«Si sa com’è fatto il cuore degli uomini: si arresta davanti ai piccoli contrattempi e si fa una ragione delle peggiori sciagure», dice con riflessiva saggezza Manolis Axiotis, il protagonista di Addio Anatolia, il famoso libro di Didò Sotirìu – riedito in Italia nel 2022 – che è la più esemplare e coinvolgente rappresentazione romanzesca del tramonto della civiltà greca di Asia Minore. Manolis parla con dolorosa esattezza, perché sa bene di cosa sta parlando: del periodo in cui i rumi (i greci) subiscono le prime dolorose angherie, con i reclutamenti forzati dei giovani uomini negli Amelè Taburu (battaglioni di lavoro) e l’internamento di molte famiglie, subito dopo l’entrata in guerra dell’impero ottomano a fianco degli imperi centrali nel novembre 1914.

Questo fu un momento molto duro, ma nulla rispetto a quello che sarebbe accaduto in seguito: era soltanto l’inizio della fine. Pochi mesi dopo infatti, a partire dal gennaio 1915, si abbatte sulle minoranze cristiane dell’impero (armeni, greci, siriaci) la scure della persecuzione e del genocidio, che prende diverse forme, ma ha un unico scopo finale: eliminare o allontanare forzosamente, e per sempre, i cittadini appartenenti a etnie non turche. Gli armeni sono il primo bersaglio, poiché erano insediati da millenni sul loro territorio ancestrale intorno al Monte Ararat, nell’Anatolia orientale, che venne completamente svuotato della loro presenza fisica; ai siriaci tocca lo stesso destino. Dei greci, quelli che si erano stanziati fin dall’epoca classica sulle rive del Mar Nero (“greci del Ponto”, circa 300mila), e parlavano un dialetto proprio, furono trattati con estrema durezza, come gli armeni, e anche per loro si può parlare di genocidio.

I greci della Ionia, molto più numerosi, che da millenni abitavano lungo la costa orientale dell’Egeo e nelle fertili vallate dell’interno, e la cui città di riferimento era Smirne, erano la punta di diamante delle aperture al progresso moderno nell’impero ottomano, sia nel commercio che nella manifattura: ma questo non valse a risparmiare loro un destino di perdita della patria e dei beni, di morte, di distruzione e, infine, di totale dislocamento territoriale.

L’incendio

Responsabile di tutto questo fu il Comitato Unione e Progresso, il partito dei Giovani turchi, giunto al potere a Costantinopoli – esautorando il sultano – nel 1908. Estromesso poi dal governo con la sconfitta del 1918, fu spazzato via con i suoi uomini più rappresentativi (prima di tutto il famoso triumvirato, massimo esecutore delle stragi armene: Talaat, Enver, Djemal).

Ma fu uno di loro, il brillante generale e astuto uomo politico Mustafa Kemal, che riuscì infine a completare nel settembre 1922, con l’incendio di Smirne – realizzato col chiaro proposito di colpire al cuore la città e la sua anima greca –, quel programma segreto di eliminazione delle minoranze che era stato elaborato dai vertici del partito ed eseguito con micidiale solerzia dopo l’entrata in guerra nel novembre 1914.

Egli seppe trarre profitto dagli eventi del dopoguerra, che si susseguirono incatenandosi l’uno all’altro con una specie di fatale determinazione: proprio – si direbbe – come in un’antica tragedia greca. La prima guerra mondiale si era conclusa nell’autunno del 1918: l’armistizio di Mudros fra gli ottomani e gli inglesi fu firmato il 30 ottobre, subito prima del 4 novembre italiano.

