Sono un sindacalista. Faccio sopralluoghi: vado in giro per cantieri, fabbriche, aziende agricole, come previsto dal Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro, il decreto legislativo 81/08. Sono sempre in trasferta per le ispezioni, ma una volta alla settimana ricevo la gente in ufficio per raccogliere segnalazioni e rimostranze. Una sera di qualche giorno fa stava per finire il mio turno. Fuori della porta la sala d’attesa era vuota, non c’era più nessuno in coda. Era ora di staccare, ma la porta si è aperta, un uomo ha messo la testa dentro, chiedendo permesso.

«Fra poco chiudiamo», ho detto.

L’uomo è entrato lo stesso e si è seduto di fronte a me.

Ho alzato la testa per rimproverarlo, ma mi sono bloccato. Era semitrasparente. Attraverso il suo corpo si vedevano le sagome delle finestre.

«Non si spaventi», ha detto.

«Già fatto», ho risposto.

«Sono un personaggio».

«In che senso?»

«Un personaggio di romanzo. Una creatura inventata».

Lo ascoltavo e tacevo.

«Lo so che cosa sta pensando», ha ripreso lui. «Che lo stress gioca brutti scherzi. Ma non si preoccupi. Io esisto».

«Se esiste mi preoccupo ancora di più».

«Me ne devo andare?»

«Mi dica che cosa vuole da me». Parlavo lentamente, cercando di non scompormi.

«Mi chiamo Piero. Un cognome non ce l’ho, l’autrice non me l’ha dato. Le va bene lo stesso?»

La mia impassibilità cominciava a incrinarsi. «Vada pure avanti», ho detto.

«Guardi, sarò sincero. Non volevo rivolgermi al sindacato. In un primo tempo pensavo che avrei dovuto andare da un agente letterario. Ma quelli fanno gli interessi della controparte».

«La controparte?»

«Gli scrittori. Nel mio caso, la controparte è la scrittrice che mi ha inventato».

«Perché è venuto da me?»

«Cerco qualcuno che tuteli i miei diritti».

«Noi ci occupiamo delle persone fisiche. Non tuteliamo esseri immaginari».

«Invece dovreste».

Mi ha fatto tutto un discorso. Ha detto che l’editoria è tenuta in piedi dalle lettrici. Gli uomini non leggono, a parte i gialli rietichettati “noir”, e un po’ di saggistica storica. Ma il vero business gli editori lo fanno con i libri scritti dalle donne. Che vengono letti soprattutto dalle donne.

«Le lettrici ormai si fidano solo delle scrittrici», ha detto. «E in quei romanzi, ai personaggi maschili succede di tutto».

«Di tutto cosa?»

«Venga a vedere di persona».

«Io?»

«Faccia una bella ispezione. Ma prima legga il romanzo dove vivo io». Mi ha detto il titolo: Borgo Sud, di Donatella Di Pietrantonio. «Vediamoci quando lo avrà finito».

L’ho letto, mi è piaciuto. L’autrice ha il tocco magico nello scolpire le scene, i gesti, i paesaggi. Con poche parole riesce a fare un ritratto. Le frasi sono dense. Spesso mi fermavo a rileggerle, per assaporarle. Di rado le scappa qualche poetismo, un’iperbole kitsch: capelli tagliati che cadono facendo addirittura dei «tonfi», o uno sbadiglio che provoca uno «scroscio di ossa». E proprio questo slancio poetico, che di solito riesce a governare adattandolo alla prosa, a volte la porta a fare qualche scivolone ingenuo, tipo mescolare il fisico e lo spirituale per un malinteso senso di bellezza: «Sul vetro si condensava in vapore il nostro respiro, e qualche pensiero muto»; oppure: «Le nostre solitudini affiancate ci scaldavano fino alle ossa».

Ho deciso di accettare. Ma lo avrei fatto anche se il romanzo non mi fosse piaciuto. Ero troppo curioso.

Due giorni dopo sono partito per il sopralluogo. Mi ero attrezzato per un viaggio di qualche ora, perché la storia si svolge soprattutto a Pescara. Invece sono arrivato subito. Piero era già lì.

«Pensavo che ci avrei messo molto di più», gli ho detto. «Mi sono bastati due minuti a piedi».

