Valeria Fedeli è sempre stata una certezza per le amiche che cercavano un consiglio, un sostegno per un’iniziativa controcorrente, una parola di verità sulle fumisterie della politica. Acuta, generosa, velocissima nella comprensione del punto, quel punto intorno a cui altri e altre arzigogolavano. Riformista, femminista, naturalmente femminista, per questo naturalmente propensa ad andare oltre gli steccati ideologici, mente aperta, cuore grande.

Erano le sue doti, ed erano grazie caratteriali, poi anche scelte, le praticava con allegria contagiosa, le aveva rinforzate e moltiplicate nella sua lunga formazione e militanza sindacale. Anche da senatrice, e poi da ministra, era rimasta sempre orgogliosamente una sindacalista, «riformista», sottolineava, innovatrice intendeva, poco propensa alla difesa dei santuari. 

A raccontare la stima che ha raccolto nel corso di una vita di passione civile e politica, sono i messaggi per la sua scomparsa, a 76 anni, comunicata stamattina dalla sua famiglia. Quasi mai parole formali: dalla presidente del consiglio Giorgia Meloni alla segretaria del Pd Elly Schlein, dai suoi amici e compagni riformisti alle sue amiche femministe, anche quelle di generazioni più recenti. Una valanga di affetto bipartisan, e di cordoglio per la sua famiglia, per suo marito, Achille Passoni, amore di una vita, conosciuto nella Cgil. Sindacalista anche lui, anche lui poi senatore, lui riservato, lei travolgente, lo stesso garbo, un’allegria per i loro amici. 

Leale, battagliera, riformista

E si capiscono gli aggettivi che la ricordano, e la descrivono. «Coraggiosa», «leale», «battagliera», «forte», persino «colorata». Valeria era una combattente di battaglie civili e culturali. Prima da maestra a Milano  – una marca che le aveva dato la capacità di farsi capire da tutti, ma forse è il contrario, era diventata insegnante perché sapeva farsi capire -poi da dirigente sindacale, l’impegno e la passione che da Bergamo e Milano l’aveva portata a Roma, e l’aveva portata alla segreteria del pubblico impiego, dei tessili, poi nella Federazione europea dei sindacati.

Da qui, nel 2018, era stata fra le pioniere del movimento delle donne Se non ora quando. Da cinque anni era già in parlamento, al Senato. Da vicepresidente a palazzo Madama, nel corso della discussione sulla riforma elettorale, prende decisioni non facili: come accettare il “canguro”,  che faceva decadere migliaia di emendamenti. Contestazioni a sinistra, lei rispose senza complessi. Non si sottraeva alle battaglie, anche quelle scomode nel suo popolo.

Per questo nel Pd sceglie Renzi, che pure era ruvido con il sindacato: lei ne coglie l’aspetto innovativo nella sinistra. Oggi lui la ricorda: «Era facile volerle bene ed era bello farlo». Vero. Nel 2016 viene scelta da Paolo Gentiloni per fare la ministra dell’Istruzione e della Ricerca. Con entusiasmo torna alla sua passione di sempre, la scuola. La formazione per lei è tante cose: è a una sua iniziativa che dobbiamo la nascita della commissione femminicidi. Nella seconda edizione, ne sarà attivissima presidente. 

Da ministra nel 2018, a settant’anni dalla nascita della Costituzione, d’accordo con il Quirinale fece distribuire nelle scuole una copia della Costituzione. Perché è dalla scuola che si combatte la battaglia fondamentale per i diritti, e contro gli stereotipi. Perché, spiegava, «fare in modo che ragazze e ragazzi conoscano e pratichino le regole e gli insegnamenti della Carta è una priorità per chiunque abbia a cuore la nostra democrazia e il futuro delle nuove generazioni». 

La forza propulsiva del cambiamento

Ma oggi che se n’è andata, la gratitudine, che è un sentimento anche politico, è per il suo lavoro con le donne e di difesa della Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia proprio nel 2013, quando lei arriva in parlamento. La sua è dall’inizio una lettura della realtà contemporanea e un metodo concreto, per questo capace di dialogare con culture diverse.

«La violenza sulle donne ha  cause strutturali, ma la prima cosa è verificare l’applicazione delle leggi esistenti, i vuoti e le inefficienze, e tutto l’apparato culturale che c’è sotto», rispondeva a Elisa Betti in un’intervista nel 2013, «Solo una lettura profonda dell’esistente può mettere in atto un cambiamento radicale in tutti gli ambiti». E ancora: «La frase “l’ha uccisa per amore” è una giustificazione enorme. Per questo fossilizzarsi sulle pene significa incamminarsi su un percorso che non risolve», «Questo è un paese dove il sostegno ai centri antiviolenza è a singhiozzo», «Penso che bisogna stare tutte insieme per vincere questa battaglia».

Sul linguaggio, senza esitazioni: «Come si comunica è importante, usare parole neutre per descrivere il mondo non funziona». E la sua infinita fiducia nella forza delle donne: «L’elemento violenza è un tema che riguarda anche gli uomini, però le donne sono straordinario elemento propulsivo di questo cambiamento».



 

© Riproduzione riservata