbero innescarsi fenomeni di scoraggiamento, con la forza lavoro che diminuisce.
Un rallentamento
Fino al 2023, i dati Istat registrano un aumento della partecipazione al mondo del lavoro, con un forte calo dell’inattività. E questo rappresenta un segnale positivo, tenendo conto che l’Italia è ancora oggi per tasso di occupazione in fondo alla graduatoria della media europea, agli ultimi posti senza dubbio per quanto riguarda quello delle donne.
Da novembre 2025, emerge però un cambio di passo, con gli inattivi che cominciano ad aumentare in modo ininterrotto in termini sia tendenziali che congiunturali. Un rallentamento che va di pari passo con quello dell’economia. I dati sulla inattività di marzo 2026 evidenziano anche una forte distanza in termini di genere, tra uomini e donne. Con il tasso di inattività che sale dal 25,5 per cento per gli uomini al 42,7 per cento delle donne. A rimarcare così la natura strutturale di tale discrepanza, se non proprio spaccatura.
La crescita dell’occupazione femminile ha beneficiato delle opportunità lavorative offerte dall’espansione del terziario e del lavoro a orario ridotto, ma si lega soprattutto all’aumento della quota di donne più istruite.
Tuttavia, nonostante la crescita il tasso di occupazione femminile oggi è ancora di quasi diciotto punti inferiore a quello degli uomini e l’Italia è il Paese europeo con il valore più basso, inferiore di circa nove punti rispetto alla Spagna, tredici alla Francia e venti alla Germania, con tassi di occupazione più bassi in Italia soprattutto per le donne con istruzione media e bassa.
© Riproduzione riservata

