E ora anche Gigi Proietti. Che se ne va il giorno dei morti, con un perfetto tempo comico e teatrale, il 2 novembre e, per strafare, come sempre ha fatto sulla scena, giorno del suo ottantesimo compleanno. Era nato a Roma il 2 Novembre 1940, in via Giulia, nel cuore della città, una città che gli somiglia come una madre somiglia al proprio figlio.

Una città molto amata, di cui ha rappresentato gli umori e la memoria. Con buona pace del Covid, che non è riuscito colpirlo, e che esce sconfitto da questa perfetta uscita di scena. Che tempi comici.

Prendete un suo sketch definitivo, quello in cui satireggia e disegna per sempre lo chansonnier francese, quello col dolce vita nero e la Gauloises, all’angolo della bocca, nun me rompe il ca’. Un capolavoro, tutta la drammaturgia in una sola parolaccia tronca, allusa, sussurrata, mai pronunciata per intero. Eppure lui ci costruisce uno sketch che dura sette minuti.

Solo quella finta parola, il ca’, minima allusione semantica dentro la vertiginosa arte della sua gestualità e del suo cantare le infinite variazioni paralinguistiche di nun me rompe il ca’.

Annichiliva con la sua bravura, fuori categoria. Come il Sarchiapone di Walter Chiari o il Cretinetti di Franca Valeri, i pezzi migliori dell’immaginario comico scolpiti nella nostra vita.

Assieme a Carmelo Bene, Proietti è stato il più importante attore della nostra epoca. Due personalità diversissime, ugualmente travolgenti. Carmelo si prendeva molto sul serio, anche nelle sue strepitose provocazioni avanguardistiche, Proietti ha preso in giro l’avanguardia teatrale delle cantine per tutta la vita, facendone preziosa materia comica.

Una volta hanno anche lavorato assieme, al teatro dell’Aquila, per Una cena delle beffe di Sem Benelli.

Era il 1974. Disse in un’intervista: «Era uno spettacolo vivente, Carmelo. Anzi, era lo spettacolo sempre nuovo di sé stesso. In Abruzzo, il grande salentino abituato ai tepori della sua terra d’origine, arrivò vestito come se dovesse scalare le vette himalayane per recitare ne La cena delle beffe. Bevitore incallito, tifoso juventino non di rado fazioso, citazionista compulsivo di Stirner, Majakovskij e del suo preferito, Schopenhauer, al quale secondo me affibbiava teorie e pensieri che il filosofo non aveva mai pronunciato. Ogni tanto lo interrompevo: Dove l’avrebbe scritta il tuo Arturo questa cosa? A che pagina esattamente? A quel punto ridevamo fino a star male».

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I «saccenti» li irrideva già mezzo secolo fa rielaborando Flaiano in uno dei suoi tanti amatissimi sonetti: «O come è bello sentirsi profondamente intelligenti/ per il sesso sdilinquirsi/ per la donna restare indifferenti/ rispondere a ogni inchiesta/ avere sempre un'opinione/ sottoscrivere una protesta/ spiegare la situazione».

«Escluso un Lago dei cigni di stampo liceale che affrontai con un cortissimo, terrificante tutù legato con la corda, il teatro non sapevo neanche cosa fosse. Mi iscrissi al Centro universitario teatrale, al Cus, con lo stesso trasporto con il quale avevo deciso di affrontare Giurisprudenza all’università. All’epoca le provavo tutte. Cantavo nei night fino all’alba, anche ottanta canzoni a sera. Bevevo, sudavo, fumavo e ricominciavo mentre sotto, a un passo da me, tra puttane, avventori alticci e litigi per i conti faraonici, succedeva qualsiasi cosa. Concentrarsi senza smarrirsi era complicato. Alla fine della corvée cercavo sempre uno specchio».

