Può un romanzo essere contemporaneamente allineato e provocatorio? La letteratura è un mulino da contraddizioni, quindi sì. L’ultimo romanzo di Andrea Bajani, L’anniversario (Feltrinelli) sembra un tributo al recente tòpos retorico del maschio etero autocritico: nel libro compare molte volte la parola “patriarcato”, il personaggio della madre è il prototipo perfetto della donna vittima, talmente schiacciata dal sistema e convinta di non valere nulla da desiderarsi lei stessa invisibile.

Si sottolinea come questa mancanza di autostima dipenda (oltre che da un’istintiva timidezza) da un’assenza di autonomia economica – tant’è vero che nel breve periodo in cui lavora, in un piccolo supermercato vicino a casa, la madre rifiorisce e arriva perfino a ridere spensierata.

La storia

Il figlio, protagonista del libro e colui che dice "io”, assiste impotente alla prevaricazione del padre sulla madre, che si spinge fino al maltrattamento e ad almeno un episodio di violenza spettacolare, con la madre che perde sangue da un taglio sulla testa e il figlio che raccoglie con lei in silenzio i cocci della devastazione.

Né manca il risvolto più psicologicamente perverso e paradossale del patriarcato manipolatore, cioè la capacità del carnefice di presentarsi come vittima; la violenza nasce da un bisogno d’amore incapace di esprimersi («aveva bisogno di spaventare per sentirsi amato»), lui picchia lei ma poi aspetta che sia lei a chiedergli perdono – e lei umiliandosi si fa perdonare, illudendosi di poterlo «proteggere dal male che le faceva».

Lui ha un’amante e la madre lo sa, ma lui alla moglie «non fa mancare niente» e si sente legato dalla promessa di non abbandonare mai il nido coniugale. Un rapporto, come si dice ora, «tossico», di due infelicità che si incastrano ma non alla pari: «lui voleva che lei fosse niente per poter essere lui qualcosa, e lei voleva essere niente perché essere niente era almeno qualcosa». Se si avanza l’ipotesi che quello del padre sia un disagio psichico personale, subito ci si affretta a collegarlo con «un retaggio fascista negato ma sostanziale nei comportamenti» - la sua è «una logica allucinata» sì, ma «saldata alla consuetudine patriarcale che ne moltiplica gli effetti».

Insomma tutto il corredo del nuovo codice tra i sessi, completo di terminologia giornalistica («rapporto più risolto», «modello di famiglia», «sottomissione domestica in regime repressivo»); il romanzo come illustrazione acculturata di quelle storie che si sentono in tivù, di famiglie disgraziate di cui i vicini dicono al microfono che «sembrava andasse tutto bene».

Lo stile

Ma Bajani sa scrivere e non sa sottrarsi alla propria scrittura, da qui nasce il problema. Nel frontespizio (non nella copertina) al titolo segue il sottotitolo apparentemente pleonastico Un romanzo; perché c’è bisogno di dirlo? In effetti, nel libro mancano quasi del tutto alcune caratteristiche che consideriamo tipiche dei romanzi: per esempio non ci sono dialoghi (tranne uno brevissimo tra il protagonista e la futura moglie quando ormai sta per sfuggire alla famiglia), non ci sono nomi propri, ci sono pochissime scene che non siano filtrate dall’eterno spiegare del narratore.

Rispetto al "romanzo familiare” in senso freudiano (quello che ciascuno si crea nel proprio immaginario), il romanzo come genere letterario ha il pregio di liberare l’autore empirico dalla propria autobiografia: il romanzo consente di re-inventarsi e di inventare la vita intorno a sé, in modo da rendere inessenziale se qualcosa sia davvero accaduto o no.

Bajani sembra fare un uso molto cauteloso di questa possibilità, riempie le pagine di espressioni come «non vale la pena riferire», «non è qui il caso di dilungarsi», «non sono in grado di dedurre», «non so che cosa si dicessero» ecc. – non si tratta, credo, solo di una voglia di sobrietà (mimetica della timidezza materna), né del semplice rifiuto della posizione di narratore onnisciente, la cosa dev’essere più profonda.

