Con il numero di nuovi casi di Covid-19 che continua a crescere diverse regioni stanno ricorrendo ad ogni strumento possibile per evitare di finire in zona gialla o arancione.

Creare nuovi posti letto in terapia intensiva, anche senza avere il personale per metterli in funzione, e dimettere il più alto numero possibile di ricoverati nel più breve tempo possibile sono le strategie più utilizzate.

Ma anche il crollo nel numero dei tamponi effettuati e nella qualità del tracciamento sembra indicare il crescente disinteresse delle regioni nel cercare i nuovi contagi che potrebbero portarle a nuove chiusure.

Il caso della Sicilia

La Sicilia è la regione più colpita in questa quarta ondata, con oltre 1.200 nuovi casi al giorno, circa un quarto dei 5mila individuati in tutta Italia. Dalla prossima settimana entrerà quasi sicuramente in zona gialla. I malati di Covid-19 occupano infatti più del 10 per cento dei posti disponibili in terapia intensiva e il 17 per cento di quelli in area medica, mentre la soglia che determina in passaggio in zona gialla è rispettivamente del 10 e del 15 per cento.

Ma la regione sarebbe già dovuta entrare in zona gialla la scorsa settimana. Vittorio Nicoletta, dottorando in sistemi decisionali e analisi dei dati all’università di Laval in Canada, è uno degli osservatori del Covid-19 ad essersi accorto come da mesi ormai i posti disponibili in terapia intensiva nella regione sono piuttosto ballerini.

A inizio luglio erano circa 630, mentre oggi, a parità di specialisti e infermieri, ce ne sono 200 in più. Il Movimento 5 Stelle in regione ha accusato la giunta di aver obbligato le aziende sanitarie a «riaprire i reparti Covid» così da «aumentare i posti letto e ritardare quello che sembra ormai un inevitabile passaggio in zona gialla».

Non solo ventilatori

Per mantenere attivo un letto di terapia intensiva non è sufficiente la presenza di un ventilatore, cioè il dispositivo meccanico che aiuta la respirazione del paziente. Servono anche specialisti in anestesia e infermieri, due professioni di cui c’è una grave mancanza non solo nel nostro paese.

È da quando sono stati introdotti i parametri basati sull’occupazione dei posti letto che gli esperti sottolineano come le regioni abbiano un incentivo a gonfiare i numeri di posti letto disponibili, conteggiando anche quelli dotati di ventilatore, ma non del personale per farlo funzionare.

Il problema si sarebbe solo aggravato con l’introduzione dei nuovi parametri lo scorso luglio, che danno ancora più importanza alla percentuale di occupazione dei posti letto.

Non è un problema solo della Sicilia, ma riguarda quasi tutta Italia. Prima dell’emergenza i posti in terapia intensiva in tutto il paese comunicati dalle regioni erano poco più di 5mila. Allo scorso ottobre erano passati a 7mila e oggi sono quasi 9mila, con altri mille definiti “attivabili”. Il tutto con lo stesso numero, o quasi, di medici e infermieri.

«Scaricare il più possibile»

Per restare in zona bianca si possono “aumentare” i posti letto oppure si può di liberare quelli occupati il più in fretta possibile.

Martedì, il quotidiano online Live Sicilia ha pubblicato una circolare diffusa dalla regione in cui si chiede agli ospedali di «assicurare un corretto turnover dei soggetti ricoverati per non sovraccaricare le strutture», dimettendo tutti i pazienti positivi, ma con sintomi lievi, come assenza di febbre per 48 ore e saturazione sopra il 90 per cento.

Stessa richiesta agli ospedali anche da parte della regione Liguria. Il quotidiano Secolo XIX ha pubblicato una serie di messaggi che il presidente della regione Giovanni Toti ha inviato in una chat condivisa con i direttori sanitari degli ospedali regionali.

«Cerchiamo di tenere il turnover più alto possibile», scrive Toti. «Oggi un solo dimesso – scrive Toti in un’altra occasione – O stanno tutti male e non discuto oppure, nonostante i miei appelli, qualcuno ha dormito un’ora in più». «La Liguria non può permettersi altre chiusure – scrive ancora – Cerchiamo di scaricare più possibile».

La Sardegna

Come la Sicilia, anche la Sardegna sembra destinata ad andare in zona gialla dalla prossima settimana. Si deciderà venerdì, sulla base di un altro parametro: l’incidenza settimanale dei nuovi casi ogni 100mila abitanti, vicina alla soglia critica di 150.

Tutto dipenderà da quanti contagi saranno individuati nei prossimi giorni. Come ha detto ieri Antonello Maruotti docente di statistica all'Università Lumsa: «Pochi casi in più o in meno faranno la differenza, così come cruciale sarà il numero di tamponi effettuati; se cerchiamo un po’ di meno il virus, un po’ meno casi troviamo».

Purtroppo, le statistiche indicano che sono mesi che in tutta Italia il virus lo cerchiamo di meno. Lo scorso marzo, il sistema di tracciamento aveva raggiunto il record, con una media settimanale di oltre 300mila tamponi analizzati al giorno e punte superiori ai 370mila.

Oggi, questa cifra si è ridotta di un terzo. Ancora più notevole la riduzione delle persone testate, che esclude i tamponi rifatti alla stessa persona per confermarne positività o negatività. Fino a maggio, la media era di 100mila persone al giorno, oggi questa cifra si è dimezzata.

A essere diminuiti, sono soprattutto i tamponi molecolari, quelli più precisi e che si utilizzano di solito quando c’è un concreto sospetto di contagio o per confermare la positività risultata da un tampone rapido. Sono invece rimasti costanti i tamponi rapidi, meno precisi e utilizzati soprattutto per gli screening di massa 

 

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