«Ogni romanzo è a due minuti da casa di chi lo ha letto», mi ha detto Piero. «Ci diamo del tu?»

Mi ha portato in una spiaggia abruzzese per nudisti.

«Come mai cominci da qui?», gli ho chiesto. «Non è l’inizio del romanzo». Il libro infatti è una ricapitolazione. La protagonista è una donna adulta. È studiosa di letteratura italiana, insegna a Grenoble. Ritorna di corsa a Pescara per una brutta notizia, e intanto, durante il viaggio, ripensa alla vita con sua sorella, Adriana. I ricordi le tornano alla mente senza un ordine preciso, con molti salti temporali: episodi della loro adolescenza, poi da adulti, poi di nuovo adolescenti, poi ancora resoconti recenti. All’inizio facevo fatica a seguire, ma dopo un po’ ho capito che questa rappresentazione non-lineare vuole significare che la vita è tutta compresente, e nell’animo di chi la contempla è come se gli stesse tutta di fronte agli occhi: più che a una catena temporale, assomiglia a un paesaggio, fatto di chiazze e zone messe una accanto all’altra, con date diverse. Gli altri, per noi, non hanno un prima e un dopo, uno ieri e un adesso; sono sempre.

«Ti ho portato qui, perché qui ho subìto il torto peggiore», mi ha detto Piero.

«A me sembrava che non ti fosse dispiaciuto», dico. Piero e io sappiamo a che cosa alludo: l’episodio sulla spiaggia. Lui fa il dentista, è sposato con la protagonista. Fra loro c’è un rapporto di gentilezza, un po’ tiepido. A poco a poco Piero si disamora, passa le notti fuori con una scusa. Una mattina, su quella spiaggia di nudisti, mentre sta prendendo il sole a pancia in giù, passa uno sconosciuto e gli accarezza il sedere. Lui si volta, l’altro gli fa un pompino. Così Piero scopre di essere omosessuale.

«Secondo te è credibile?»

«Be’, ma è raccontato bene. È un colpo di scena. Leggendo ci si aspettava che tu tradissi tua moglie con una donna, e invece…»

«Vedi, non è la cosa in sé che mi ha offeso. È il pregiudizio sui maschi che non sopporto. E che rende plausibile una cosa simile, al punto che una scrittrice la inventa e le lettrici le credono».

«Quale pregiudizio?»

«L’idea che, in quanto maschi, siamo ignoti a noi stessi. Incapaci di analizzarci. Perfino sulle cose fondamentali. Al punto di non sapere nemmeno che cosa ci piace».

«Non è così, dai. La protagonista è analitica verso tutti. È il tipico soggetto moderno detentore di consapevolezza, che le conferisce superiorità, ma per lei è anche una condanna. Gli altri vivono. Lei li capisce, ma al prezzo di vivere meno intensamente. Anche sua sorella Adriana è ignota a sé stessa, non solo tu».

«Sì, ma… Essere consapevole che ti piacciono più gli uomini che le donne. Nemmeno questo mi è stato concesso? Mi sembra il minimo sindacale, no?»

«Per questo sei venuto da me», ho ridacchiato.

«Non solo. Vieni».

Siamo andati nel posto che nel romanzo si chiama Borgo Sud. Un quartiere popolare, di pescatori, dove vive la sorella della protagonista. Adriana è il vero fulcro del libro. Una donna che parla dialetto e, in un certo senso, vive in dialetto. Così il romanzo è costruito su una doppia opposizione: la sorella colta e quella ignorante ma intensa; il marito gentile e…

«Gentile ma stronzo«, mi interrompe Piero. «Il modo in cui l’autrice mi fa comportare a pranzo con il vecchio professore di mia moglie è gratuito. Praticamente sarei uno che la boicotta con i suoi datori di lavoro. Dopo che lei all’università si era presa cura di me aiutandomi a finire gli studi, io la ripago in quel modo! Non si capisce perché. O meglio: si capisce».

«Da cosa?»

«Dal fatto che sono un uomo. E gli uomini, si sa, sono ingrati. Quindi ai personaggi maschi si possono tranquillamente far fare cose così. È considerato normale che un uomo si comporti così».

