Karakoz è il nome con cui veniva chiamato il teatro delle ombre durante l’Impero Ottomano a indicare una continuità segreta tra ciò che si vede e una forma di spiritualità. Un elemento che caratterizza da tempo il lavoro del musicista di Crotone che nel suo ultimo album incorpora musica e suoni registrati tra Ramallah e Betlemme
Alcune frasi sussurrate, in arabo, accompagnate dal suono di droni che pian piano salgono di intensità. Poi quella che sembra una preghiera, raccolta, intima, si fa canto, al contempo straziante e pieno di speranza per un futuro diverso, mentre la base elettronica aumenta di volume, a rendere cupo, quasi materico, questo dolore. La voce è quella di Maya Al Khaldi, artista e musicista palestinese, che da tempo sta portando avanti una ricerca personale sui canti e i lamenti funebri della sua terra

