Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà alcuni stralci del libro “C'era una volta il pool antimafia” edito da Zolfo Editore


Antonino Calderone divenne un “uomo d’onore” per seguire il fratello Giuseppe, detto “Cannarozzu d’argento”, gola d’argento, e nonostante lo zio, altro “uomo d’onore”, lo avesse sconsigliato di intraprendere quella strada.

Giuseppe Calderone fu uno dei primi caduti nella guerra di mafia, ucciso grazie a un accordo fra il suo luogotenente Nitto Santapaola, esecutore materiale dell’omicidio, e Totò Riina.

Deceduto il fratello, Antonino Calderone si rifugiò a Nizza, dove aprì una lavanderia, ma si rese presto conto che anche la cittadina francese era frequentata da mafiosi della fazione opposta, che, prima o dopo, avrebbero scoperto il suo nascondiglio.

È stato un “pentito” importante perché diede preziose indicazioni: spiegò i rapporti tra imprenditoria catanese e mafia e si soffermò sui collegamenti con le cosche nissene e agrigentine. Le sue deposizioni provocarono una raffica di arresti.

E fra i tanti interrogatori effettuati il suo mi è rimasto impresso in modo indelebile.

Calderone era reo confesso dell’omicidio di quattro ragazzini: Benedetto Zuccaro (15 anni), Giovanni La Greca (14), Riccardo Cristaldi (15) e Lorenzo Pace (14), colpevoli di avere scippato e maltrattato la madre di Nitto Santapaola che era caduta e si era rotta un braccio.

Calderone, abbandonata Cosa nostra seguendo i consigli della moglie e con le stesse motivazioni di Buscetta e Contorno, raccontò che i quattro ragazzi erano stati sequestrati e rinchiusi in una stalla perché disturbavano la tranquillità del quartiere con continui atti di teppismo.

Vennero strozzati e buttati in un fosso. Quel delitto pesò molto sulla coscienza di Calderone. Me ne resi conto quando, nuovamente interrogato da me sulle modalità dell’omicidio, Calderone, al ricordo di quell’atroce delitto commesso insieme ad altri, smise di parlare, iniziò a singhiozzare e, in preda a una crisi di nervi, cadde per terra e non riuscì a riprendersi, tanto che dovetti interrompere l’interrogatorio. Il giorno dopo ripresi l’atto istruttorio, ma Calderone non fu ancora in grado reggere la tensione emotiva che gli procurava il ricordo della fine di quei quattro ragazzi.

L’interrogatorio venne condotto anche da Falcone, arrivato da Palermo nel primo pomeriggio, al quale avevano “consigliato”, per motivi di sicurezza, di pernottare in quel carcere. Mi propose di seguire anche io il “consiglio” ma risposi: “Giovanni, lo sai che ti voglio bene e per te farei qualunque cosa, tranne che passare una notte in carcere”.

Anni dopo, al termine di una udienza tenuta a Roma nel carcere di Rebibbia, Calderone chiese di essere ricevuto, acconsentii e mi trovai di fronte un uomo diverso da quello che avevo conosciuto anni addietro. Mi disse che l’avere collaborato a lungo con la giustizia gli aveva fatto rinnegare quei valori distorti nei quali aveva creduto e, soprattutto, l’avere confessato quel feroce assassinio facendo i nomi dei correi, e l’essersi cristianamente pentito per averlo commesso, gli consentiva di sentirsi in pace con la propria coscienza e di guardare in faccia i suoi figli finalmente senza vergognarsi. Ne fui compiaciuto, ma il mio pensiero corse anche a quei ragazzi ai quali la ferocia di

Cosa nostra aveva negato persino una sepoltura.

Sono convinto che quello di Antonino Calderone sia l’unico esempio di sincero “pentimento”, inteso come stato d’animo di rammarico, rimorso e dolore per un atto umanamente riprovevole.

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