Se dovesse tenersi fede al ricordo che lega il primo colloquio di Giovanni con il padre al turbamento seguito alla strage di Capaci, andrebbe riscritto il timing della trattativa o il contenuto delle interlocuzioni tra Vito Ciancimino e i due ufficiali de Ros: vorrebbe dire che c’era già stato un primo incontro con Mori o che Ciancimino doveva ancora incontrarlo
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa nuova serie sarà dedicata alla sentenza d’appello sulla “Trattativa”.
Giovanni CIANCIMINO aveva già testimoniato, all’udienza del 20.10.2009 nel processo MORI/OBINU su quanto a sua conoscenza in ordine ai reiterati contatti e incontri che suo padre Vito aveva avuto con ufficiali del R.O.S., e sull’incarico che avrebbe ricevuto per fare da intermediario in una trattativa tra emissari istituzionali (personaggi altolocati) e “l’altra sponda”, come suo padre usava definire i mafiosi, quasi a voler rimarcare, agli occhi dei familiari, la distanza che lo sperava dall’organizzazione mafiosa Anche se, sulla base dei colloqui avuti con suo padre, che non gli fece alcun cenno né a MORI né a DE DONNO, non sapeva che si trattasse di due ufficiali dei carabinieri, perché suo padre gli disse di avere ricevuto quel delicato incarico da persone altolocate: e con tutto il rispetto per l’Arma, Giovani CIANCIMINO stenta a credere che suo padre, abituato a ricevere a casa alte personalità politiche e persino ministri in carica, potesse alludere con quella locuzione a un capitano e un colonnello dell’Arma.
Il verbale della deposizione resa in quel processo, che era stato acquisito al fascicolo dibattimentale già nel corso del giudizio di primo grado, ma era utilizzabile a fini probatori solo nei riguardi degli imputati consenzienti (e cioè gli ex ufficiali del R.O.S. i cui difensori avevano prodotto il documento in questione), è adesso utilizzabile anche nei riguardi degli altri imputati, avendo tutti prestato il consenso, come da verbale d’udienza del 12.10.2019, prima che si procedesse all’esame dello stesso Giovanni CIANCIMINO.
E all’udienza predetta, dinanzi questa Coite, il teste ha sostanzialmente confermato le precedenti dichiarazioni, rendendo però opportune precisazioni e quei chiarimenti per i quali ne era stato disposto il nuovo esame (posto che in primo grado s’era avvalso delia facoltà di astenersi dal testimoniare, essendo suo fratello ancora imputato del reato di associazione mafiosa proprio in relazione ai fatti per cui qui si procede).
Ebbene, Giovanni CIANCIMINO nell’intervallo temporale compreso tra la strage di Capaci e la strage di via D’Amelio colloca il primo dei tre incontri avuti con suo padre sul terna o su vicende connesse alla trattativa intercorsa con gli ufficiali del ROS. Ma ciò non consente di inferirne che suo padre avesse già avuto tempo e modo di informarne RIINA, a differenza di quanto può desumersi da secondo incontro: quello occorso in occasione della passeggiata a Monte Pellegrino che si colloca sul finire della stagione estiva, e comunque dopo la strage di via D’Amelio, quando suo padre consultò un foglio in cui erano annotate una serie di questioni che fanno pensare ad altrettante rivendicazioni o richieste di concessioni provenienti da “l’altra sponda”; e quindi fanno presumere che i vertici di Cosa Nostra fossero stati informati e avessero fatto avere le loro richieste, che V.C. aveva a sua volta recapitato o avrebbe dovuto recapitare ai suoi interlocutori.
Invece, in occasione del primo incontro, suo padre si limitò a dirgli di avere ricevuto quel delicato incarico da persone altolocate, ma non che avesse già accettato e tanto meno che lo avesse già espletato (…). Giovanni CIANCIMINO tuttavia capi, dalle sue parole, che era intenzionato ad accettare l’incarico perché la mattanza doveva finire, e perché sarebbe stato un bene per tutti, a cominciare da lui stesso, confidando di poterne ricavare benefici processuali che gli valessero ad evitare il carcere (“questa mattanza deve finire e sarà un bene per tutti E’ una cosa che può agevolare tutti.. ..io sono stato condannato a dieci anni, vuoi che mi faccio dieci anni di carcere?”). E per questa ragione ne scaturì un litigio tremendo, Ma resta il fatto che, in quel frangente, si poteva al più stimare che Vito CIANCIMINO fosse intenzionato ad accettare l’incarico, non che lo avesse già portato avanti, contattando i suoi referenti mafiosi.
