Questo 23 maggio si presenta speciale anche per la perfetta sintonia fra la commissione antimafia di Chiara Colosimo e il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca. Sono entrambi morbosamente appassionati del rapporto dei carabinieri su “mafia e appalti” per spiegare le stragi di 34 anni fa
Ecco un altro anniversario nel segno dell'ipocrisia e della verità che si allontana. Ecco un'altra occasione per tirare di qua e di là la figura di Giovanni Falcone o, come diceva il mio amico Giuseppe D'Avanzo, per continuare quell'opera di "sottrazione di cadavere” con l'intento di appropriarsi del suo pensiero.
Ma questo 23 maggio si presenta speciale anche per la perfetta sintonia (direi troppo perfetta) fra la commissione parlamentare antimafia della meloniana Chiara Colosimo e il procuratore della repubblica di Caltanissetta Salvatore De Luca.
Sono entrambi morbosamente appassionati del rapporto dei carabinieri del Ros su “mafia e appalti”, datato 1991, per spiegare le ragioni dei massacri siciliani di trentaquattro anni fa. Il procuratore De Luca ci ha fatto sapere che quel dossier «è sicura concausa della strage di via D’Amelio e forse in misura leggermente minore quella di Capaci». Quindi, non solo Paolo Borsellino ma probabilmente anche Giovanni Falcone è caduto per "mafia e appalti”. Un colpo di scena che, secondo molti esperti della materia, trasporta sempre più lontano dalla realtà.
La destra che esulta
L'inchiesta di Caltanissetta ha scatenato il tifo della destra che non vuole – e si capisce – sentir parlare di “piste nere” e di neo fascisti in combutta con boss mafiosi. E le indagini, mese dopo mese, si sono sempre più orientate sugli interessi di grandi imprenditori che avrebbero voluto morti i due giudici siciliani, con un contorno di insabbiamenti attuati da magistrati come Giuseppe Pignatone e Gioacchino Natoli.
Una tesi un po' sbilenca perché di fatto separerebbe le bombe di Capaci e di via Mariano D'Amelio da quelle dei Georgofili a Firenze, della basilica di San Giovanni a Roma, di via Palestro a Milano. Non un'unica strategia per destabilizzare il paese ma stragi staccate una dall'altra e con protagonisti diversi.
A meno che, prossimamente, ci vengano a raccontare che quel rapporto su "mafia e appalti” è anche all'origine delle bombe in Continente del 1993, del piano per far saltare in aria la Torre di Pisa, di uccidere in via Fauro il giornalista Maurizio Costanzo, di disseminare le spiagge della riviera romagnola di siringhe infette con il virus dell'Hiv, di "assassinare almeno cento carabinieri” allo stadio Olimpico.
Sarà molto difficile dimostrare che il famoso rapporto firmato dal generale Mario Mori, ispiratore dell'indagine parlamentare di Colosimo e a quanto pare saldo riferimento per De Luca, abbia scatenato due anni di terrore in Italia. Ma intanto questo è nelle convinzioni della presidente della commissione antimafia e del procuratore di Caltanissetta, una coppia che sta provando a riscrivere la storia delle stragi del 1992 e del 1993 sollevando un’infinità di dubbi.
Le prossime mosse
Dopo le sceneggiate degli anni scorsi con il sindaco Roberto Lagalla – scelto da due condannati per mafia come Totò Cuffaro e Marcello Dell'Utri – a onorare il ricordo di Falcone e dopo le cariche di polizia contro un pacifico corteo di studenti e sindacalisti, l'attenzione di questo 23 maggio è tutta concentrata sulle prossime pirotecniche mosse che potrebbero arrivare dalla procura di Caltanissetta e sulle altre sorprese che potrebbe riservarci la commissione di Chiara Colosimo.
Nelle ultime settimane non sono mancate le divisioni anche dentro i tribunali. Per esempio la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del procuratore De Luca, con il quale definiva “abnorme” la decisione della giudice Graziella Luparello di non archiviare la cosiddetta “pista nera’. Nelle ultime settimane, e proprio dopo quella sentenza della Cassazione, qualcuno si è agitato. E anche tanto.
Così sono entrati in azione i soliti noti, in prima fila qualche patacaccaro di professione e un po' di urlatori livorosi, tutti che si sono scatenati per una lettera aperta inviata da trentatré giornalisti siciliani al presidente della Repubblica Sergio Mattarella «per andare oltre mafia e appalti». Anche loro, pataccari e urlatori, oggi saranno lì commossi a ricordare Giovanni Falcone.
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