Tutto il libro è all’insegna del “non”, se ne trovano centinaia sparsi dovunque; e sono innumerevoli gli avverbi di modo, quelli lunghi che finiscono in –mente e rallentano il ritmo attenuando le affermazioni. Lasciare che i personaggi abbiano un nome, che vivano e parlino tra loro, significherebbe togliere il freno a mano, consegnarli a un mondo che non è più sotto lo stretto controllo dello scrivente. Bajani in realtà ha paura che il romanzo lo porti via, e che il lettore lasciandosi trasportare dalla finzione arrivi a capire quel che lui non vuole lasciar capire.

Le scene

Bajani sa scrivere, lo ripeto; alcune scene ci sono, brevissime ed emblematiche – la madre che al primo appuntamento col padre (avendo smarrito l’orologio da polso) si porta una sveglia per non far tardi; la madre che si lava i denti con l’acqua dello sciacquone perché il padre, in vista di una partenza, ha già chiuso il rubinetto centrale e lei non vuole dare fastidio; il padre che dopo la sfuriata che ha ferito la moglie alla testa dice al figlio «promettimi che ti laurei», poi confessa di averlo detto perché aveva intenzione di suicidarsi.

Il padre, a conti fatti, è un personaggio più interessante della madre, piccola borghese senza avventure; lui viene da un ceto alto che si è improvvisamente impoverito, ha scatti, impuntature e una «consuetudine con il naufragio»; sa ricominciare da capo, ha un corpo e lo fa sentire («aveva preso a morsi il tavolo della cucina», ma ha mani delicate e certe volte balla da solo davanti al giradischi).

Il padre è al centro dello sguardo del figlio («tra idolatria e legittima difesa»), il padre signoreggia sull’immaginario del figlio e il figlio, quando pensa al padre, ha reazioni fisiche che con la madre non ha («contrazioni addominali e un’accelerazione esponenziale del battito cardiaco… un tremore diffuso lungo tutto il corpo»). Il genere romanzo, lasciato a se stesso, tende alla sfacciataggine che rivela anche troppo: in questo caso, il rischio è che riveli quanto è rimasto al protagonista dell’eredità paterna – di essere cioè non solo un vile che non sa opporsi (come gli rimprovera la sorella), ma un complice inconscio. Per questo la compagine formale del libro è così simile a una prolungata preterizione.

Il titolo

L’anniversario a cui si allude nel titolo è quello dei dieci anni trascorsi da quando il protagonista ha deciso di troncare qualunque relazione coi genitori, considerandoli morti anche se sono vivi. Non è solo il “famiglie vi odio” di gidiana memoria, è un rancore più specifico che in un’epoca di affettività diffusa può apparire cinismo provocatorio. «Da allora ho cambiato numero di telefono, casa, continente, ho tirato su un muro inespugnabile, ho messo un oceano di mezzo. Sono stati i dieci anni migliori della mia vita».

Ma il cinismo è salvezza chirurgica, necessaria disintossicazione; il protagonista non ci è arrivato da solo, ha avuto bisogno di una donna estranea al cerchio familiare, una strana terapista eretica e a sua volta semi-paranoica. L’insegnamento più importante che la terapista gli ha lasciato è che «uno dei modi per esprimere la violenza è la precisione».

La precisione della scrittura è quel che il protagonista, e forse l’autore empirico, tesaurizzano come amuleto; precisione entomologica nel descrivere le reazioni psichiche, precisione aggettivale a cui affidare il quoziente emotivo delle descrizioni naturali («un edificio a cento metri da dove il Po scivolava stolido nell’alveo») – quasi che all’emozione estetica si delegasse quel che si è tolto alla banalità dei nessi familiari standard (ai termini domestici “nonni”, “zia”, “nuora” si preferiscono i più asettici «i genitori di mia madre», «la sorella di mio padre», «la moglie di suo figlio»).

La crudeltà è pietà filiale travestita; la scrittura è una forma di perdono, richiesto e concesso a chiunque. Durante l’ultima visita, la madre sulle scale gli ha mormorato all’orecchio «tornerai a trovarci?»; Bajani ci è tornato adesso, con questo romanzo recalcitrante, commovente perché autocastrato, come se il tempo si fosse fermato a quel gomito di scala di dieci anni prima che è rappresentato in copertina (anche il paratesto, qualche volta, può dire la verità).

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