*Primo dirigente della polizia penitenziaria

Ho letto Se fioriscono le spine (Menabò editore) di Glauco Giostra e ne sono uscito con la sensazione di chi riemerge da una specie di apnea. E, in un certo senso, anche con la tentazione di prendermela con l’Autore, perché il romanzo disturba. Non accompagna docilmente il lettore: lo costringe. Non lo lascia nel punto in cui credeva di saper stare: lo sposta.

Credevo di avere in mano la chiave del libro. E, a voler cercare attenuanti, qualche indizio sembrava autorizzare quella presunzione: la copertina, con le sbarre a orientare subito lo sguardo verso il carcere, cioè verso il contesto nel quale lavoro da oltre trentacinque anni e dal quale non riesco mai a stare completamente fuori né completamente dentro; il titolo, Se fioriscono le spine, che la mia libera associazione d’idee aveva ricondotto alle api di Plutarco, non per una vaga promessa consolatoria, ma per quel movimento più esigente che sa trasformare ciò che è aspro in nutrimento, ciò che punge in sostanza, la ferita in possibilità di conoscenza; e poi, soprattutto, la biografia intellettuale dell’autore.

La Prima lezione sulla giustizia penale, che allora conoscevo solo dalla quarta di copertina, aveva impresso sulla mia lettura una specie di impronta preventiva: il processo come ambiente morale, il diritto come grammatica, il carcere come destinazione naturale della colpa. Era questa la mia precomprensione più arrogante. Scambiavo una copertina per una destinazione, un titolo per una formula interpretativa, una biografia per un copione già scritto. Come se la creatività di un autore potesse essere trattenuta nel recinto della sua competenza. Come se un giurista, entrando nella narrativa, dovesse continuare a parlare del processo nei modi in cui il lettore si prepara ad ascoltarlo.

Il rapporto tra lettore e libro

Il rapporto tra lettore e libro, del resto, non è mai neutro. Si può leggere per ingannare il tempo, per curiosità, per condividere l’esperienza di chi ci ha suggerito un testo, per necessità, per capire un fenomeno, per cercare conferme a ciò che già si conosce. Ma quando si apre un romanzo convinti che il titolo ne contenga già il senso e che la biografia dell’autore ne anticipi trama e temi, si entra nella pagina con lo sguardo occupato. Non si legge ancora: si pretende di riconoscere.

Il primo capitolo sembra assecondare questo errore con una precisione quasi provocatoria. L’aula di giustizia non va costruita dal lettore con fatica: si compone mentre la pagina procede. Una voce si rivolge al Presidente e ai giudici; i fatti vengono ricostruiti; le versioni si fronteggiano; il rito dispone le parole dentro una forma riconoscibile. Per chi lavora nel mondo del diritto, ma anche per chi abbia visto Un giorno in Pretura o un film ambientato in tribunale, quella scena è già disponibile nell’immaginario. Processo, fatto, prova, colpa, pena. Tutto sembra avviarsi lungo una traiettoria nota.

Eppure quella densità iniziale, proprio perché così riconoscibile, è soltanto l’anticamera del romanzo. Giostra adopera l’aula per condurre il lettore in un luogo che crede di conoscere e poi gli toglie quella sicurezza. Il processo penale è lì, ma non è il centro. È una soglia. Il primo portale.

Il romanzo comincia davvero a lavorare “dentro” quando la scena processuale smette di bastare. Non perché il diritto venga eluso o diminuito, ma perché viene condotto fino al suo limite naturale. Il giudizio può accertare, qualificare, condannare. Può dire il necessario. Ma non può dire tutto. Dietro il fatto, prima del fatto, dopo il fatto, resta una materia più lenta e più resistente: la biografia dei personaggi. E questa biografia non viene spiegata con una tesi, ma attraversata con elementi di vita concreti: le madri, i padri, le mani, il tempo.

È qui che il romanzo si sottrae definitivamente alla prevedibilità della sua apertura. Non c’è soltanto Antonio davanti al giudizio. C’è Antonio figlio. C’è Angelo figlio. C’è Aurora figlia. Ci sono adulti che avrebbero dovuto proteggere, orientare, salvare, e che invece riescono soltanto a fare ciò che possono, o ciò che credono giusto, spesso sbagliando la misura dell’amore.