Ben diverso il tenore delle parole pronunciate in occasione del secondo incontro, quando disse a suo figlio Giovanni che la cosa era andata avanti, riferendosi appunto agli sviluppi dell’incarico di cui gli aveva parlato nel precedente incontro (“fu in quel frangente che mio padre riferendosi alla trattativa della quale mi aveva parlato a Roma, mi spiegò che quella cosa è andata avanti... sono state fatte delle richieste dall’altra sponda a questi personaggi altolocati”).
Detto questo, non ci si può nascondere che la datazione del primo incontro non è affatto così sicura come il primo giudice ha ritenuto, sebbene anche in questa sede il teste si sia detto certo che esso avvenne dopo la strage di Capaci, ma prima di quella di via D’Amelio. Ed invero, già in occasione della precedente deposizione, Giovanni CIANCIMINO aveva detto di non potere specificare se quel primo incontro fosse avvenuto venti o venticinque giorni dopo la strage di Capaci perché a distanza di diciassette anni non poteva essere più preciso. Quanto al fatto che fosse avvenuto sicuramente prima di via D’Amelio, ancorava questa sua certezza ad una circostanza della quale per la verità sfugge il nesso con l’episodio del burrascoso colloquio nel corso del quale suo padre lo aveva per la prima volta edotto del guaio in cui s’era cacciato o si stava cacciando a casa dell’incarico ricevuto da persone altolocate.
Ha detto infatti Giovanni CIANCIMINO che all’epoca egli lavorava ogni giorno gomiti a gomito all’Ufficio legale della Cassa di Risparmio con Ninni PIRÀINO LETO, cognato del dott. BORSELLINO; e quindi il tragico evento lo toccò ancor più da vicino, considerato che era Ninni era il suo diretto superiore, ma soprattutto era il suo maestro, che gli ha insegnato moltissime cose e quindi può immaginare coni ‘è stata devastante una cosa di questo genere.
Ora, non si capisce per quale ragione lo sgomento provato per la tragica morte del dott. BORSELLINO possa fornire un riferimento temporale cui ancorare la certezza che quando suo padre per la prima volta gli disse, in relazione all’incarico che aveva ricevuto da persone altolocate, che bisognava che la mattanza avesse fine, si riferisse solo alla strage di Capaci e non anche a quella di via D’Amelio.
D’altra parte, anche il secondo incontro ebbe a venere sul medesimo argomento e Giovanni CIANCIMINO è certo che questo secondo incontro sia avvenuto invece dopo la strage di via D’Amelio (e prima dell’omicidio di Ignazio SALVO).
Ebbene, vani sono stati gli sforzi di questa Corte di sollecitare il teste CIANCIMINO, nel corso del nuovo esame assunto all’udienza del 14.10.2019 a fornire un riferimento temporale più pertinente per poter datare il primo dei due colloqui con suo padre vertenti sul tema della trattativa (il terzo fu incentrato sula questione del passaporto).
La circostanza che fosse avvenuto a Roma, e ovviamente dopo la strage di Capaci, non è significativa perché suo padre all’epoca non aveva l’abitudine di scendere a Palermo per trascorrervi un periodo di vacanza (né a inizio né a metà estate). Anche nel periodo estivo scendeva di tanto in tanto ma solo per brevi soggiorni, e poi se ne tornava a Roma. E comunque in quell’estate del ‘92 non scese a Palermo per trascorrere il periodo estivo, limitandosi solo a venire qualche volta (no, no, no, è venuto qualche volta, ma non scese a Palermo), ma stava fisso a Roma in via San Sebastianello.
D’altra parte, il teste non ricorda per quali ragioni, o se vi fossero ragioni particolari per le quali si fosse recato a Roma per andare a trovare suo padre.
Ed è vero che serba un ricordo vivido di quell’incontro, perché là avvenne la tragedia, nel senso che ebbe il più violento litigio che ricordi di avere mai avuto con suo padre.
