«Se avessi la bacchetta magica…», è l’esordio del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che in un’intervista del Corriere della Sera parla anche della tragica situazione delle carceri. Siamo a Ferragosto, l’aria è ferma e rovente per il caldo torrido nei penitenziari dove mancano spazi, in circa la metà anche le docce dentro le celle e in alcuni casi addirittura l’acqua. Proprio per questo in luglio ci sono state proteste a Ravenna e Caltanissetta e il carcere di Avellino è rimasto senza approvvigionamenti idrici per alcuni giorni.


Anche respirare è complicato: secondo le ultime rilevazioni dell’osservatorio di Antigone, nel 50 per cento degli istituti le finestre sono schermate e durante la notte in alcuni casi viene chiuso anche il cosiddetto “blindo”, la pesante porta di ferro che chiude le celle e che d’estate riduce ulteriormente la circolazione dell’aria. Secondo quanto osservato dall’associazione Antigone, poi, un minimo di refrigerio è a carico dei detenuti: in molti penitenziari – segnalazioni sono arrivate da Cagliari, Tempio Pausania e Altamura – i ventilatori nelle celle sono a carico dei detenuti, come anche i frigoriferi per tenere fresche le bevande.

«A Tempio Pausania i frigoriferi nelle celle sono a carico delle persone detenute e quindi presenti solo nelle celle di chi può acquistarli» e i detenuti «contribuiscono a pagare la corrente sia per i frigoriferi che per i ventilatori», si legge le report.
Ma soprattutto è difficile quel che più chiedono i detenuti: le visite delle persone care. Il personale penitenziario, infatti, è ridotto a causa delle ferie e anche le attività sono sospese.

Come ogni anno, le vacanze agostane – insieme a quelle natalizie in cui il clima di festa difficilmente oltrepassa le sbarre – sono i momenti più drammatici per chi sta scontando pene detentive, nonostante le associazioni si affannino per sopperire alle carenze.

Quest’anno, Ferragosto è ancora più nero: le cronache hanno raccontato del doppio suicidio nel carcere di Torino di due detenute, morte a distanza di poche ora l’11 agosto scorso.

La prima è stata una detenuta italiana di 28 anni, che si è impiccata con un lenzuolo nella sua cella, la seconda era una donna di 43 anni e di origine nigeriana, che era stata condannata per tratta e immigrazione clandestina con fine pena fissato al 2030. Era rinchiusa in cella alle Vallette in una zona della sezione femminile riservata alle detenute con fragilità mentali dal 22 luglio, aveva smesso di bere e di mangiare e rifiutava assistenza. Agli agenti aveva riferito di voler rivedere il figlio.
In questo agosto, i suicidi sono già stati sei a cui si sommano altri 9 nei mesi di giugno e luglio, con un numero totale di 47 da inizio dell’anno.

I numeri


Con la bacchetta magica, se potesse Nordio costruirebbe «subito almeno una cinquantina di carceri modello». I numeri, infatti, parlano di un sovraffollamento che in alcune carceri supera il 183 per cento e che è ormai endemico: su 187 penitenziari, 121 ospitano più reclusi di quelli per cui sono stati costruiti, con un tasso che viaggia attorno al 121 per cento, e 10.000 persone detenute in più rispetto ai posti effettivamente disponibili.
Tra i peggiori c’è Poggioreale, a Napoli, dove lo spazio sarebbe per 1632 detenuti ma ce ne sono 2035. Segue Rebibbia, a Roma, con 1499 detenuti rispetto ai 1170 posti e subito dietro Le Vallette di Torino, con 1118 unità di capienza massima e 1446 persone. Proprio in questo carcere è avvenuto il doppio suicidio che ha attivato il ministero della Giustizia. I maggiori disagi però si riscontrano in Lombardia, dove Opera a Milano ospita il 143 per cento di detenuti in più, con 1321 persone contro le 918 previste, ma la situazione è emergenziale anche nelle strutture detentive di Como, Varese e Brescia.


L’ipotesi ex caserme


Proprio a ridosso della visita a Torino, Nordio ha annunciato il suo piano, già anticipato in altre occasioni, di utilizzare le ex caserme per alleggerire la pressione del sovraffollamento, adibendole ai detenuti non pericolosi. «È più facile assumere duemila agenti penitenziari e usufruire di spazi esistenti», e «il monitoraggio delle caserme è già iniziato», ha spiegato al Corriere.


Nordio, da sempre contrario al carcere inteso come unico strumento di pena e che in passato si era detto anche contrario all’ergastolo, ha spesso parlato della necessità di «detenzione differenziata» per i detenuti a modesta pericolosità e di istituire percorsi di reinserimento oltre che di giustizia riparativa. Il piano dovrebbe interessare i circa 9000 detenuti che sono condannati a pene detentive inferiori ai 3 anni: più o meno la stessa cifra del sovraffollamento, visto che al 30 aprile 2023 nelle carceri erano detenute quasi 57 mila persone, contro una capienza complessiva standard di circa 48 mila posti.


Dell’ipotesi di utilizzare le caserme come strutture detentive, tuttavia, si parla da almeno vent’anni senza che un progetto concreto abbia visto la luce. Ne aveva parlato nel 2013 la ministra Anna Maria Cancelleri, poi anche Alfonso Bonafede ed erano stati siglati dei protocolli. Nessun progetto, però, è mai davvero decollato. Anche perché molte delle x caserme di proprietà della Difesa o del demanio hanno già altre destinazioni d’uso previste, per uffici pubblici o spazi destinati a funzioni militari per cui le caserme sono state pensate.


Del resto, l’iniziativa di Nordio ha incontrato reazioni negative anche da parte dei sindacati della polizia penitenziaria, molto ascoltati dal governo Meloni. Il segretario della Uilpa, Gennarino De Fazio, ha definito l’ipotesi «concretamente impercorribile, perché per i detenuti sarebbero necessarie strutture architettonicamente progettate a questo scopo».

Critiche arrivano anche da Spp, il cui segretario Aldo Di Giacomo ha detto che «la cosiddetta detenzione differenziata con l'intenzione di trasferire detenuti cosiddetti meno pericolosi in caserme o immobili demaniali dismessi, denota la grande confusione che regna nella gestione dell'Amministrazione Penitenziaria con l'effetto di aggravare una situazione che è già ampiamente sfuggita di mano al controllo dello Stato».


L’unica certezza, dunque, per ora rimangono le criticità strutturali di moltissime carceri, primo tra tutti l’istituto di Torino dove sono avvenuti i due suicidi, e la mancanza di risorse per mettere mano agli immobili. Alle carceri, infatti, sono stati tagliati 35 milioni di euro per i prossimi tre anni.


Con un problema ulteriore: per ristrutturare gli edifici, le celle andrebbero comunque svuotate almeno parzialmente, spostando altrove i detenuti residenti. Dove, però, non è facile immaginarlo visti i numeri del sovraffollamento.

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