Lo scetticismo che avvolge a sinistra la protesta dei trattori è inevitabile quanto pericoloso. Sembra più una strategia difensiva, legata al disorientamento di fronte a movimenti che si costituiscono tramite dinamiche tradizionali ma che comportano anche degli elementi di novità poco decifrabili. È proprio approfittando di questa opacità fondamentale che la destra riesce a strumentalizzare la protesta. Secondo uno schema anche questo prevedibile, per cui per la destra non tutti i movimenti sociali sono uguali.

Alcuni sono movimenti senza conflitti: nascono da impulsi di conservazione e, come tali, servono a consolidare l’equilibrio generale. Altri sono invece movimenti conflittuali, poiché insistono sulla necessità di un mutamento sociale. Il progetto della destra è molto chiaro: cavalcare i movimenti conservatori e criminalizzare i veri conflitti sociali.

Ma la protesta dei trattori non è utile solo a smascherare il gioco della destra. Se proviamo a osservarla bene, essa fornisce suggerimenti importanti anche alla sinistra in perenne stato di ristrutturazione.

Crisi sindacale

Innanzitutto, per l’ennesima volta la crisi della rappresentanza sindacale si manifesta come un trauma che bisogna curare con urgenza. Un trauma doppio, se così posso dire. Perché da un lato è evidente che anche in questo caso le principali sigle sono state incapaci di intercettare e rappresentare dall’alto il malcontento che montava dal basso.

Ma c’è un altro pericolo che discende dalla crisi del sindacalismo e che in questi giorni è sotto gli occhi di tutti. Quali interessi e quali giochi di potere determinano la rappresentanza spontanea di questo genere di movimenti? In che modo avviene la selezione dei suoi sedicenti leader? Il meccanismo del narcisismo o della prova di forza sembra aver sostituito ogni legittimazione dei rappresentanti. La sinistra ne tragga un insegnamento: se il populismo sostituisce la legittimazione democratica con il carisma opaco dei capi, i sindacati possono essere ancora un modello alternativo di organizzazione a condizione di occuparsi con determinazione della questione della democrazia interna ai loro organismi di rappresentanza.

Più i sindacati sapranno essere organizzati democraticamente, più recupereranno credibilità all’esterno e non lasceranno spazi a proteste come quella dei trattori.

In secondo luogo, questa protesta segnala che il modello novecentesco dello stato provvidenza non è affatto tramontato. Sia i trattori che Stellantis non si affidano affatto all’autodeterminazione del mercato, ma pretendono che lo Stato orienti e guidi i processi. Nell’autoreferenzialità patologica che emerge in entrambi i casi, la buona notizia per la sinistra è proprio il ritorno dello Stato e la smentita del dogmatismo neoliberale del mercato autoregolato. Monta una rabbiosa nostalgia di più Stato.

Solo che questa nostalgia è ormai del tutto cieca. Sta alla sinistra renderla lucida e trovare le giuste parole. Per farlo deve certamente riconoscere i limiti delle politiche europee, che vengono percepite – il caso dei trattori è uno dei tanti esempi – quasi come una forma di abuso di potere di un macro Stato antiprovvidenziale, che agisce cioè non per proteggere alcune classi sociali in difficoltà, ma per smantellarne ogni protezione rimasta.

In termini più chiari: fin quando le politiche europee saranno così rigorosamente neoliberiste, allora non ci sarà spazio per il ritorno dello Stato (o ci sarà spazio solo per il ritorno dei nazionalismi, il contrario di ciò verso cui la sinistra dovrebbe orientare questo bisogno di Stato che oscuramente emerge).

Se non ci può essere sinistra se non in una prospettiva europea, non può esserci Europa se non attraverso un robusto ripensamento dei propri principi sociali, il vero compito della sinistra.

Sostenibilità

In terzo luogo, questa dissonanza tra le politiche “antiprovvidenziali” dell’Europa e la nostalgia dello Stato provvidenza dovrebbe servire alla sinistra per problematizzare ulteriormente la categoria di sostenibilità.

Non c’è dubbio che vi sia una necessità che in quanto tale vale per tutti: quella di modificare il nostro sistema produttivo in modo da renderlo meno distruttivo. Ed è altrettanto vero che, di fronte a una destra negazionista (sta tornando anche Trump), la sinistra potrebbe accontentarsi semplicemente di sostenere la causa generale della sostenibilità. Ma non sono certo che sia questa la postura più corretta.

Piuttosto, a me pare che anche la protesta dei trattori suggerisca alla sinistra che la sostenibilità non è cosa univoca o uguale per tutti. Ci sono misure sacrosante che vengono adottate in nome della sostenibilità le cui conseguenze possono essere economicamente vantaggiose per le grandi imprese e le multinazionali e invece insostenibili per i piccoli imprenditori o per gli agricoltori.

Ecco perché suggerirei alla sinistra di diffidare del criterio generale della sostenibilità e di sforzarsi d’elaborare delle proposte in grado di prendersi carico delle diseguaglianze sociali che tale criterio può procurare.

Anche la sostenibilità si deve applicare alle classi sociali: che non sono tutte uguali e che hanno esigenze e capacità differenti di fronte ai cambiamenti. Il compito della sinistra – di fronte alla coazione a ripetere del negazionismo di destra – non è solo quello di rivendicare la necessità di tali cambiamenti, ma anche quello di orientarli socialmente.

Infine, c’è un ultimo aspetto che vale la pena sottolineare.

Il sistema capitalistico ha introiettato una lezione che apparteneva all’ortodossia marxiana. Sa benissimo che è del tutto impossibile pensare di reprimere ogni protesta. Quel che si può fare per depotenziarla è però interdire il potere di universalizzare una protesta particolare. Anche per i trattori vale la stessa cosa. Ciascuno protesta e rivendica, ma lo fa sempre e solo per sé.

Ecco, la sinistra dovrebbe opporre alla destra un processo di connessione delle proteste e dei conflitti contro quell’interdizione dell’universalità delle lotte che il capitalismo contemporaneo ha reso ormai egemone.

Se la classe proletaria non esiste più, esiste ancora l’esigenza di trovare una classe universale: cioè di trovare dei conflitti che possano non essere solo particolari, ma che possano connettere le vite, i bisogni e la materialità di tante persone.

Se la destra cavalca le proteste, la sinistra universalizza i conflitti. O almeno dovrebbe farlo.

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