Le madri, anzitutto. Non madri decorative, non figure chiamate a rendere più indulgente lo sguardo sul colpevole, ma presenze nelle quali il destino dei figli comincia a prendere forma. La madre di Antonio non possiede gli strumenti per spezzare davvero la paura. Non può raddrizzare il mondo, non può neutralizzare la brutalità domestica, non può consegnare al figlio una vita finalmente libera dal padre che la devasta. Può fare meno, e proprio per questo il suo gesto pesa di più: dissimulare l’orrore, trattenere la paura sulla soglia del buio, regalare al figlio una buona notte possibile dentro una casa che buona non è.

ANSA
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il ruolo delle madri

È una maternità senza retorica. Non salva abbastanza, ma protegge quel tanto che può. Non libera, ma ripara per qualche ora. Non cambia il destino, ma impedisce che il figlio venga consegnato interamente al terrore. Nel romanzo le madri non assolvono: mostrano la fragilità originaria di alcune vite, il modo in cui un figlio può crescere già ferito prima ancora di diventare imputato, detenuto, colpevole.

Accanto a questa maternità di argine, ce n’è un’altra, diversa e non meno struggente: quella che pretende dal figlio una ribellione alla propria condizione. Studiare, farsi una cultura, cercare un avvenire, non lasciarsi definire dalla miseria, dalla marginalità, dalla pronuncia sociale del destino. È una madre che non si limita a coprire la paura: prova a indicare una via d’uscita. E in quella richiesta — tu devi studiare, devi diventare altro, devi riscattare te e forse anche me — c’è una forma di amore severa, quasi disperata, perché affida alla cultura il compito che la vita non ha saputo svolgere da sola.

Anche i padri, nel romanzo, non sono una categoria compatta. C’è il padre che deforma, che fa della casa il primo luogo della paura. Ma c’è anche un’altra figura paterna, apparentemente meno brutale e proprio per questo più insidiosa: il padre di Aurora. Un uomo che, partendo da una condizione semplice e umile, crede di proteggere la figlia indirizzandola verso un matrimonio socialmente più alto, verso un rango che dovrebbe garantirle sicurezza, decoro, futuro. Solo dopo comprende l’errore: aver scambiato l’ascesa sociale per salvezza, il prestigio per felicità, la sistemazione per destino. Anche qui il romanzo è durissimo. Non tutti i genitori tradiscono i figli con la violenza; alcuni li feriscono con una protezione sbagliata.

Poi vengono le mani. Nel romanzo non sono un dettaglio sentimentale. Sono un linguaggio. Stringono, accompagnano, trattengono, scivolano via. Dicono appartenenza, perdita,

affidamento, distacco. Sono il punto in cui l’amore smette di essere parola e diventa corpo; il punto in cui la separazione finisce di essere evento e diventa mancanza irreparabile.

La mano della madre che, colpita a morte, scivola lentamente via non porta con sé soltanto una vita. Porta via un’età intera. Porta via la giovinezza, la parola, la possibilità di sentirsi ancora custoditi da qualcuno. In quel lento sottrarsi di una mano c’è più di un lutto: c’è il momento in cui un figlio comprende che una parte della propria esistenza non avrà più riparo.

E poi c’è la mano di Aurora, o meglio il suo modo di riconoscere, di ringraziare, di restituire stima. Non è un gesto salvifico nel senso facile della parola. Non cancella il male, non ribalta le colpe, non trasforma i personaggi in ciò che non sono. Però riapre un punto di fiducia. Dice a chi si percepisce ormai consumato dalla propria storia che non tutto è stato inutile, che qualcosa di buono è stato visto, che una persona non coincide interamente con la propria rovina.

Le mani rivelano ciò che nessuna ricostruzione ordinata può restituire per intero: quanto una vita sia passata attraverso un’altra, quanto un gesto possa custodire più verità di una spiegazione, quanto una stretta possa contenere ciò che un’intera esistenza non riesce a dire. Ci sono mani che proteggono senza salvare, mani che consegnano, mani che si perdono, mani che continuano a pesare anche quando non ci sono più. In quelle mani il romanzo trova una delle sue zone più alte, perché lì la biografia non viene raccontata: viene toccata.

