In Europa scatta la solita corsa della paura, quasi tutti chiudono le porte in faccia a chi scappa da Damasco. Ma il diritto d’asilo è individuale e ci sono minoranze che con i jihadisti rischiano la vita: cristiani, alwiti, drusi, curdi. L’egoismo europeo non ha mai portato bene
Ogni volta che la Siria (e il Medio Oriente in genere) ha uno scossone, all’Europa vengono i brividi. In termini sismici potremmo dire: ad ogni replica ci si spaventa a morte.
Ormai gli europei vivono solo di paure e sono quindi riluttanti a pensare in maniera politica o prospettica. La caduta di Bashar al Assad ha fatto scattare, iniziando da nord, un riflesso europeo di chiusura: sospendere l’asilo.
Ma l’asilo è un diritto individuale che non si può annullare. Lo richiede chi pensa di essere perseguitato per una delle ragioni che le norme prevedono. È un diritto di ciascuno. Dire che si vuole sospendere tale diritto a richiedere l’asilo per tutti i siriani, va contro la giurisprudenza: i casi vanno giudicati uno per uno e non ci può essere un pregiudizio “nazionale” a prescindere.
Cosa significa allora la decisione annunciata ieri dai governi europei (a iniziare dai paesi nordici per poi scendere fino all’Italia) di sospendere l’asilo? È un messaggio alle proprie burocrazie: rallentare, fare ostruzione, rimandare.
Questo ovviamente si può fare, anzi: si tratta della caratteristica maggiore di ogni burocrazia. Il meccanismo imitativo fa riflettere. Sono anni che in Europa funziona così: uno stato-membro dell’Unione europea inizia e tutti gli altri gli vanno dietro per paura di restare scoperti, senza nemmeno chiedersi troppo il perché di tale decisione.
È una corsa della paura. Fa specie tra l’altro che inizino i paesi del nord Europa (Germania, Austria, Svezia, Norvegia, Danimarca, Belgio ecc.), stati in genere così sensibili ai diritti ma che poi se la prendono con chi davvero è più debole, come al solito.
D’altronde se la difesa dei diritti è divenuta la difesa dei diritti delle minoranze che possono scegliere o scegliersi un’identità, mentre chi fugge da guerra e persecuzioni in genere non lo sceglie, la colpa è solo europea e la reazione si vede già ovunque nel mondo.
Anche questo fa parte del doppio standard che ci viene rimproverato e per il quale alla fin fine siamo detestati (vi ricordate la fuga ignominiosa da Kabul?).
L’immagine che terrorizza, iscritta nelle memorie dei governanti europei, è quella dell’onda dei profughi siriani che arrivò dopo l’inizio della guerra, in particolare quelli che ripararono verso la Germania. Nessuno vuole più rischiare per paura dell’elettorato.
Ma quest’ultimo è stato infiammato dalla stessa politica che ora ha paura anch’essa. Lo stesso Recep Tayyip Erdogan, che pure ne ha accolti a milioni e che ha fatto da argine all’Europa comunitaria (in cambio di soldi), vorrebbe rispedire in Siria molti di coloro che stanno ora in Turchia. L’assimilazione che sperava non è avvenuta, com’era prevedibile: non turchizzi facilmente degli arabi, così come non cambi identità a chiunque imponendoti.
Ma ci sono pure altri siriani che ora scappano: gli alawiti ad esempio, che in queste ore si pressano alla frontiera libanese. E poi ci sono cristiani. Già ad Aleppo i nuovi padroni del paese hanno fatto sapere che non accetteranno le classi miste, come usano le scuole cristiane in città, né il week end del sabato e della domenica. Occorrerà uniformarsi al week end musulmano di giovedì e venerdì.
Non è mai accaduto in Siria: si comincia così e poi non si sa dove si va a finire. Tra l’altro i jihadisti sono poco numerosi e ciò che prevale per adesso nel paese è una forma soft di anarchia. Per questo non siamo sicuri di quello che accadrà ai cristiani di Siria, oggi abbastanza impauriti (loro sì che ne hanno ben donde) e alle altre minoranze (drusi, curdi ecc.).
E se iniziano le persecuzioni? L’Europa sarà costretta a riaprire a tutti perché non può fare discriminazioni di religione. Non sarebbe stato più saggio attendere un po’? Sono bastate poche ore dalla caduta di Assad che anche il governo italiano, che pur si professa sensibile al destino dei cristiani d’Oriente, ha sospeso l’asilo.
Dopo tante battaglie in Europa sul loro destino, sarebbe stato meglio restare prudenti: si tratta di una contraddizione con la politica sin qui seguita e che speriamo venga presto corretta. Tutta questa isteria europea non corrisponde al sentimento prevalente in tanti siriani che vogliono tornare a casa loro.
Certo andranno aiutati perché il paese è distrutto e Assad non aveva iniziato nessuna ricostruzione. Forse è un buon momento per avere l’ambasciatore italiano sul posto: in Siria c’è un certo caos ma essere presenti può diventare anche un’opportunità in una fase cruciale, per provare ad influire positivamente.
Così come il nostro governo ha avuto il coraggio di rompere l’unanimismo europeo decidendo di riaccreditare un ambasciatore a Damasco, faccia lo stesso sull’asilo, invece di seguire pedissequamente il prevalente egoismo europeo, che non ha mai portato bene.
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