Il suo primo libro

Verso la fine degli anni Novanta, lo aiutai a scrivere il suo primo libro, dal titolo programmatico di Prove per un libro, pubblicato per un piccolo editore, Comix. Conteneva tutti i suoi grandi sketch: dall’irresistibile Toto e la saùna a Pietro Ammicca, “affarologo appaltologo” che deve offrire due “affari alternativi”.

Un giorno, d’estate, mi venne a trovare in campagna in un paesino sperduto della Maremma, dovevamo lavorare a non so quale stramba idea di Freccero, allora direttore di Raidue, lui era popolarissimo, sono gli anni del maresciallo Rocca.

Bene, dopo una telefonata, si presentò con la gazzella a casa mia il comandante della più vicina stazione dei carabinieri, voleva accoglierlo in alta uniforme, con la moglie tutta elegante. Un carabiniere vero voleva incontrare un personaggio simbolico, il maresciallo Rocca, sintesi di tutta l’Arma, non tanto una star della tv.

Proietti è stato un grande maestro. Mi dice Flavio Insinna, che è stato suo allievo al laboratorio teatrale che dirigeva al teatro Brancaccio di Roma: «Un privilegio vederlo insegnare, quando saliva sul palco vedevi un gigante, era come se t’insegnasse a giocare a pallone Pelè, tu provavi, lui entrava in scena, ed ecco all’improvviso Otello o Cirano. Meravigliosi come non li avevi mai visti. Lui sapeva di essere un fuoriclasse, ma con grande tenerezza, dopo averti stracciato, ti ammoniva – Oh Flavio t’ho fatto vedere il modo mio di farlo, tu non t’avvilire, devi trovare il tuo di farlo».

Enrico Vanzina ha sceneggiato il film Febbre da cavallo, stracult della commedia italiana, diretto dal padre Steno, in cui Proietti rende immortale il protagonista Bruno Fioretti, detto Mandrake dentro una Roma scalcagnata, tra Tor di Valle e altri ippodromi. Gli telefono, lo saluta così: «Addio Gigi, sullo schermo eri quello che perdeva ai cavalli. Oggi a perderti e a perdere siamo tutti noi».

La sua carriera inizia da goliarda, studente svogliato che passa le notti nei night a cantare, suonare la chitarra e raccontare barzellette. Ecco le barzellette. Un genere letterario congelato nella nostra epoca, divenuto filologia, un po’ come l’opera lirica. Dopo le battute, le “formiche” fino ai tweet, nessuno oggi racconta più le barzellette.

Proietti era il più bravo di tutti a raccontarle, ogni barzelletta un micro spettacolo e un micro cosmo straordinario, sulla base di un repertorio infinito. L’unico della nostra epoca a tenergli testa, per vastezza enciclopedica del repertorio, il mio professore, Umberto Eco, grande semiologo e grande narratore di barzellette, notevole istrione, da giovane in Rai aveva fatto gavetta scrivendo copioni di varietà e scegliendo ballerine.

«L’ho conosciuto tardi – mi dice Corrado Guzzanti, il più grande comico italiano – nel 2009, è venuto a vedere il mio spettacolo, poi in camerino e da allora non ci siamo più lasciati. Tante cene da cui me ne andavo con i crampi agli addominali per le barzellette micidiali che mi raccontava. Anche cinquanta in una serata. Anche se l’avevi già sentita, non contava il finale, lui faceva ridere dalla prima parola all’ultima.

Difendeva il genere, la sua sopravvivenza. Il suo sogno non realizzato: che Roma gli affidasse un teatro, anche per il Globe ha lottato con l’amministrazione con tutte le sue forze. Aveva una forte idea politica di teatro pubblico. Voleva fare con me una regia di Molière, nei panni del malato immaginario. Un rimpianto che avrò per sempre».

Protetto da Copyright

All’università Proietti, contrariamente a Eco, sostiene solo sedici esami. «Non vi preoccupate, dice lui che non mi sono laureato». All’inizio degli anni Sessanta la Sapienza promuove però delle attività parallele al normale corso di studi. Tra cui il glorioso Cut, Centro teatrale universitario. Una scuola di teatro alternativa all’Accademia Nazionale Silvio D’Amico nella quale si formano diversi futuri attori e registi. Qui lo scopre Giancarlo Cobelli, grande mimo e regista che insegna all’Ateneo.

