«Facemmo del terrorismo psicologico, con He-Man. Mark Ellis lo disse all’epoca: “Glielo abbiamo ficcato in quei piccoli cervellini”. E fu proprio così»: è con questa citazione di Paul Cleveland, ex vicepresidente senior del marketing alla Mattel (che cita a sua volta un altro dirigente Mattel di quegli anni) che si apre un saggio a fumetti sulla funzione della pubblicità nell’ambito della trasformazione dei mass media americani (ma che ovviamente ci riguarda tutti), come essenziale ancella del capitalismo.

Il saggio, edito da Bao Publishing si chiama L’effetto He-Man. Come i produttori americani di giocattoli ti vendono i ricordi della tua infanzia di Brian “Box” Brown e spiega con semplicità e accuratezza come le aziende americane di giocattoli abbiano colonizzato l’immaginario di tutti coloro che sono nati tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta attraverso cartoni animati che altro non erano che lunghi spot fatti per aggirare le regole della tv americana.

Siamo di fronte ad una sorta di processo di “privatizzazione” della fantasia dei bambini avvenuto su scala industriale a partire da quel periodo sebbene in realtà si possa far risalire agli albori stessi dell’industria cinematografica con Walt Disney. Fin da subito il vecchio Walt intuì che il merchandising potesse avere un valore enorme, perfino maggiore degli incassi cinematografici in sé, sebbene solo George Lucas e il suo Star Wars riuscirono a portare a sistema questa intuizione iniziale.

Ossessione intergenerazionale

Fu proprio il successo della Kennel (produttrice dei giocattoli di SW) a costringere le altre aziende a trovare soluzioni. Quale? Con l’assalto al piccolo schermo, è lì che nasce il caso He-Man con cui la Mattel inondò le tv con una serie aggirando i limiti della pubblicità. Seguirono i Transformers, i GI-Joe, tutte serie riconducibili ad una linea di giocattoli.

Tutto questo ha portato delle conseguenze che sono ravvisabili nella quasi “ossessione” per gli attuali 40-50enni per il recupero di vecchi giocattoli, per i reboot delle serie tanto amate proprio perché profondamente incuneate nei ricordi dell’infanzia e con le emozioni non si ragiona si sa. Ma questa nostalgia “rafforzata” è qualcosa che vediamo anche nel continuo proliferare di serie che a quei franchise e a quella estetica si richiamano.

Non sembra possibile uscire dagli anni Ottanta, ma come mai? «Nei confronti degli anni Ottanta è ossessionata non solo la generazione che li ha vissuti da bambino, chi è nato a cavallo di quel decennio per capirci» spiega Mario Garzia, dottorando di scienze della comunicazione a Cagliari e autore di un saggio Back to the 80’s. L’immaginario degli anni ottanta nell’era digitale (Meltemi).

In realtà «è una “ossessione” intergenerazionale che comprende persino la generazione Z, ce lo dimostra per esempio il grandissimo successo di Stranger Things tra gli adolescenti di oggi che è una serie tv completamente ambientata negli anni Ottanta».

Un futuro minaccioso 

Non c’è dubbio ma cosa ha fatto scaturire questo dominio degli anni Ottanta sul resto della storia recente? «Sicuramente influisce il fatto che molti degli showrunner o in generale degli autori di serie e film di oggi sono tutti appartenenti alla generazione X, e quindi pescano dal proprio immaginario», spiega ancora. A questo però si aggiunge un cambiamento di percezione essenziale: come pensiamo il futuro.

Negli anni Ottanta la fantascienza è tutto “positiva”, ci aspettiamo un futuro di tecnologie, di alieni simpatici, generalmente dal tono bonario (non tutta, non sempre, ma principalmente). Oggi «quasi tutta la attuale produzione fantascientifica, che sia cinema cinematografica, seriale, o anche attraverso altri media come il fumetto, è sempre quasi esclusivamente distopica» dice ancora Garzia.

Abbiamo una idea negativa di futuro perché abbiamo un presente non proprio brillante: l’idea che ci sia stato un momento nel passato recente in cui le cose funzionavano ancora per il meglio è una possibile spiegazione del rafforzamento della nostalgia per gli anni Ottanta. Si stava meglio, o almeno ci ricordiamo (non solo noi) che stavamo meglio, con più certezze, in un mondo di blocchi contrapposti, con nessun conflitto che riguardasse direttamente l’occidente, con i soldi che giravano.

I dati ci potrebbero dire che non era esattamente così, ma come detto con le emozioni (e la nostalgia è una emozione molto potente) non si ragiona.


L’effetto He-Man. Come i produttori americani di giocattoli ti vendono i ricordi della tua infanzia (Bao Publishing 2024, pp. 272, euro 22) è un libro di Box Brown 

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