Caro direttore,

c'è una regola non scritta delle riforme italiane: quando mancano le risorse, si redistribuiscono quelle degli altri. E redistribuire senza visione produce sempre lo stesso esito: un conflitto tra chi ha meno.

Il provvedimento del ministro dello Sport Andrea Abodi, appena approvato alla Camera e al Senato, tra gli altri provvedimenti rimodulava la mutualità della legge Melandri: la quota dei diritti tv che il vertice del calcio gira al resto del movimento. Nel decreto iniziale c'era una luce, mentre nell'approvazione finale sono rimaste solo le ombre.

La luce: aver riconosciuto al calcio femminile, visto lo sviluppo degli ultimi anni, il diritto all'1 per cento della mutualità. Si trattava di uno sviluppo che non cadeva dal cielo: finora la spinta più importante era arrivata dal cosiddetto fondo Nannicini del 2020, che aveva segnato il passaggio al professionismo sportivo, poi prorogato per un anno dal governo Meloni. Ma un ponte non è una casa: per crescere servono risorse certe e strutturali. Quindi bene l'idea di assegnare una quota permanente della mutualità. Sarebbe stato più funzionale, però, invertire le fasi: prima una visione chiara per l'intero movimento, non solo la parte apicale rappresentata da qualche grande club, poi le risorse per realizzarla.

Le ombre riguardano innanzitutto il metodo, che ha messo in conflitto le componenti più fragili del sistema: calcio femminile, Lega Pro, dilettanti, settore giovanile e scolastico. Un confronto preventivo con il nuovo presidente federale, Giovanni Malagò, e con tutte le componenti del sistema (prima sulle politiche, poi sulle risorse) sarebbe stato non solo opportuno: doveroso. La decretazione d’urgenza non era certo lo strumento che serviva in questo caso.

Il vero vulnus, però, per un provvedimento che voleva dare gambe solide a un movimento come il calcio femminile, ancora in ritardo rispetto al resto dell'Europa, è stata l'assenza di una visione. Averla avrebbe significato capire che quell'1 per cento non poteva fermarsi all'apice, alla Serie A professionistica, ma andava distribuito su leghe, base, territorio, scuole giovanili, magari immaginando con la Figc un organismo dell'intera filiera femminile, capace di fissare gli indirizzi strategici dalla base al vertice.

Questo vulnus è diventato poi vero e proprio scontro alla Camera, nella battaglia sugli emendamenti. La marcia indietro porta il nome dell'emendamento Caiata, un paradosso visto che il primo firmatario era dello stesso partito del ministro Abodi; emendamento poi sostenuto a sorpresa anche da M5s e Pd: 0,5 per cento alla Lega Pro (che avrebbe bisogno di ben altri sostegni, così come tutto il mondo dei dilettanti), solo il restante 0,5 al femminile e per la sola parte apicale, la base a mani vuote.

Un solo gruppo, Casa riformista-Iv e, con qualche distinguo, Avs si sono opposte al taglio della quota femminile dall'1 allo 0,5.

Un'occasione persa, dal governo e dai principali partiti di opposizione, per il salto di qualità che questo mondo aspettava: legittimando una competizione tra fragili che non serviva a nessuno. Una competizione risolta, come da tradizione, a discapito dello sport femminile.

Al Senato il governo non ha voluto per ragioni di tempo rimediare al pasticcio, anche se, a parole, tutti sembrerebbero d'accordo nel ripristinare l'1 per cento pieno per il femminile, da suddividere con tutta la filiera, e allo stesso tempo trovare risorse nuove per Lega Pro, dilettanti e settori giovanili. Ok, ma quando? E con quali risorse aggiuntive? A saldo zero, del resto, non si fanno le riforme ma le partite di giro. E quelle partite, nei bilanci come nel calcio, non le vince nessuno.

* Tommaso Nannicini (ex senatore)

Fabio Appetiti (responsabile relazioni istituzionali AIC)

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