Elly Schlein ha un compito impossibile, tuttavia non più procrastinabile: risolvere il caso Partito democratico in Calabria che, non da ora, ha molte analogie con l’impasto affaristico, politico e criminale emerso in Campania negli ultimi dieci anni. Una questione che la segretaria deve affrontare senza sconti come nessuno prima ha fatto.

Lo deve soprattutto a quel popolo smarrito e deluso da decenni di gestione del potere del centrosinistra calabrese che si è alternato al governo della regione ogni cinque anni con il centrodestra, anch’esso popolato da ras delle tessere, della sanità privata e dai signori delle clientele. Queste due formazioni sul territorio che da va da Reggio Calabria fino all’ultimo comune più a nord della regione hanno pensato più a come spartirsi i centri di comando che agli interessi dei calabresi.

Non c’è un dato statistico sul progresso sociale e sullo sviluppo economico che possa smentire questa certezza. L’inchiesta della procura di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri ha colpito esponenti del Pd di primaria importanza, su tutti Mario Oliverio e Nicola Adamo.

Il primo già presidente della regione, il secondo ex parlamentare e assessore regionale con Oliverio, marito di Enza Bruno Bossio, storica esponente del centrosinistra calabrese. Tutti erano molto legati a Massimo D’Alema poi, di volta in volta e con grande naturalezza, hanno appoggiato chi gli garantiva di stare lì dove desideravano stare. La settimana precedente era toccato alla giunta di centrodestra fare i conti con le indagini dei pm: l’assessore voluto da Roberto Occhiuto, Marcello Minenna, è stato arrestato dalla procura di Forlì.

C’è però una differenza tra chi milita in Forza Italia, Lega o Fratelli d’Italia e chi nel Pd in Calabria. Si tratta di una storia di sangue e impegno che non può essere ereditata da chi crede più alla clientela che all’affermazione dei diritti. Il Pd calabrese dovrebbe infatti custodire con cura gli esempi di Giuseppe Valarioti e Giannino Losardo, dirigenti locali del Pci, uccisi dalla ‘ndrangheta per essersi opposti strenuamente ben prima che la magistratura occupasse un ruolo predominante nella lotta giudiziaria ai clan.

Valarioti e Losardo erano in Calabria ciò che Pio La Torre (padre della legge sull’associazione mafiosa, ucciso nel 1982) è stato per la Sicilia, per l’Italia. Le loro battaglie erano lotte per affermare il diritto laddove prevaleva la cultura del favore, terreno sul quale cresce l’impero delle cosche. Si battevano per selezionare sulla base delle competenze e non sul criterio delle relazioni politiche per le quali c’è sempre un amico da piazzare in qualche consiglio di amministrazione, o un primario da sistemare in una struttura sanitaria purché sia devoto solo al capo partito e non tanto a Ippocrate.

Al di là di come finirà quest’ultima inchiesta giudiziaria (Adamo e Oliverio sono stati coinvolti in varie operazioni e sempre prosciolti), la questione Pd in Calabria resta se non verrà affrontata nella sua essenza: eradicare il familismo dal pantheon di un partito che così com’è umilia il glorioso passato scritto da Valarioti, Losardo e da chi ha preferito loro ai ras del nuovo millennio. Per farlo, però, Schlein deve rivoluzionare il metodo di selezione della classe dirigente. Come ha annunciato di voler fare in Campania, liberando il partito dai cacicchi fedeli solo al governatore Vincenzo De Luca.

© Riproduzione riservata