Se davvero il 75 per cento delle ripetizioni riguarda il blocco scientifico è il caso di farsi qualche domanda
C’è qualcosa di malinconico nel vedere l’atto pedagogico — il trarre fuori potenzialità connaturate nella soggettività e l’emancipazione con un apprendimento significativo — tradursi in stringhe di dati finanziari e grafici di domanda-offerta. Osservando la traiettoria storica, i primi dati sul mercato delle lezioni private giunsero nel 2016 con la ricerca della Fondazione Luigi Einaudi: «Ripetizioni in nero: un business da 800 milioni». Secondo quello studio la metà degli studenti delle scuole superiori, all’epoca, dichiarava di avvalersi di ripetizioni private oltre l’orario scolastico; il 90% di queste lezioni non era dichiarato al fisco, per un giro sommerso che superava gli 800 milioni di euro. Queste stime sono probabilmente correlate al fatto che gli studenti italiani sono tra i più impegnati al mondo per tempo dedicato ai compiti (al secondo posto dietro agli studenti russi).
È il segno di un sistema scolastico spesso orientato verso la performance e l’abilismo, incapace di allineare l’impegno degli studenti alle sue attese, scaricando la presa in carico degli apprendimenti sulle spalle delle famiglie. Inoltre, si tratta di un mercato che si regge spesso sullo sfruttamento di neolaureati o docenti precari, anch’essi vittime della logica della frammentazione del sapere. Con la pandemia abbiamo assistito alla digitalizzazione e alla professionalizzazione algoritmica del settore con la diffusione di molteplici piattaforme specializzate. Nel 2024 l’Osservatorio Ripetizioni di Skuola.net certificava un costo annuo medio per alunno di 450 euro, con 6 studenti su 10 impegnati nel recupero di matematica. A queste si aggiungono le rilevazioni di ProntoPro, riprese dal Sole 24 Ore: il sapere è sempre più segmentato e il mercato delle ripetizioni acuisce il fenomeno. Il 50% delle richieste riguarda la matematica (il 73% l’intero blocco tecnico-scientifico).
La motivazione soggiacente che spinge la maggior parte delle famiglie a sostenere questo investimento non è l’acquisizione di un’educazione al pensiero matematico, ma la trasformazione cromatica dal rosso al verde nella casella delle valutazioni del registro elettronico.
Se il successo formativo dipende da quanto una famiglia possa investire fuori dalle mura scolastiche per sopravvivere alla burocratizzazione dei saperi, la scuola non è più un ascensore sociale, ma un club a ingresso gratuito e uscita garantita a chi può permettersi i supplementi a pagamento, istituzionalizzando le fragilità.
Cosa resta della didattica in questo scenario, in un’epoca in cui i reazionari e fazioni dei progressisti mettono sotto attacco la pedagogia e la ricerca complessa svolta dalle scienze dell’educazione? La sensazione è che la scuola non possa più essere l’officina dell’equità e vada trasformandosi in un luogo che, più che certificare competenze, documenti carenze la cui presa in carico si limita a pacchetti di dieci o venti ore di lezioni dispersive all’interno di corsi di recupero spesso tenuti da personale in regime di piena precarietà.
Sarebbe utile interrogarsi su quale sia il significato profondo del recupero. Secondo i dati di Skuola.net circa il 50% degli studenti aventi diritto all’accesso ai corsi di recupero ha rinunciato alla partecipazione. Il rischio è che si perda irreversibilmente la dimensione del senso.
La scuola della lentezza
L’azione didattica non dovrebbe mai misurarsi con la capacità di generare fatturato, ma sulla tutela del diritto degli studenti al senso. Occorre riattribuire significati profondi al potenziamento evitando le “”diagnosi comuni” delle difficoltà: dall’innatismo del non è portato allo stigma dello scarso impegno. Si tratta di riscoprire un insegnamento sovversivo, cioè capace di determinare un cambiamento animato dalla responsabilità e dal piacere dell’apprendimento. È giunto il momento di ripensare non solo gli investimenti economici, ma i tempi e i modi dell’insegnamento per una rivoluzione dello stupore e della lentezza.
Il sociologo Bernard Lahire, nel saggio Savoir ou périr, sottolinea come il tempo sia la merce più preziosa per chi insegna e per chi impara a imparare. Abbiamo il diritto di disporre di più tempo per esplorare, leggere, pensare, sguazzare e tornare su problemi già affrontati; abbiamo il diritto di commettere errori e di esigere tempo per indagarne le cause. Abbiamo il dovere di difendere una scuola lenta, pubblica e gratuita per resistere al conformismo delle logiche di mercato.
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