Ma cosa avvenne negli anni tumultuosi dell’immediato dopoguerra? Mentre i trattati di pace penalizzarono Germania e Austria-Ungheria, con divisioni territoriali e pesanti risarcimenti pecuniari, il trattato di Sèvres con l’impero ottomano non venne mai applicato. Nel 1919 il governo greco di Eleuterio Venizelos, incoraggiato dal primo ministro inglese Lloyd George, fece la sua mossa azzardata, nel sogno della megali idea, la “grande idea”: invadere la Turchia prostrata dalla guerra per riconquistare Costantinopoli e riprendersi la Tracia e l’Asia Minore. Il 15 maggio i greci sbarcarono a Smirne, accolti con entusiasmo dalla popolazione; seguirono due anni di combattimenti spietati, che videro in un primo tempo i greci prevalere, penetrando nell’interno dell’Anatolia e arrivando fin quasi ad Ankara. Ma successivamente le sorti del conflitto si capovolsero, e l’esercito turco – condotto con abilità strategica e insieme diplomatica astuzia da Mustafa Kemal – prese il sopravvento sui greci troppo lontani dalla patria e mal guidati da generali incompetenti.

Né si deve dimenticare che essi furono abbandonati dalle potenze dell’Intesa – stanche di guerre e spregiudicatamente attente a conquistarsi il favore della nuova Turchia e del suo capo – che fornirono ai turchi armi e assistenza logistica. La battaglia definitiva si svolse alla fine di agosto 1922: l’esercito greco, già demoralizzato, fu travolto, e la ritirata si concluse con l’abbandono di tutto il territorio conquistato, e della città di Smirne, nella quale le truppe turche entrarono il 9 settembre 1919. Ma la tragedia fi nale, il “fuoco di Smirne”, l’incendio della città che tanto impressionò i contemporanei – anche perché divenne immediatamente oggetto di grande attenzione internazionale, dovuta all’amplissima copertura sui giornali dell’epoca – di cui quest’anno ricorre il centesimo anniversario, è stata purtroppo in seguito quasi completamente dimenticata nella sua incandescente realtà e nella sua impressionante valenza simbolica.

Pochissimo gli storici si sono occupati del concreto svolgersi di quelle giornate di fuoco e di fiamme, ritmate dagli incendi che devastarono la città, la “perla del Mediterraneo”, fervida di attività e densa di vita e di mercatura, di scambi economici e culturali, ricca di cinematografi, teatri, sale sportive, scuole e collegi, taverne risuonanti della “sua” famosa musica, il rebétiko. E pochissimo anche delle cause che scatenarono la catastrofe wagneriana che suggellò il tramonto definitivo di una civiltà millenaria, con la distruzione del suo vivacissimo cuore, Gâvur Izmir, “Smirne l’infedele”.

Il vento è cambiato

«Il vento è cambiato, il vento è cambiato»: fu il sussurro minaccioso che percorse la città all’alba del 13 settembre 1922. Il vento che da giorni soffi ava dal mare verso terra, mettendo così anche il quartiere turco – e quello ebreo – direttamente esposti al fuoco che fosse stato appiccato nei quartieri cristiani, aveva invertito la direzione e soffiava robusto da terra, verso nord-ovest.

Adesso spirava nella giusta direzione: si poteva dar fuoco ai barili di petrolio accumulati ai crocicchi delle strade, si potevano finalmente distruggere i quartieri dei greci, degli armeni, dei “franchi” (cioè gli occidentali), lasciando quasi intatti gli altri, e riportare saldamente in mani turche la città. Cosmopolita e aperto al progresso, questo grande e dinamico porto mediterraneo era popolato in maggioranza dai greci dell’Asia Minore, con consistenti minoranze di armeni e di ebrei; grande e moderno centro commerciale, vi si trovavano le rappresentanze consolari di tutte le grandi nazioni europee.

Smirne era poi anche la patria della numerosa tribù dei levantini, un gruppo che si potrebbe chiamare “misto”, formato dai discendenti di mercanti e avventurieri italiani (ed europei) che vi si erano stabiliti nel corso dei secoli, avevano fatto fortuna e avevano sviluppato un linguaggio tutto particolare, di base italiana ma arricchito di termini da molte altre lingue. Formavano un gruppo molto compatto e coeso.

