Salgono ancora i contagi da coronavirus: sabato 10 ottobre i positivi registrati sono stati 5.724, ancora più dei 5.372 del giorno prima, a fronte di 133.084 tamponi (il giorno prima 129.471). La curva dei contagi ha sonnecchiato per tutto settembre e, arrivata alla soglia dei tremila casi, proprio come in Francia ha iniziato a salire in modo esponenziale. Troppa movida e pochi tamponi? Walter Ricciardi, consulente del ministero della Salute, dà una risposta politica: «Siamo andati avanti in ordine sparso, ogni regione con i suoi comitati di esperti e le sue strategie».

Anche Andrea Crisanti dice che abbiamo sbagliato tutto, che in questi mesi di tregua avremmo dovuto armare il sistema sanitario di una capacità pressoché infinita di fare tamponi. Vittorio Demicheli, epidemiologo piemontese che dall’inizio dell’epidemia dirige l’Agenzia di tutela della salute di Milano, invece dice: «La Francia fa il doppio dei tamponi di noi. È servito a qualcosa? Le azioni vanno mirate in base al rischio. E questo non sempre lo si fa».

In fila per un tampone

Così succede che la gente si arrabbi per ore di fila nei cosiddetti drive-in per il test. «Gran parte delle persone che va a farsi il tampone non ha sintomi, non fa nemmeno parte delle catene di trasmissione o di focolai. Ma così non serve a niente, ti fa stare tranquillo ma non ti protegge».

La regola aurea dovrebbe rimanere: chi sta male o pensa di essere stato contagiato, avvisa il medico che gli prenota il tampone. Nel frattempo si auto-isola insieme ai suoi contatti stretti in attesa dei risultati. Se positivo, anche i contatti fanno il tampone.

In coda per il tampone drive-in a San Giovanni a Roma (Foto: LaPresse)

Fuori controllo

Molte regioni già non riescono più a gestire la situazione. Lazio e Campania, che si sono risparmiati la prima ondata, ora hanno perso il controllo del tracciamento e hanno gli ospedali Covid pieni. Ma la Lombardia non sta molto meglio.

«Milano conta 500 casi in un giorno, metà del totale di quelli lombardi, mentre fino a ora rappresentavamo un terzo», dice Demicheli. Ogni caso genera una decina di contatti, servono 5.000 telefonate, impossibili da fare in un giorno. A inizio agosto si faceva il tampone entro 24 ore dalla segnalazione, ora si interviene a una settimana dalla chiamata. Se il contagio sale esponenzialmente ancora per una settimana, avverte Demicheli, «dovremo pensare a chiusure selettive per tipo di attività: rinunciamo all’aperitivo ma teniamo aperte le scuole, fin quando possibile».

Test rapidi

La Federazione dei medici di medicina generale (Fimmg) propone di coinvolgere i medici per fare test rapidi, ma il test rapido, che prevede comunque l’esecuzione di un tampone, cerca la presenza o meno dell’antigene del coronavirus, quindi può dare solo una risposta sì/no, che poi va confermata dal tampone molecolare che stabilisce la carica virale.

Molti medici di famiglia, però, non possono testare sospetti infetti nei loro ambulatori. «Servono strutture adeguate con spazi separati Covid», spiega il medico Simonetta Pagliani.

Direttive sui tamponi

Da ieri a Milano i medici possono prenotare direttamente il tampone per i loro assistiti senza passare dalla Ats. Il paziente può prenotarlo anche da solo, basta che avvisi il medico per consentire il tracciamento da parte del sistema.

«La medicina territoriale deve ridurre l’impatto sugli ospedali» conclude Pagliani. Per questo servono direttive chiare e omogenee tra regioni sull’uso dei tamponi, che evitino di far perdere tempo a servizi di prevenzione allo stremo.

«Da mesi proponiamo di stabilire una soglia di positività che scatta oltre una certa carica virale – spiega Demicheli – invece si continuano a considerare positivi anche coloro che hanno solo tracce di virus ma non sono contagiosi».

Un’altra idea è abolire il secondo tampone, oggi necessario per dichiarare la guarigione: basterebbe far passare 10 giorni prima di uscire dall’isolamento, come suggerisce l’Organizzazione mondiale della sanità.

Persone con la mascherina a Roma (AP)

Scontro tra ideologie

Anche la pandemia è diventata terreno di scontro fra visioni politiche contrapposte: la sinistra pro prevenzione territoriale e la destra pro ospedale.

«Facile dire di potenziare il territorio, ma oltre un certo limite questo non è possibile», dice Demicheli. «La scorsa settimana abbiamo messo un bando per 250 infermieri di famiglia. Se ne sono presentati 27. Stesso discorso per le Rsa, costrette a chiudere reparti per carenza di personale. Da agosto a metà settembre abbiamo potenziato la capacità di tracciamento di 20-30 volte, ma questa rimane comunque un risorsa che va usata senza sprechi».

Il sistema scricchiola

Ancora il 26 settembre l’Economist elogiava l’Italia, che «ha saputo mettere in piedi un sistema di tracciamento rapido e completo». Che adesso – passata la soglia dei 3.000 casi giornalieri – scricchiola.

Sembra che rispetto a Francia, Gran Bretagna e Spagna l’Italia questa volta abbia guadagnato tempo. Ma per quanto si ritardi l’urto, arriva il momento in cui non basta più il tracciamento, e ciò che fa la differenza sono «i comportamenti delle persone, la loro capacità di analizzare i rischi, la decisione di auto-isolarsi quando è il momento, prima di sottoporsi a un tampone. Rinunciare a certe attività di gruppo per salvaguardare servizi essenziali», dice Demicheli.

Secondo Walter Ricciardi, «C’è ancora una impreparazione mentale ad affrontare una pandemia, ma un nuovo lockdown sarebbe davvero una terribile sconfitta».


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