Il Piano nazionale di ripresa e resilienza è stato il più grande programma di investimenti pubblici della storia recente del Paese e la prima preoccupazione era capire se le amministrazioni sarebbero state in grado di trasformare quelle risorse in opere, servizi e risultati concreti
Il 30 giugno si è chiusa la stagione del Pnrr. Per anni ne abbiamo discusso con parole tecniche: risorse, scadenze, milestone, target, gare, cantieri, capacità di spesa. Era inevitabile. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza è stato il più grande programma di investimenti pubblici della storia recente del Paese e la prima preoccupazione era capire se le amministrazioni sarebbero state in grado di trasformare quelle risorse in opere, servizi e risultati concreti.
Ora, però, la domanda cambia. Non basta chiedersi quanto si è speso o quanti interventi avviati. La vera questione è che cosa resta. Quale eredità lascia il Pnrr alle città, ai Comuni, alle comunità? E soprattutto: chi garantirà che ciò che è stato costruito continui a funzionare?
Il Pnrr prima che un piano di investimenti è stato un laboratorio di governo pubblico. Ha obbligato Unione europea, Stato, Regioni e Comuni a lavorare dentro un quadro comune di obiettivi, monitoraggio e responsabilità. Ha compresso i tempi, introdotto una cultura della misurazione dei risultati e chiesto alle amministrazioni non solo di spendere, ma di dimostrare che quella spesa producesse effetti.
Molte critiche sono state ingenerose. Non perché il Piano non abbia avuto limiti, ritardi o contraddizioni. Li ha avuti. Ma troppo spesso il giudizio pubblico ha confuso livelli diversi di responsabilità, mettendo sullo stesso piano chi ha programmato, chi ha finanziato e chi ha dovuto realizzare gli interventi nei territori. I Comuni si sono trovati in prima linea, con strutture amministrative già sotto pressione.
Roma è un esempio evidente, ma il punto riguarda tutte le città italiane che, grazie al Piano, hanno potuto realizzare scuole, asili nido, poli civici, impianti sportivi, spazi pubblici, servizi di prossimità e interventi nelle periferie.
Ora arriva il passaggio più delicato: trasformare investimenti straordinari in servizi ordinari e permanenti. Una scuola va aperta, un asilo va gestito, un impianto sportivo va mantenuto, uno spazio civico va animato, un servizio sociale va sostenuto nel tempo. Il valore di un investimento non si misura nel giorno dell’inaugurazione, ma nella sua capacità di cambiare stabilmente la vita delle persone.
Sarebbe una beffa se proprio chi ha fatto funzionare il Pnrr, contribuendo in modo decisivo al successo italiano del Piano, si ritrovasse ora con i debiti per mantenere i servizi che quel Piano ha reso possibili. Sarebbe paradossale chiedere ai Comuni di essere protagonisti dell’attuazione e poi lasciarli soli nella fase più importante: quella della continuità. Se questa viene meno, non si perde solo l’efficacia dell’investimento: si indebolisce la credibilità dell’azione pubblica.
Per questo la spesa corrente non è una questione contabile, ma politica. Riguarda il futuro della finanza locale, il ruolo dello Stato, la manutenzione delle infrastrutture, il personale necessario a far vivere i servizi. Dopo il Pnrr non serve soltanto chiedersi quali nuovi fondi arriveranno. Serve prima di tutto garantire che ciò che è stato realizzato non si spenga.
Qui il rapporto con il governo nazionale diventa decisivo. I Comuni hanno fatto uno sforzo enorme, spesso superiore alle proprie forze ordinarie, per una sfida che riguardava l’intero Paese. Ora il Paese deve riconoscere quello sforzo e costruire strumenti stabili per accompagnarlo. La continuità degli asili, dei poli civici, degli spazi rigenerati e dei servizi di prossimità non può dipendere solo dai singoli bilanci comunali.
C’è poi un secondo lascito da non disperdere: il legame più diretto tra Europa e città. Il Pnrr, nato come risposta europea alla crisi pandemica, ha mostrato che le grandi sfide contemporanee passano dai territori urbani: transizione ecologica, mobilità, inclusione sociale, casa, servizi, digitalizzazione, riduzione delle disuguaglianze. Per la prima volta i Comuni non sono stati soltanto destinatari di risorse europee, ma attori operativi di una strategia comune.
Questa relazione va conservata e rafforzata. Mentre si discute il futuro bilancio europeo e la prossima stagione delle politiche di coesione, sarebbe un errore tornare a un modello in cui le città restano ai margini della programmazione. L’Europa ha bisogno delle città non come terminali amministrativi, ma come luoghi in cui le politiche diventano vita quotidiana.
Il Pnrr non va celebrato acriticamente. Va valutato con serietà. Dovremo capire quali interventi hanno funzionato, quali disuguaglianze sono state ridotte e quali sono rimaste aperte. Ma il giudizio non può fermarsi alla contabilità delle opere. Il vero bilancio comincia adesso: nella capacità di rendere permanente ciò che è nato come straordinario.
Il Piano è finito. I servizi, i diritti e le aspettative che ha generato non possono finire con lui.
* Roma Futura e Presidente della Commissione Speciale Pnrr
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