L’orologio

Infine l’orologio. Non misura soltanto il tempo: mostra quello ferito. Il processo ha i suoi termini, la pena ha la sua durata, il carcere ha le sue giornate. Ma il romanzo lavora su un tempo più profondo, quello che si inceppa nella paura, nella perdita, nella colpa; quello che resta fermo in un punto della vita anche quando tutto, intorno, continua a procedere.

L’orologio diventa così il contrario della sentenza. La decisione del giudice definisce, chiude, colloca un fatto dentro una forma. L’orologio, invece, ricorda che una vita non si lascia mai archiviare del tutto. Può essere giudicata, punita, nominata dal diritto; ma continua a chiedere tempo, a reclamare una possibilità di movimento, a cercare qualcuno o qualcosa che rimetta in moto attraverso la ricarica ciò che si era fermato.

Anche la prigione, allora, va letta in questa prospettiva. Non è soltanto il luogo successivo alla sentenza. Non è il fondale prevedibile della colpa. Per me, che nel carcere lavoro da oltre trentacinque anni, non poteva comunque essere un luogo neutro. Ma proprio per questo il romanzo mi ha sorpreso: perché non usa il carcere per confermare ciò che fa parte della mia esperienza quotidiana. Lo trasforma in un altro portale. Si crede di incontrare la pena; si trova l’uomo dopo che il diritto lo ha nominato, ma prima che quella parola riesca a esaurirlo.

La vita, nel romanzo, pare lanciare i dadi una prima volta senza equità e senza chiedere permesso: distribuisce ferite, assenze, protezioni mancate, condizioni di partenza che pregiudicano il cammino prima ancora che una volontà possa davvero misurarsi con il mondo. Poi resta la domanda decisiva: una vita degradata a esistenza può ancora essere rimessa in gioco? Non quella dell’eroe, non quella del colpevole già definito, non quella della vittima

sistemata nel suo ruolo. La vita di chiunque. Quel “chiunque” che il codice penale conosce bene e che qui diventa carne viva, rovina, memoria, possibilità.

La colpa non viene abolita. La responsabilità non viene attenuata. Antonio resta responsabile. Ma la sua colpa perde la falsa solitudine dell’atto isolato. Smette di apparire come se fosse nata tutta nel momento del reato. Viene ricondotta dentro una trama di paure, omissioni, affetti incompiuti, violenze subite e restituite, possibilità mancate. Non per dissolverla, ma per impedire che diventi una formula comoda.

È lì che nella lettura si inciampa. Un dettaglio laterale, un gesto, un’esitazione, un ascolto rubato cambiano il peso morale di una scena. L’umanità e la miseria non stanno mai dove il lettore aveva deciso di collocarle. Ciò che sembrava chiaro si incrina. Ciò che appariva marginale diventa necessario. Ciò che sembrava perduto conserva, senza meritarla fino in fondo, una possibilità.

Colpa, innocenza, vittima, riscatto, famiglia, decoro: nessuna parola basta davvero a contenere ciò che accade. Giostra non esibisce i temi universali; li fa accadere. Non racconta semplicemente il processo; processa l’illusione che una vita possa essere compresa soltanto attraverso il suo esito giudiziario. L’aula e la prigione promettono ordine, ma conducono nell’inquietudine dell’umano. Sono portali, non scenari. Attraversarli significa accettare che il giudizio possa raggiungere un uomo, ma non consumarlo interamente.

Per questo Se fioriscono le spine va maneggiato con cautela. Non perché il titolo punga, ma perché trattiene. Si crede di entrare in un’aula, poi in un carcere; ci si ritrova invece davanti a madri che non salvano abbastanza, padri che confondono protezione e destino, mani che continuano a parlare, orologi che non misurano soltanto le ore ma il punto esatto in cui una vita si è fermata. Le spine possono fiorire. Ma continuano a pungere. Ed è forse lì che il romanzo trova la sua verità più disturbante: nella possibilità che una vita ferita provi ancora a rifiorire, senza smettere di portare con sé le cicatrici della propria esistenza.

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