Con il loro nuovo nome di Giochi Universitari Mondiali, la manifestazione per studenti-atleti nata 66 anni fa ha aperto nella scorsa edizione di Torino a una novità: persone con e senza disabilità hanno gareggiato sulle stesse piste, nelle stesse giornate, sfilando nelle stesse cerimonie, premiati con le stesse medaglie. Il disagio di non poter raddoppiare l’organizzazione è stato trasformato in opportunità, realizzando l’anteprima di una visione dello sport del futuro
Se ne parla troppo poco nonostante siano il più grande evento sportivo multidisciplinare dopo i Giochi olimpici. Si potrebbero definire come la declinazione universitaria dello spirito olimpico tant’è che, una volta, il loro nome era “Universiadi”. Ora la FISU (Federazione Internazionale Sport Universitario) ha voluto ribattezzarle in “FISU World University Games“ (Giochi Universitari Mondiali FISU). Si disputano ogni due anni e, pur se con una riduzione del programma e alcune varianti nelle discipline, ripropongono la doppia versione, estiva e invernale. Lo scorso 23 gennaio, pressoché nel silenzio generale dei grandi media, si è conclusa l’edizione invernale numero 32, organizzata dall’Italia, in Piemonte, dove sono nate 66 anni fa. È l’ultimo capitolo di una bella storia che merita di essere ricordata, particolarmente in questo momento.

Le origini
La manifestazione, così come la conosciamo oggi, nasce nel 1959 a Torino. Era il tempo della guerra fredda e il mondo, rigidamente diviso in due blocchi, chiedeva segnali di disgelo. Le origini della FISU risalivano ad almeno 30 anni prima e con diversi nomi, alterne fortune e cadenze irregolari, aveva organizzato varie competizioni per studenti universitari ma mai con la capacità di darvi carattere di universalità: piuttosto rispecchiavano gli schieramenti di cui il mondo soffriva tant’è che i Paesi del patto di Varsavia avevano una loro federazione studentesca, l’ISU (International Union of Students) e le proprie gare.
Così qualcuno ebbe l’intuizione di rafforzare il messaggio dello spirito olimpico, uscito malconcio dalle due guerre mondiali e dal nuovo, arido assetto geopolitico e di farlo attraverso una nuova manifestazione; la cadenza sarebbe stata biennale (quindi più frequente delle Olimpiadi e in coerenza con la durata di una carriera universitaria) e il suo focus sul valore dello sport e della conoscenza al servizio della pace e del rispetto tra popoli.
La liturgia olimpica
Quell’idea incontrava il momento storico propizio per raccogliere unanimi consensi a favore di un evento grande, forte, significativo e, soprattutto, unitario che richiamasse in tutto e per tutto la liturgia olimpica: stelle al posto dei cerchi ma sempre cinque e con i diversi colori dei continenti; un motto, un inno “Gaudeamus Igitur”, la fiaccola (detta del sapere) il braciere, il giuramento, la sfilata delle delegazioni, la manifestazione di apertura e chiusura. Nessun dettaglio dimenticato, tutto come ai Giochi ma con l’enfasi, più ancora che ai Giochi, sullo sport come esperienza di conoscenza, comprensione e connessione tra diverse culture.
Esercizio, fatica, ricerca dell’eccellenza fisica mescolati con lo studio, l’impegno, lo sviluppo del pensiero critico. Con le Universiadi la FISU ha voluto offrire un nuovo modello organizzativo sportivo che illuminasse la cieca ricerca della massima prestazione con la luce della passione per la conoscenza; perciò il programma atletico dell’Universiade sta all’interno di una cornice di attività culturali. Perciò l’Universiade è spesso un’occasione di sperimentazione e innovazione.
“Quel qualcuno” che seppe trasformare l’intuizione in realtà fu Primo Nebiolo, allora presidente del CUS (Centro Universitario Sportivo) di Torino, che da lì iniziò a scalare la gerarchia della dirigenza, prima alla FISU poi alla federazione internazionale di atletica leggera di cui fu presidente dal 1981 al 1999. L’Italia, nell’onere-onore di madrina dei Giochi Universitari Mondiali FISU, è il Paese che ha ospitato più volte la manifestazione (5 edizioni estive e 7 invernali); talvolta anche sopperendo a debolezze altrui, come accadde nel 2013 quando il Trentino sostituì Maribor (Slovenia) che a metà del percorso organizzativo dovette rinunciare per ragioni economiche.
