L’amore sensuale ha il vantaggio innegabile che, oltre a essere facoltativo, c’è la speranza che prima o poi finisca. L’amore di una madre non finirà mai, e vi presenterà il conto in molte forme perniciose in tutte le fasi della vostra esistenza. Queste forme sono così patogene che ogni scuola di psicanalisi considera il rapporto madre-figlio e madre-figlia all’origine dell’esistenza di innumerevoli vite infelici e disturbate.

Le madri quando amano sono possessive, ma anche ossessive. Sono esigenti, ma anche indulgenti. Per amore vi opprimeranno quando vorrete essere lasciati in pace e vi giustificheranno quando invece avrete bisogno di essere redarguiti. Vi giudicheranno. Sempre con amore, ma vi giudicheranno: dal risultato scolastico alle persone che vi sceglierete nella vita, metteranno becco su tutto. Sulla casa, sulla scelta dei mobili, dell’automobile, del lavoro, del numero dei figli e della loro educazione. E tutto questo avverrà perché vi amano. Vi adorano. Non è fantastico?

Solitudini di una vita intera, complessi di inadeguatezza patologica, disturbi del comportamento sociale, devianze nel desiderio sessuale, incapacità cronica di assumersi responsabilità, di credere in sé, sensi di colpa divoranti, dipendenza da alcool, stupefacenti, psicofarmaci… Non sono solo cinquanta le sfumature di sofferenza passeggera o incurabile che una madre può causarvi per amore. Se non ci pensasse già la natura di suo, il più bel malaugurio da fare a un nemico non sarebbe quello di sperare per lui un’invalidità permanente, ma una madre molto molto presente – che, per certi versi, è un po’ la stessa cosa.

Altrettante complicazioni possono sorgere quando, oltre all’amore da Tyrannosaurus Rex di vostra madre, dovrete fare i conti con l’amore altrettanto divorante della genitrice della persona che amate, vostra suocera o assimilabile – non parlo per esperienza personale. In questi casi, l’incrocio degli interessi dell’amore materno con quelli dell’amore sensuale avrà il potere distruttivo di una bomba non intelligente, facendo saltare nervi e matrimoni.

L’amore non è un balsamo ma l’arma che infligge la ferita, in assoluto il sentimento più distruttivo che il nostro cuore possa generare.

L’amore più diffuso è per fortuna un proiettile di piccolo calibro: istintuale, canino e quindi acritico, ma mediocre come è mediocre la maggior parte delle persone. Somiglia a chi lo prova e quindi può fare danni, tutto sommato, limitati. Il grande amore, quello sì che è da temere, vorace, possessivo, fanatico, esclusivo e dunque escludente, avido e presuntuoso di sé. Quanto dovrei odiarvi da uno a dieci per augurarvi di provare un simile sentimento o di esserne l’oggetto? Sareste masochisti a desiderare l’amore. E infatti la prova lampante della vocazione umana all’autodistruzione è che le persone, di fare l’amore, non si stancano mai.

Dovete fare l’odio! Basta distruggere il mondo con l’amore! Dovete fare l’odio, che è un sentimento socialmente molto più vivibile e organizzabile. Ci vuole però coraggio. Nessuno vi giustificherà per le cazzate che fate a causa dell’odio, non c’è uno statuto di impunibilità. L’odio è quello che è: se fa danni fa danni, ed è colpa vostra. Ma è merito vostro se danni non ne fa. Anzi, vi dirò che la maggior parte delle volte l’odio si rivela proprio costruttivo.

Per capire cosa intendo, vi farò esempi di odio consapevolmente agito che illustrano molto bene che cosa può significare applicare l’intelligenza a un progetto di malevolenza costruttiva. Il primo è il caso di Grazia Deledda.

Io Grazia Deledda l’ho sottovalutata per anni, non avevo capito che fosse una donna capace di un odio tanto feroce. Però poi, studiandola, le sue virtù d’odiatrice appaiono con chiarezza.

Grazia Deledda è donna di fortissimi sentimenti, ce lo testimoniano le sue lettere personali. Recentemente la cessazione dei diritti d’autore sui suoi scritti ci ha reso possibile scoprire molto dell’animo di questa donna formidabile e, dal canto mio, scoprire i suoi eccessi d’amore e le sue misurate e intelligentissime azioni d’odio. Se c’è una persona nella cui vita si dimostra con chiarezza che l’amore è distruttivo e l’odio è costruttivo è proprio Grazia Deledda.