«Comunque sei meno pericoloso del compagno di Adriana».

Piero non commenta: me lo indica. È un giovane muscoloso, in canottiera, in piedi su un peschereccio. Sta scaricando cassette di polistirolo piene di pesce.

«Rafael», dico. Riconosco i suoi riccioli neri, il suo fisico solido che fa impazzire le donne del romanzo.

Seduto a riva, c’è un altro uomo: di mezza età, grasso e sporco, con le caviglie gonfie. Gli assomiglia.

«Sempre Rafael», mi dice Piero. «Vent’anni dopo».

Riconosco anche lui. Non mi stupisco più. Ho capito che un sopralluogo nei luoghi di un romanzo provoca anche questi effetti. Si incontrano personaggi che si sdoppiano in corpi di età diverse.

«Sono venuto da te anche per conto di Rafael. È troppo poco pratico di sindacati e cose del genere per muoversi da sé. Merita di essere tutelato anche lui».

«Ma come! È geloso, violento, pericolosissimo».

«Appunto. È la mia controparte assoluta. O gentili e inconsapevolmente omosessuali, o irresistibili e brutali. In ogni caso, gli uomini sono disastri totali. Nocivi, deludenti».

«E micidiali. Perché alla fine, a buttare giù Adriana dalla terrazza, sembra proprio che sia stato…»

«Non dirlo», mi ha bloccato Piero, guardandosi intorno. «Qui ci ascoltano. Però, sì, vedi: la credibilità di quel crimine si fonda sul pregiudizio nei confronti dei maschi. Voglio dire: uno scrittore, una scrittrice che inventa la sua storia, oltre che sulla propria fantasia, si fonda sui pregiudizi diffusi».

«Ma non dovrebbe contrastarli?»

«Appunto. E invece: la sorella colta e timida da una parte, quella verace e selvaggia dall’altra. Il marito dolce e inconsapevolmente omosessuale da una parte, il compagno sensuale e violento dall’altra. Tutto polarizzato, estremizzato in antitesi spinte».

In pochi secondi siamo arrivati sotto la terrazza da cui precipita Adriana fracassandosi le ossa.

«È strano», ho detto. «Dovrei essere qui per lei. La sicurezza nei luoghi di lavoro dei personaggi. È Adriana che è caduta giù dalla terrazza del condominio. Mica tu o Rafael».

«Bah, i personaggi non si fanno mica niente. Il giudizio morale dei lettori, quello sì fa male. Il dolore lo prova chi si ritrova a fare ingiustamente la parte del colpevole. La protagonista, così analitica su tutto e tutti, non si sforza di capire il compagno di sua sorella. Lo ammette: “Rafael non l’ho mai davvero conosciuto, tuttora mi sfugge”. Forse perché conoscerlo davvero renderebbe Rafael tridimensionale, e non potrebbe più fargli svolgere la funzione del cattivo brutale».

«Ma a Adriana lui piace così. L’autrice mette in evidenza questa debolezza, una vera dipendenza sessuale. Adriana confessa che a letto è “un toro”, e lo dice “sbrilluccicando con gli occhi”».

«Eh, ma a Adriana, siccome è un personaggio femminile, è concesso tutto. Senti cosa dice di lei: “Adriana è così, s’immerge nella melma e ne esce candida”. Siamo solo noi maschi che restiamo zozzi».

È andato avanti per un altro po’, con il suo risentimento logorroico. L’ho lasciato parlare. Si stava facendo tardi. Tenevo il conto degli straordinari, anche se non sapevo quanto mi avrebbero pagato l’indennità di missione. Era la prima volta che facevo un’ispezione così. Dovevo stendere il verbale e farmelo controfirmare. Ma con quali dati? Conoscevo a malapena il suo nome di battesimo. Il crepuscolo scendeva. La sostanza semitrasparente di Piero era attraversata dalla luce dei primi lampioni; negli angoli scuri, si confondeva con la cupezza dell’asfalto.

«Ehi, ma… come faccio a farmi pagare se tu…» Inutile finire la frase. Era già svanito nell’aria della sera.

Donatella Di Pietrantonio è autrice del libro Borgo Sud, edito da Einaudi, 2020

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