Perché per la prima volta si rese conto che forse quelle accuse di mafiosità che suo padre aveva sempre respinto protestandosi innocente e vittima di una sorta di persecuzione giudiziaria, avevano qualche fondamento, se l’altra sponda lo riconosceva come intermediario di una trattativa con lo Stato. E perché realizzò subito che da quella faccenda non potevano che venirne guai, a suo padre e all’intera famiglia (…). Ed ha confermato di essersi adirato anche perché realizzò subito che da quella faccenda, che faceva venire i brividi solo a pensarci, non potevano che scaturire guai peggiori, a suo padre e all’intero nucleo familiare («di guai tremendi, ma di guai tremendi, di guai inimmaginabili, di guai... e non è perché io voglio essere Cassandra, figlia di Priamo e Ecuba, perché era chiara una cosa di questa. io non voglio essere Cassandra. Ma come per altro fu, era, è chiaro, un discorso di questo tipo, trattare, trattare personaggi altolocati e trattare con l’altra sponda è una cosa che fa venire i brividi, scusi Signor Presidente, Fa venire i brividi»).
Ma anche tale aspetto, a ben vedere, è poco significativo ai fini della datazione dell’episodio perché attiene a ciò che padre e figlio si dissero in quel frangente e a ciò che ne seguì: ovvero un violento litigio dopo il quale Giovanni troncò la discussione e se ne scese a Palermo. Ed è questo ad avere impresso nella sua memoria il ricordo di quel colloquio, non la data in cui avvenne.
Ma il dato più paradossale, che tuttavia conferma il sospetto che quello indicato fin dall’inizio fosse un riferimento temporale assolutamente precario e scarsamente conducente, è che quando gli è stato chiesto di confermare e precisare la collocazione temporale del secondo colloquio, il teste, per ribadire la sua certezza che questo secondo colloquio fosse avvenuto dopo la strage di via D’Amelio, ha speso il medesimo argomento che nella precedente deposizione aveva utilizzato per datare il primo colloquio in epoca anteriore alla strage di via D’Amelio, e cioè lo sgomento e il turbamento suscitati dalla tragica morte del doti BORSELLINO.
Non è risolutivo, per una datazione certa, neppure l’episodio di cui Giovanni CIANCIMINO aveva fatto cenno già al processo MORI/OBINU e che ha confermato anche in questa sede.
Un giorno, non sa precisare quando, ma era il ‘92, suo fratello Massimo, che era l’unico dei fratelli CIANCIMINO che viveva con il padre a Roma e lo assisteva quotidianamente, gli disse che il Capitano DE DONNO doveva andare a trovare so padre insieme a un colonnello. Qualche tempo dopo, sempre Massimo, gli disse che l’incontro era avvenuto, e che anzi c’erano un via via di carabinieri per casa.
Giovanni non aveva dato molto peso a queste confidenze del fratello, che ne diceva tante e spesso non si riusciva neppure ad afferrare il filo delle sue esternazioni «sì, sì, perché parlava, me lo disse a me, me ne parlava, poi disse no qua è pieno di Carabinieri, lui diceva che conosceva il Colonnello, il Capitano De Donno, ma non... io non mi intrigavo in queste cose, poi con tutto il rispetto quando parlava mio fratello Massimo non mi intrigava, anche perché mio fratello Massimo, non so se Lei l’ha mai conosciuto nei vari, nel turbine delle varie cose, già seguire un filo logico quando lui parli di cose interessanti, è difficilissimo, figurati quando lui parlava di queste cose, no, perché, no, no, non mi interessavano questi argomenti, soprattutto quando provenivano, già non mi interessavano di mio, figuriamoci provenienti da mio fratello Massimo che diceva di tutto e di più, che parlava di sport, parlava di questo, parlava di quell‘altro, ma poi quando lo vedevo? Perché lui stava a Roma, quindi poche volte. Liti non stava quasi mai a Palermo»).