Dovete sapere che, da ragazzina, Grazia Deledda si innamorò di un tizio di nome Stanis Manca. Stanis Manca è un monumento di stupidità che ha il solo merito di essere alto, biondo e di buona famiglia. Grazia Deledda gli dedica pagine strazianti, nelle quali abdica del tutto alla propria intelligenza per abbassarsi a mendicare ripetutamente il suo interesse. All’epoca non succedeva che ti incontravi in piazzetta o in videochat: succedeva che ci si cominciava a scambiare lettere per interessi comuni e poi, dopo un po’, ci si mandava il ritrattino – un disegno o foto in un monile, in un qualcosa di prezioso – e solo alla fine avveniva l’incontro fisico. Lui, cialtrone, prima le risponde con trasporto, ma poi arriva il ritrattino…

Ora, non è che Grazietta gli avesse mai fatto credere di essere Belen. Però oggettivamente il ritratto non prometteva bene e lui, quando finalmente la incontra di persona, resta impressionato dalla sua bruttezza. E non la vuole più rivedere – non ridete in aula, è un dramma, una cosa gravissima! Cioè, questa donna aveva un cuore nobilissimo, un’intelligenza venti volte superiore a quella della pertica bionda cui dedicava il proprio straordinario amore, e quello dice no, ses legia, no ti chero.[1]

Siamo nel 1891, lei non ha ancora vent’anni e lui li ha superati da poco: due ragazzi che, oltre al fatto di essere ambedue sardi e interessati alla letteratura, non hanno niente in comune. Lui, Stanislao, appartiene a gente di antica stirpe isolana e si è ormai trasferito a Roma, dove si divide tra la redazione della Tribuna e il caffè Aragno. Lei, Grazietta, appartiene invece a una famiglia di tradizioni contadine, nata e cresciuta a Nuoro dove risiede. È la seconda di cinque sorelle cui si sarebbero aggiunti due fratelli, in una famiglia decorosa ma quasi agli antipodi di quella di Stanis, priva di qualunque ombra di nobiltà. Vive nel rione di Santu Predu, praticamente segregata in casa. A Nuoro desta scandalo che abbia cominciato a pubblicare su giornali e riviste. Sono lontani i grandi romanzi in cui potrà esprimere appieno sé stessa, è lontano il Premio Nobel che le verrà assegnato nel 1926. Qui siamo ancora nell’ottocento, e il cuore di Grazia Deledda è quasi del tutto occupato dalla sofferenza per amore, dal senso dello scacco.

Dopo il rifiuto, lei continua a scrivergli lettere che sono imbarazzanti: il dialogo epistolare diventa un lungo monologo di donna in trappola, distrutta dall’amore. Di non essere bella, d’altronde, glielo aveva detto: «L’avverto», aveva scritto il 28 luglio del 1891, meschinetta, «che sono un tantino brutta e niente affatto interessante» – la prima cosa era senza dubbio vera, la seconda però no – «ahimè: e che di grazia, per una strana e amara ironia, non posseggo che il nome e mi conforto ricordandomi d’aver letto che tutte le grandi scrittrici – a partire dalla sua prediletta, George Sand – furono brutte». Quindi lei dice, vabbeh, sono un cesso, non sono molto interessante e, a dire il vero, non ho niente a parte il nome – cioè sono nullatenente – però potrei essere una grande scrittrice in futuro e si sa che le grandi scrittrici, per contratto, devono essere brutte (presenti escluse…). Che orrori ci mette in bocca, o in penna, l’amore!

Lei è innamorata di lui, ma lui sconcertato da questa figuretta sgraziata non saprà fare altro che arretrare e sparire, non rispondendo più alle lettere che lei continuerà a scrivergli. Per anni. Finché non si fidanzerà con Palmiro Madesani – unu antru sciapidu[2] – Grazietta veramente con gli uomini, devo dire, non ci azzecca. Consideratela un po’ come Madonna, ma nata nel secolo sbagliato: allora non esistevano i toy boy e te lo dovevi sposare, il deficiente che ti serviva.

Grazia, a differenza di Madonna, alla fine è costretta appunto a sposarselo un utile idiota. Però sa il fatto suo, sa che ama ancora quell’altro. Quindi, poche settimane prima di sposarsi, scrive a Stanis e gli dice (parafraso): “Io mi sposo tra un mese, se mi devi dire qualcosa dimmelo adesso o mai più!” Cuddu, ovviamente, mancu ddi rispundit[3].

Con la morte nel cuore Grazia va a sposarsi con Palmiro, consapevole del rifiuto sordo e permanente dell’uomo che continuerà ad amare – non è l’unico che amerà eh, perché poi correrà parecchio la cavallina a Roma. Grazia Deledda ebbe diverse relazioni extraconiugali, questo non lo sa nessuno (credo neanche la sua famiglia) ma l’ha scoperto di recente Sandra Petrignani facendo delle ricerche per un libro intitolato Addio a Roma. Leggendolo avidamente a un certo punto mi sono trovata davanti alla notizia di una sua relazione con un famoso critico letterario, interrotta solamente perché la moglie di lui si mise di mezzo e fece pressioni. È una vita di abbandoni quella di Grazia.