I numeri
Il record di partecipazione fu stabilito all’Universiade estiva di Bangkok, nel 2007, con 9006 atleti. Alle Olimpiadi di Parigi 2024, gli atleti erano 10500. Il numero massimo di Nazioni, 174, si raggiunse nell’edizione del 2003 a Taegu in Corea del Sud mentre ai Giochi olimpici, il numero massimo si toccò a Tokyo nel 2021, con 206 nazioni partecipanti. Questa appena conclusasi sul territorio italiano, primo grande evento sportivo internazionale del 2025, ha registrato nuovi primati per quanto riguarda un’edizione invernale: oltre 100 mila biglietti venduti, più di 15 mila accreditati alle gare, tutto esaurito per le cerimonie di apertura e chiusura e l’esibizione conclusiva del pattinaggio artistico. Ma non è per queste ragioni che passerà alla storia.
Il motivo per cui verrà ricordata è l’aver aperto il programma, per la prima volta, a competizioni riservate a studenti atleti con disabilità. Se da una prospettiva potrebbe prevalere l’imbarazzo per l’imperdonabile ritardo con cui arriva la scelta inclusiva, dalla prospettiva opposta risalta la lungimiranza con cui si è giunti ad un vero evento condiviso. Gli studenti–atleti, con e senza disabilità, hanno gareggiato nelle stesse piste, nelle stesse giornate, hanno sfilato nelle stesse cerimonie, sono stati premiati con le stesse medaglie. Nel disagio di non poter raddoppiare lo sforzo organizzativo il problema è stato trasformato in un’opportunità, realizzando l’anteprima di una visione dello sport del futuro che in molti sognano a tutti i livelli, compreso il più alto: non più Giochi olimpici e paralimpici ma semplicemente i Giochi.
Le medaglie italiane
Il Comitato organizzatore delle Universiadi invernali 2025 ha aperto la via dell’unione, in perfetta sintonia e armonia con l’obiettivo per cui l’Universiade nacque, 66 anni fa e in completo adempimento del valore dello sport come ponte tra diversità. Quasi fosse un segno, con cui l’universo tiene a battesimo il nuovo corso e premia lo sforzo di chi lo ha aperto, tra le 15 medaglie azzurre dell’Universiade piemontese, ci sono 4 ori di cui metà conquistati da Martina Vozza, ipovedente, con la sua guida Ylenia Sabidussi in due discipline del para sci alpino. E se un segno non bastasse ecco che le altre due medaglie d’oro italiane vengono vinte da atlete: Elisa Fava nello snowboard e Nathalie Bernard nel Free Style Ski Cross. Come a rivendicare che il successo “tecnico-agonistico” della manifestazione è stato costruito da chi, nella storia dello sport, l’inclusione l’ha sempre dovuta rincorrere.
Donne e persone con disabilità condividono un lungo inseguimento ai diritti e alle pari opportunità dentro lo sport e fuori. E sono loro a regalare all’Italia i quattro ori che così, come un emblema, ci parlano di un evento vincente rispetto alle nuove e vecchie, ancora irrisolte, sfide che lo sport del prossimo futuro dovrà affrontare e risolvere per essere credibile. Lo sport aristocratico dell’Ottocento è finito e anche piuttosto in fretta. Da allora ne inseguiamo il valore democratico universalmente riconosciuto ma ancora troppo poco coerentemente espresso dai modelli di gestione prevalenti, orientati allo sport spettacolo e alle sue leggi di mercato.
Ora siamo in un’altra fase storica in cui ci chiediamo, con timore, se il capitalismo ha ancora bisogno della democrazia. A Torino, nella massima espressione del pensiero critico applicato allo sport agonistico, abbiamo assistito all’implementazione di un nuovo modello che, forse, ci vuole dire che è la democrazia a non avere più bisogno del capitalismo.
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