Secondo le Norme Penitenziarie Europee “La cooperazione con i servizi sociali esterni e, per quanto possibile, la partecipazione della società civile alla vita penitenziaria devono essere incoraggiate.”
La quotidianità dei detenuti, insomma, deve restare ancorata ai valori positivi del mondo esterno. È l’unico modo per garantire che chi sconta una pena continui a sentirsi parte della collettività.
In stridente contrapposizione con tali principi - declinati appieno dall’ordinamento penitenziario nel solco del progetto costituzionale di ogni pena – però, nell’ultimo anno, una fitta rete di circolari ministeriali ha tracciato un muro invalicabile attorno ai circuiti di Alta Sicurezza.
Aderendo a una solo millantata tensione alla sicurezza, questi provvedimenti hanno sistematicamente reciso ogni residua possibilità di interazione tra i detenuti e il mondo esterno.
Si tratta con ogni evidenza di una precisa volontà governativa di trasformare la detenzione in una forma di segregazione assoluta, svuotando di significato il concetto stesso di percorso trattamentale. La pena come mutilazione di soggettività in spregio esplicito della Costituzione, senza infingimenti.
L'esempio più emblematico di questa deriva ciecamente securitaria riguarda il teatro in carcere. Anche laddove le circolari consentono ancora la partecipazione ai laboratori, interviene un divieto paralizzante: l'impossibilità di esibirsi davanti a un pubblico esterno.
Il teatro non è un esercizio solipsistico; la sua forza risiede nello scambio, nel riconoscimento reciproco, nell'incontro con l'altro. Negare il momento della messa in scena significa amputare il percorso della sua fase culminante, togliendo ai detenuti quell' istante di realizzazione che dà senso e valore a mesi di impegno e di studio. È un gioco crudele: si permette lo sforzo, ma si nega il frutto, trasformando l'arte in un atto monco e la rieducazione in una finzione burocratica e autoriferita. Non è, o non è soltanto, svago; è l’occasione per chi è recluso di smettere di essere un numero di matricola per tornare a essere un volto, una voce, un’emozione che hanno senso se sono trasferiti e condivisi, se possono raccontarsi ed essere ascoltati, accolti, compresi.
L’università non è solo studio; è la volontà di nutrire la mente per oltrepassare le sbarre anche se il corpo resta fermo.
non è un passatempo
La formazione non è un passatempo; è dare alla carcerazione uno scopo - ulteriore e diverso dalla punizione e dalla afflizione - e una direzione.
Non sono benefici o concessioni benevole; sono le articolazioni concrete di quella tensione alla rieducazione e alla restituzione che dà valore sociale alla carcerazione. Interrompere queste attività significa svuotare la persona ristretta di ogni capacità ideativa e relazionale, di ogni pulsione verso il recupero del sé.
È una violenza silenziosa che colpisce al cuore l’Articolo 27 della Costituzione.
Se un percorso si interrompe per una cattiva condotta, esiste una logica di causa-effetto. Ma quando il sipario cala per scelta di politica governativa, si compie un tradimento istituzionale che sfugge alla logica e alla ragionevolezza e si scontra con il principio di proporzionalità e con il divieto di regressione trattamentale incolpevole.
Si chiede ai detenuti di credere nello Stato, di rispettare le regole, di cambiare vita. Ma che esempio dà uno Stato che interrompe bruscamente ogni percorso di reinserimento? Che impedisce le relazioni sociali proprio a quelle persone ristrette che più di altre devono essere poste a confronto con un tessuto valoriale sano con cui misurarsi, al quale ispirarsi?
Si spegne la speranza, che in cella è l’unico approdo per non impazzire e si alimenta il cinismo, costruendo l'idea che il cambiamento sia un'illusione. Si trasforma il tempo della pena in tempo morto, uno spazio vuoto che non serve a nessuno, né al detenuto né alla società.
Ogni volta che un corso di teatro si ferma o l’interazione con i tutor o con gli studenti universitari viene cancellata, il carcere resta un non-luogo che ferisce e non cura. Quegli incontri con l'esterno sono ponti di umanità: servono ai detenuti per ricordarsi di essere uomini, e servono a noi fuori per non dimenticare che la vita non può essere sequestrata.
Chiudere le porte alle attività trattamentali, alla cultura e al confronto non ha nulla a che vedere con il concetto del tutto frainteso di "certezza della pena", è solo miopia punitiva, espressione di una precisa volontà governativa di spogliare della sua essenza il precetto costituzionale rendendo il carcere un contenitore di dolore e di rabbia, un luogo di sterile segregazione e di neutralizzazione sociale.
L’episodio del carcere del Marassi, con l’incomprensibile divieto alla sosta della Via Crucis dentro alle mura del penitenziario, è emblema tangibile di questa deriva. Impedire un rito di pietà e di riflessione collettiva non risponde ad alcuna reale esigenza di sicurezza; è un atto di ostruzionismo ideologico che guarda al detenuto non come a una persona da riabilitare, ma come a un corpo da isolare e occultare. È la firma su una visione del carcere come sepolcro murato, dove ogni ponte con l’umano deve essere reciso.
La vera sicurezza sociale nasce, invece, dai percorsi di reinserimento e di relazione, di condivisione, di incontro con visioni della società che aiutano, attraverso il confronto, a cambiare il proprio approccio con la vita e con le regole, a costruire identità rinnovate, produttive e sane. Smantellare i corsi, bloccare gli studi o impedire una sosta di preghiera veste di ipocrisia una chiara volontà di annientamento delle persone recluse per gravi reati e di rinuncia dello Stato alla propria funzione.
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