Pochi giorni prima di quell’infausto 13 settembre, gli ultimi resti dello sconfitto esercito greco si erano frettolosamente, e in grande disordine, imbarcati per attraversare l’Egeo e tornare a casa. La città era stata abbandonata a se stessa, del tutto inerme di fronte a Mustafa Kemal, il conquistatore, che vi entrò con le sue truppe la mattina di sabato 9 settembre 1922. Nei giorni successivi – fra il 9 e il 13 settembre – di quiete apparente e di ansia piena di paura per gli abitanti non turchi, egli prese saldo controllon della città e dei bellissimi sobborghi, come Boudja e Bournabat, dove sorgevano le abitazioni delle ricche famiglie levantine.

Mentre si festeggiava nel quartiere turco, gli altri si erano chiusi nelle case, ben conoscendo la voglia di rivincita e di saccheggio di tutti quelli che avevano aspettato con impazienza la disfatta greca: perché era ormai troppo tardi per scappare, e nessuno sapeva dove trovare rifugio… In quei giorni abitazioni, negozi, magazzini vennero infatti dappertutto saccheggiati, e si notarono molti camion pieni di tappeti, oggetti, mobili, tessuti che venivano inviati verso l’interno del paese; ma fu nel pomeriggio del 13, verso le due, che comparve il fuoco in diversi punti del quartiere armeno, e grazie al vento che soffiava gagliardo verso nord-ovest, in breve tempo si propagò furiosamente ai vicini quartieri greco ed europeo.

Molti i testimoni oculari, tutti concordi nel notare la presenza di gruppi di soldati turchi con barili di petrolio nei crocicchi dove poco dopo scoppiavano gli incendi, e di altri che si davano da fare nel gettare petrolio sulle parti in legno delle abitazioni. Ai pompieri di Smirne – un corpo bene organizzato ed efficace – venne impedito ogni intervento e boicottate le pompe, che furono anzi utilizzate anche per gettare benzina sugli edifici, finché i diversi focolai si unirono e una muraglia di fiamme circondò e distrusse i quartieri condannati, arrivando fino ai moli dove si erano rifugiate decine di migliaia di profughi dall’interno, nella speranza, rivelatasi poi vana, di essere soccorsi dalle navi delle potenze alleate, ferme nella rada.

L’incendio continuò senza sosta fino alla domenica 17 settembre. Alcuni sopravvissuti hanno raccontato le loro tragiche esperienze; ma basti ricordare il gran numero di persone che si erano chiuse in casa e là furono sorprese dalle fiamme, come i tanti malati rimasti negli ospedali. Smirne fu distrutta per tre quarti: 50mila edifici, 21 chiese, 32 scuole, 5 ospedali; e poi consolati, centri culturali, teatri, banche… Ogni infrastruttura commerciale fu annientata; sui moli si affollavano senza ripari o soccorsi circa 200mila cristiani sfuggiti al fuoco.

Nelle strade della città incenerita, mucchi di cadaveri si decomponevano nel tepore di un’estate tardiva. Su ciò che restava dell’elegante Rue Franque si affacciavano spettrali le nude facciate dei grandi edifici distrutti, come possiamo vedere dalle fotografi e di quei giorni. Quella che fu in seguito chiamata la “catastrofe” o l’“apocalisse” dell’Asia Minore raggiunse così il suo sinistro apogeo.

Nel luglio dell’anno successivo fu firmato il trattato di Losanna, che annullava quello di Sèvres (in seguito definito, con amara ironia, il “trattato di porcellana”) e ordinava lo scambio di popolazioni (circa 300mila turchi di Tracia versus un milione e mezzo di greci), che fu la definitiva pietra tombale della civiltà greca di Asia Minore.

Il testo è un estratto dal nuovo numero di Vita e pensiero, disponibile dal 16 gennaio.

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