«Le merci si mondializzano, gli individui si tribalizzano», così ha scritto il filosofo francese Regis Debray, una frase che sembra fatta apposta per raccontare la scuola ipotizzata da Valditara e dal governo tutto. In una realtà sempre più globale e interconnessa, per la cui comprensione servirebbero strumenti moderni, approcci interdisciplinari, attraversamento di confini, cosa propone il nostro ministero? Una chiusura che sarebbe persino ironico definire “provinciale”, e che invece, è non solo politicamente orientata in un’ottica pseudonazionalista, ma è soprattutto dannosa. Pseudonazionalista perché non rivela neppure quel piglio aggressivo che solitamente segna queste istanze, ma ne fa semmai una parodia di serie C.

Dannosa perché offre alle nuove generazioni una visione angusta, inutile e sbagliata della storia, per esempio. Porre l’accento sulla “nostra” storia, sui “nostri” valori, ovviamente per esaltarli, non solo è un’operazione politica, ma conduce a una visione unilaterale degli eventi, a un etnocentrismo forzato, che rende miope lo sguardo.

In un momento in cui bisognerebbe combattere contro le storie nazionali, raccontate sempre da un unico punto di vista, si vuole al contrario rafforzare questa visione. Ricordo di avere avuto tra le mani tempo fa un libretto scritto dal fondatore del Museo di Storia Naturale di Torino, scritto nel Ventennio.

C’era un capitolo dedicato alla “razza” italiana, di cui si leggeva che era rimasta pura “nonostante qualche invasione”. Quasi commovente, ma è quello che si rischia di sentire a breve nelle nostre aule.

Le politiche identitarie, infatti, portano all’estremo la «tendenza a dividere il mondo in piccole isole sottratte alla reciproca influenza intellettuale. Per dipingere ogni cultura come “pura”, occorre dunque disancorarla dalla storia e proporla come un elemento isolato, rimasto avulso da ogni contatto.

È il caso del punto 5 del Manifesto della razza, redatto da dieci scienziati italiani e pubblicato il 5 agosto 1938 sul primo numero della rivista La difesa della razza: «È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici. Dopo l'invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione.

Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l'Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d'Italiani di oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l'Italia da almeno un millennio».

La storia globale

Si nega la storia, si finge che gli abitanti della penisola siano rimasti immuni e refrattari a ogni tipo di scambio voluto o forzato con le genti che nei secoli hanno invaso l’Italia. Nazionalismo e razzismo si giustificano mediante un’appropriazione e un’alterazione sistematica della storia. Secondo questa pseudo-storia i popoli europei sono entità distinte, stabili e oggettivamente identificabili.

Questi popoli sono diversi gli uni dagli altri per lingua, religione, costumi e carattere nazionale, tutti elementi che vengono presentati come realtà incontestabili e immutabili. Il tutto intriso di una retorica che si fonda su presunti elementi (lingua, origine, costumi) che vengono presentati come realtà incontestabili e immutabili, quando invece, come scrive Alessandro Barbero: «Le invasioni in Italia sono l’ossatura di manuali scolastici e spunto di riflessione storiografica».

Solo studiando una storia globale, possiamo capire il mondo di oggi e scoprire che è sempre stato interconnesso, che idee e merci sono sempre circolati, che ogni attuale comunità nazionale è debitrice e creditrice rispetto alle altre.

Con la storia di Valditara gli studenti non saprebbero che la parola “algoritmo” deriva dal suo inventore al-Khwārizmī, matematico persiano del IX secolo, che i numeri che usiamo vengono dall’India, che i filosofi greci che consideriamo alla base del nostro pensiero li conosciamo grazie alle traduzioni arabe, che nel 1320 a Timbuctu c’erano due università, che i cibi che mangiamo sono originari di angoli lontani di mondo, che il predominio dell’Occidente è in fondo una fase piuttosto breve della storia mondiale, rispetto a quello dell’Asia.

E mentre nel mondo continuano gli scambi, noi iniziamo a tribalizzarci.

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