Uno dice, ma almeno la famiglia la consola? No: la famiglia detesta che lei scriva. Tutto il paese detesta che lei scriva, nel quartiere di Santu Predu, in tutta Nuoro, è un grande scandalo. Grazia Deledda, per loro, non ha fatto una cosa giusta nella vita, nemmeno una! L’unica cosa che voleva fare veramente, scrivere, nessuno vuole che la faccia, e lei continua a scrivere contro tutto e contro tutti. Però non si sente accolta dal suo ambiente, nessuno degli uomini che ama la riama e i suoi parenti la considerano una pecora nera. Allora lei si sposa con Palmiro, va a vivere a Roma, inizia una carriera lontano dalle odiate radici asfissianti.

Nel frattempo però a Nuoro iniziano a morire i suoi parenti. Prima muore la mamma, poi muore il babbo… non sto dicendo che li ha maledetti, eh… Muore la mamma, dicevo, muore il babbo. Sette fratelli erano: muoiono tutti prima di lei. Grazia rimane unica erede, eredita tutto il bene della famiglia Deledda, e cioè una casetta lì nel rione di Santu Predu. Che cosa fa?

Nel 1913 Grazia Deledda mette in pratica il detto nuorese Mantene s’odiu, ca s’occasione no mancat: coltiva l’odio, perché l’occasione di metterlo in atto non mancherà. E, difatti, no mancat. Grazia prende tutto il bene, il possedimento, la casa della famiglia Deledda: prende tutta l’eredità e la vende. La vende! Vi sembrerà forse banale, e invece è un capolavoro. Ottiene tre cose in questa maniera.

Dice ai cittadini di Nuoro: sono un’emigrata ma, a differenza degli altri emigrati, io lì non ci voglio tornare. Voi per me non esistete più. Io taglio l’unico cordone che ancora mi lega a Nuoro: vendo la casa paterna. Io, ora, vivo qui – e sugli scaffali delle librerie di tutta Europa.

Alle istituzioni di Nuoro dice (e glielo dice, nel senso che lei ci credeva veramente a questo gesto): diventerò grande. Diventerò famosissima: io sarò riconosciuta per quello che valgo. Quel giorno, voi che in me non avete creduto e mi avreste voluto muta dovrete, per fare di me un monumento, o costruire qualcosa o ricomprare ciò che ho dato via; io di mio non vi lascerò nulla! E in effetti il Comune di Nuoro dovette poi ricomprare dai Piredda la casa di Deledda.

Infine, dà una clamorosa sepoltura alla sua amata famiglia, e a loro dice: tutto quello che avete costruito, tutto quello per cui avete lavorato, tutto quello per cui tu, babbo, hai tagliato gli alberi dell’orto, tramutandoli in carbone che doveva partire per il continente, tutto questo io lo vendo. Di voi non rimane niente qui: tutto quello per cui avete faticato andrà in mano a estranei. Tolgo il nome che fu nostro dalla casa che sarà d’altri e lo metto sulle copertine dei libri che sono miei, in ogni lingua e nazione. In tutto il mondo, per sempre, Deledda significherà: Grazia.

Esiste un odio più intelligente di questo?

È un gesto clamoroso, di non-violenta violenza, di cui nessuno è capace. Pensate a un emigrato che eredita la casa di famiglia in terra natia: ma quando mai la vende? Tutta la vita spererà di arrivare in vecchiaia per poterci tornare, fosse anche solo il giorno del patrono, per mostrare ai parenti quanto in alto è salito. E magari non ci andrà ad abitare, però la ristrutturerà, perché tutti vedano che lì c’è un segno suo, una traccia sua e anche del suo benessere, che continua la linea del suo sangue. Grazia Deledda sind’afutit[4].

No, io sarò grande, sono già grande, anzi ero già grande quando voi non mi avete capito. Io vi cancello. Vendere la casa di famiglia è una tripla damnatio memoriae e davvero io mi inchino. Prendete esempio da quest’odio agito. Abbiate il coraggio di metterlo in pratica.

[1] ‘Sei brutta, non ti voglio’.

[2] ‘Un altro [uomo] insulso’.

[3] ‘Quello neanche le risponde’.

[4] ‘Se ne fotte’.

da Lezioni d’odio, Einaudi Stile libero, 2026

 

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