Le 44 persone bloccate sulla piattaforma petrolifera Didon, tra Libia e Tunisia, e soccorse venerdì dalla nave Aurora dell’ong Sea-Watch sono sbarcate sabato a Lampedusa. Alla nave di Sea-Watch era stato assegnato come porto di sbarco Porto Empedocle, ma l’organizzazione ha fatto sapere che era troppo distante per il rifornimento rimasto. «Porto Empedocle è troppo distante per il carburante rimasto», ha segnalato l’ong, ricordando che i profughi sono «esausti per aver passato cinque giorni su una piattaforma petrolifera abbandonata».

«Quando gli stati europei abbandonano le persone in mare ancora una volta è la società civile che le porta in salvo», ha denunciato l’ong. I naufraghi si erano infatti rifugiati sei giorni fa sulla piattaforma per sfuggire alla tempesta. Le autorità europee non hanno risposto alle richieste di soccorso e alle segnalazioni lanciate da Alarm Phone, fino a che la nave veloce di Sea-Watch è partita da Lampedusa per andare a soccorrerli. 

Le operazioni di soccorso – aveva avvertito Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch – si annunciavano «particolarmente complesse», perché le «condizioni di mare» hanno reso «difficile avvicinarsi alla piattaforma». Per questo l’organizzazione chiedeva «un urgentissimo intervento istituzionale, per garantire la sicurezza di queste persone», tra cui ci sono anche donne e bambini.

Cimitero Mediterraneo

L’allarme è arrivato proprio nei giorni in cui sono stati segnalati diversi naufragi. Almeno due in 24 ore. In tre giorni sono stati recuperati 104 corpi in mare, gli ultimi 19 dalla Guardia costiera italiana in acque Sar libiche. Cinquantotto i sopravvissuti.

Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), dall’inizio dell’anno sono morte o risultano disperse almeno 831 persone nel Mediterraneo. Si tratta però di stime al ribasso. Solo a causa del ciclone Harry che ha colpito il sud Italia nei mesi scorsi si stimano circa mille persone scomparse in mare.

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