Ma comunque in cuor suo escluse che quelle confidenze di Massimo (ammesso che fossero veritiere: «mio fratello Massimo parlava di Carabinieri, era vero, non era vero, che cosa c ‘era, proprio e ‘è l’imbuto, andiamo a fare la cernita») potessero riferirsi al discorso fattogli da suo padre a proposito della trattativa avviata per conto di personaggi altolocati, che immaginava essere soggetti di statura superiore a quella di due ufficiali dell’Arma («mio padre contattato da personaggi altolocati mi disse, ora per carità io non vorrei essere irriguardoso nei confronti di nessuno, ma questo è un mio modestissimo parere, quindi lo prenda per un mio convincimento, per carità non vorrei essere, io non ero convinto che, con tutto il rispetto per un colonnello dei Carabinieri e per un Capitano, io non feci questo collegamento, io li consideravo personaggi altolocati nella mente di mio padre una persona che aveva colloqui con Ministri, aveva colloqui con Presidenti di Regione, aveva colloqui con personaggi di questo tipo, io francamente pensare che mio padre potesse collocare un capitano dei Carabinieri, un Colonnello a un personaggio altolocato, mi viene difficile. Non so se sono stato...»).
Il ragionamento di Giovanni CIANCIMINO – per il fatto stesso di essersi posto il problema – fa pensare che le confidenze di Massimo risalissero più o meno allo stesso periodo dei colloqui in cui suo padre gli parlò dell’incarico che a lui, Giovanni, aveva messo i brividi. Ma al di là di questa precisazione non sembra si possa andare.
Gli è stato contestato che, all’udienza dell’8.04.2014 nel processo BORSELLINO quater, aveva collocato, sia pure dopo una faticosa sequela di domande a chiarimento, in epoca successiva alla strage di via D’Amelio la notizia, datagli da suo fratello, che l’incontro che DE DONNO avrebbe dovuto avere insieme a un colonnello con suo padre, di cui Massimo gli aveva parlato in precedenza, era effettivamente avvenuto.
Ciò rispecchierebbe il timing prospettato da MORI e DE DONNO, quanto meno nella parte in cui esso colloca il primo incontro di Vito CIANCIMINO con i due ufficiali il 5 agosto 1992, ossia alcune settimane dopo la strage di via D’Amelio. E tuttavia dal medesimo verbale risulta che il teste ribadì, in quella sede, che il primo colloquio con suo padre sul tema della trattativa e dell’incarico che aveva ricevuto da personaggi altolocati era già avvenuto quando Massimo gli diede la notizia dell’avvenuto incontro del padre con i due ufficiali dell’Arma. Sicché residua l’incertezza sulla datazione di quel primo colloquio, e in particolare se esso fosse avvenuto prima o dopo la morte di BORSELLINO.
Può solo aggiungersi che se dovesse tenersi fede al ricordo che lega il primo colloquio di Giovanni con il padre al turbamento seguito alla strage di Capaci, andrebbe riscritto o il timing della trattativa o il contenuto delle interlocuzioni tra Vito CIANCIMINO e i due ufficiali del R.O.S.: perché vorrebbe dire o che c’era già stato (prima di via D’Amelio) almeno un primo incontro con MORI, e questi aveva avanzato la sua proposta (ma tale evenienza sembrerebbe esclusa da quanto il teste ebbe a dichiarare al BORSELLINO quater); oppure che Vito CIANCIMINO doveva ancora incontrare MORI e tuttavia, già nel corso dei colloqui a quattr’occhi con il solo Capitano DE DONNO, gli era stato detto o lasciato intendere che il senso di quelle visite e di quei colloqui era di invitarlo ad adoperarsi per sondare la disponibilità dei vertici mafiosi ad avviare un dialogo: e ciò spiegherebbe per quale motivo Vito CIANCIMINO non avesse ancora raccolto l’invito, rimandando la decisione a quando avesse ricevuto dal Col. MORI la garanzia della serietà e del livello della proposta, ovvero che non fosse soltanto un’ iniziativa da “sbirri”.
In ogni caso, solo all’esito di tale garanzia, e di una conferma ed esplicitazione della proposta, egli poteva correre il rischio di informare RIINA del fatto di essere stato contattato in via riservata da due ufficiali dell’Arma: ciò che avrebbe come minimo condensato sulla sua testa il sospetto di essere un confidente o peggio una spia dei carabinieri, se questi ultimi non fossero stati quelli che dicevano o lasciavano intendere di essere, e cioè meri emissari di più alte autorità.
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