L’ex capo della curva del Milan è passato dalla stretta di mano con il leader leghista nel 2018 a una nuova condanna per narcotraffico. Una parabola giudiziaria che riaccende interrogativi su relazioni, leggerezze e consenso cercato senza verifiche
C’è una fotografia che con il passare degli anni, invece di sbiadire, diventa sempre più pesante. È l’immagine che ritrae Luca Lucci e Matteo Salvini che si stringono la mano sorridenti in mezzo a un campo di calcio. Era il dicembre 2018 e, in occasione della festa per i 50 anni della curva del Milan, l’allora ministro dell’Interno non aveva perso l’occasione di farsi immortalare con il capo ultrà per racimolare un po’ di consenso.
La cronaca degli ultimi giorni, però, riporta prepotentemente alla memoria quell’immagine: mentre Salvini sogna un rimpasto di governo e punta a riprendersi il Viminale, sua grande ossessione, per Lucci arriva una nuova condanna, questa volta a 18 anni e 8 mesi per traffico internazionale di stupefacenti.
La condanna
Già condannato in via definitiva a 10 anni per l’inchiesta Doppia Curva, Lucci era stato destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare nel dicembre del 2024 nell’ambito di un’inchiesta dell’antimafia milanese su un’associazione dedita al narcotraffico. Secondo i pm Leonardo Lesti e Rosario Ferracane, che a novembre avevano chiesto una condanna a vent’anni, al vertice del sodalizio ci sarebbe stato proprio l’ex capo della curva rossonera. Nata come costola dell’inchiesta sul tifo organizzato milanese, l’indagine avrebbe documentato come, tra il giugno del 2020 e il marzo del 2021, il gruppo avrebbe movimentato tre tonnellate di hashish, 255 chili di marijuana e 53 chili di cocaina.
La condanna, pronunciata venerdì dalla gup Giulia Masci, chiude così l’ultimo filone investigativo legato a Doppia Curva e riconosce ancora una volta il ruolo centrale di Lucci nelle dinamiche criminali che si sono sviluppate attorno alle tifoserie organizzate di Milan e Inter. Insieme a Lucci tra i promotori del gruppi ci sarebbe stato il trentaduenne albanese Fatjon Gjonaj, condannato a 13 anni e 6 mesi. Pene più lievi, invece, per gli altri 21 imputati, accusati di far parte del sodalizio ma senza avere ruoli organizzativi o di coordinamento, ai quali la gip ha comminato condanne variabili a partire dai tre anni di reclusione.
La gup Giulia Masci ha sostanzialmente fatto propria l’impostazione della procura, riconoscendo la solidità dell’impianto accusatorio. Nel corso del procedimento è stata dunque confermata l’esistenza di un’organizzazione strutturata e gerarchica, attiva nell’importazione di stupefacenti dall’estero e nella successiva distribuzione sul territorio. Una rete articolata capace di gestire lo smistamento della droga nelle principali piazze di spaccio di Milano e della Lombardia, con ruoli definiti e una divisione precisa dei compiti tra i diversi membri coinvolti. La sentenza rende così ancor più evidente il ruolo di Lucci delineando un profilo che, secondo i giudici, va ben oltre la leadership ultras, collocandolo stabilmente in un contesto criminale strutturato.
Chi è Lucci
Classe 1981, Lucci è stato per anni il volto e il leader della curva milanista. Salito ai vertici del tifo organizzato rossonero nel 2009, è stato da subito coinvolto in varie vicende giudiziarie. Nel febbraio di quell’anno, durante un derby, colpì con un pugno al volto un tifoso interista, Virgilio Motta, causandogli la perdita di un occhio. “Il Toro”, questo il soprannome di Lucci negli ambienti ultras, venne condannato a quattro anni e mezzo e a risarcire la vittima con 140mila euro. Motta, che non era legato a gruppi ultras, si tolse la vita tre anni dopo a causa degli strascichi psicologici di quell’aggressione.
Negli anni Lucci è finito più volte al centro delle indagini della procura: droga, aggressioni e un sistema criminale che sembra sempre più vicino a un modello mafioso. E inevitabilmente il suo nome è emerso con forza nell’inchiesta Doppia Curva, che ha messo in luce i legami tra tifoserie organizzate di Milan e Inter e ambienti criminali di rilievo. L’estate scorsa la condanna, 10 anni con rito abbreviato, con cui il giudice ha messo nero su bianco, non solo il suo ruolo di vertice nel sodalizio criminale, ma anche le sue responsabilità come mandante del tentato omicidio dell’ultrà Enzo Anghinelli nel 2019.
Nel mezzo una rete di rapporti e relazioni con personaggi pubblici di vario genere. I suoi rapporti con Fedez, «carissimo amico» del capo ultrà rossonero con cui intesseva affari di ogni tipo, dimostrano la sua capacità di tessere rapporti ad ogni livello. E poi quella foto con Salvini. «Ha insistito lui per farla, figuratevi che io sono di sinistra» aveva detto Lucci nel corso del processo per Doppia Curva. «Non è vero, non sapevo nemmeno chi fosse» la replica immediata del leader del Carroccio. Probabilmente non sapremo mai chi abbia chiesto quella foto, anche se sembra difficile immaginare che l'allora ministro dell’Interno non fosse informato sui trascorsi del principale esponente della curva della squadra per cui tifa. Una cosa però è certa: ancora una volta quell’immagine torna alla ribalta per mostrare la leggerezza con cui chi sogna il Viminale intesse rapporti e relazioni. Senza, pare, nemmeno informarsi prima su chi ha davanti.
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