Parlare di salario minimo legale in Italia è un esercizio interessante perché consente di valutare quanto i protagonisti del dibattito pubblico siano in grado, ma soprattutto siano disponibili, ad affrontare un tema complesso e variegato, difficilmente smarcabile con un netto sì o no. Salvo ovviamente non voler porre la propria bandiera su un campo minato, giusto per vederla sventolare nei cinque minuti in cui si leggono i titoli dei giornali o si ascolta una dichiarazione in tv.

Quello del salario minimo infatti è un tema che si presta ad un paradosso: da un lato il concetto è molto semplice, dall’altro porta con sé delle implicazioni talmente intricate che portano periodicamente il dibattito a scemare in poco tempo, non appena si arriva al dunque. E i nodi sui quali ci si incaglia sono ben chiari, e soprattutto nascono da possibili conseguenze pratiche dell’introduzione del salario minimo, come vedremo.

Non solo quindi dibattiti di alta teoria macro e micro economica, non solo visioni del mondo differenti.

Il primo tema è quello della modalità di introduzione dello strumento, se introdurre un salario minimo per tutti, che si applichi quindi ai lavoratori delle imprese che applicano i contratti collettivi nazionali o se, invece, far valere i valori minimi contenuti nei contratti collettivi nazionali per tutti i lavoratori dei relativi settori.

Il bivio 

Entrambe le strade portano con sé alcune insidie. La prima metterebbe in secondo piano la contrattazione collettiva, facendo sì che alcune imprese, magari già in difficoltà economica ma che non hanno optato per la selva di contratti "pirata”, decidano di non applicare più il contratto nazionale essendo già legalmente adempienti sul capitolo salariale pagando il salario minimo. Questo farebbe venire a meno molti diritti, sia di tipo organizzativo come diverse forme di flessibilità o misure legate alla conciliazione vita-lavoro, sia di tipo economico diretto o indiretto come le misure di welfare o sulla formazione.

Se invece si procedesse con la seconda strada occorrerebbe affrontare il nodo della legge sulla rappresentanza. Infatti per estendere i minimi dei contratti collettivi a tutti lavoratori del settore andrebbe individuato quale dei tanti (troppi) contratti esistenti utilizzare, e andrebbero individuati dei criteri su quale di essi è più rappresentativo sapendo che non tutte le imprese sono uguali per dimensione e aderenza a un sistema di relazioni industriali.

Non certo una missione impossibile ma una strada complessa che non vede tutti i diretti interessati (le parti sociali) concordi e che pone non pochi dubbi su come si voglia intendere l’autonomia collettiva delle parti sociali.

Quanto costa

C’è poi il nodo del valore, le cifre che vengono richiamate sono diverse e spesso più elevate dei minimi di molti contatti collettivi nazionali. Qui il tema non è denunciare le ragioni, gravi e che richiederebbero interventi urgenti, per le quali i salari in Italia sono bassi e anzi in calo ormai da trent’anni.

Stando sullo stretto tema del salario minimo occorrerebbe stimare i costi per le imprese a partire dalle diverse ipotesi del valore da fissare. Tra queste ci sarebbe inoltre lo Stato, che spesso applica dei contratti, per appalti o altro, con i minimi tabellari sicuramente più bassi di un ipotetico salario minimo a nove euro all’ora, ad esempio.

Occorrerebbero quindi coperture economiche su questo capitolo, anch’esse da stimare. Anche questo tema è indice del fatto che discutere senza adeguate ipotesi sui valori, ancorate non solo a dei pur legittimi desiderata, ma alla struttura salariale italiana non aiuta a finalizzare gli interventi.

Dovrebbe essere chiaro a tutti che il tema dei salari è molto più ampio del discorso sui minimi oggi e riguarda tanti altri problemi, dalla ricomposizione dell’occupazione post crisi intorno a servizi dal basso valore aggiunto, a poche ore e discontinui, agli scarsi investimenti in tecnologia e capitale umano che dovrebbero spingere la produttività.

Di fronte alle tante insidie, è onere di chi crede nello strumento di ipotizzare soluzioni pratiche che risolvano i nodi aperti. Parallelamente, occorrerebbe comunque mettere in atto alcune misure che vadano a colpire il fenomeno del dumping salariale a partire da un rafforzamento dei servizi ispettivi che, insieme alle parti sociali che ben conoscono il fenomeno e la sua collocazione, possano far emergere le irregolarità contrattuali.

Allo stesso tempo sarebbe un segnale importante che i contratti non rinnovati da molti anni, e che ingessano i salari a livelli inaccettabili, venissero rinnovati. Se un Patto deve esserci, potrebbe anche partire da qui.

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