Proietti debutta nel novembre del 1963 nel teatro-cabaret, all’Arlecchino di Roma ora Teatro Flaiano, con Il can can degli italiani. Ha 23 anni, ma sono diventati leggenda quei dieci minuti, nei quali musicò dei versi di Ennio Flaiano. Si distingue immediatamente per la potenza scenica e per la versatilità di risorse.

Da lì inizia una carriera inarrestabile che travolge e squaderna tutti i generi. Shakespeare, Brecht, Moravia, Gombrowicz a teatro, nel doppiaggio dà voce a Gatto Silvestro, a Lenny di Dustin Hoffman, a Rocky di Silvester Stallone, a Casanova di Donald Sutherland, a Diabolik di Michel Piccoli. Inizia a lavorare al cinema dove lascia il segno in Brancaleone alle crociate di Monicelli e La proprietà non è più un furto di Elio Petri; è Cavaradossi nella Tosca di Luigi Magni con Monica Vitti. In tv fa Il circolo Pickiwick di Ugo Gregoretti da Dickens.

Due svincoli fondamentali

Nel 1970 accetta la proposta improvvisa di Garinei e Giovannini, di sostituire Domenico Modugno e interpretare accanto a Renato Rascel la commedia musicale Alleluja brava gente al teatro Sistina. Proietti recita, canta e balla con esiti travolgenti.

Il pubblico lo acclama, la critica lo ricopre di elogi. È la svolta. Il pubblico lo riconosce come uno dei migliori attori italiani, il più completo. L’unico deuteragonista di Vittorio Gassman, di cui sembra incarnare la forza scenica, l’essere proteiforme, la naturalezza espressiva unita a un virtuosismo senza pari.

Proietti, a trent’anni, dopo esperienze molteplici che vanno dal teatro cabaret alla prosa classica, dall’avanguardia al musical, sembra essere il continuatore diretto della tradizione del grande attore del Novecento.

Il 1976 è l’anno determinante per la sua carriera e per la storia del teatro. Incontra lo scrittore Roberto Lerici che aveva scritto un pezzo in cui un mago illusionista citava una formula che sarebbe diventata un titolo. A me gli occhi, please ottiene un successo popolare unico nella storia dello spettacolo italiano. In scena per tre anni consecutivi al Teatro Tenda di Roma con l’intenzione di sdoganare il teatro dalle menate della borghesia e dalla supponente intellighenzia, restituendo il teatro alla gente e la gente al teatro. 

Eduardo disse: «Finalmente qualcuno continua». Uno spettacolo epocale. Come Mistero buffo di Dario Fo. Come La classe morta di Tadeuzs Kantor. O L’Orlando furioso di Luca Ronconi.

Nessuna voglia di uscire di casa

Sono gli anni di piombo, la gente, come ora, non ha nessuna voglia di uscire di casa. Proietti, da sempre uomo di sinistra, recupera e rivoluziona la tradizione eroica dell’attore mattatore, fa coabitare segni teatrali diversi, all’apparenza inconciliabili.

Ci riesce e inventa un personale linguaggio teatrale destinato a perdurare e a fare scuola. Gigi entra in scena con una cassa sulle spalle, unico elemento scenografico, che diventa lo scrigno della memoria dell’attore, come del suo pubblico.

Nella cassa l’attore pesca casualmente e i propri ricordi diventano occasione irripetibile di gioco scenico. Il pubblico capisce al volo, sta al gioco, si diverte, si emoziona. In scena con lui, una spalla e un’orchestra di pochi elementi, sempre sollecitati a proporre lo stesso gioco attraverso la musica e le canzoni. Ecco, Proietti o del teatro. Muore un grande simbolo del Novecento, nei giorni in cui teatri sono chiusi. Per decreto. A futura memoria.

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