L’Art. 34 della Costituzione italiana dice che «la scuola è aperta a tutti».

Un’affermazione difficilmente contestabile, perché in effetti la scuola è formalmente aperta e accessibile, non esistono mura invalicabili o recinti ricoperti di filo spinato. Non c’è una selezione all’ingresso come nei locali notturni o un biglietto da pagare, e questo in qualche modo la rende un luogo in cui tutti passiamo una parte della nostra vita.

Ma quello che dicono le statistiche è che la selezione avviene dopo, giorno per giorno. In un modo lento e invisibile per molti, ma costante e rumoroso se invece quei corridoi si abitano con quella che Tim Ingold chiama la «sospensione dell’intenzione» che deve lasciare spazio all’attenzione. Cioè con quella sensibilità che si spoglia dei risultati da ottenere e prova a concentrarsi sulle storie e i percorsi di vita di chi ha davanti.

Percentuali

Chi lavora a scuola sa che entrando in una classe delle scuole medie, dopo qualche minuto e qualche domanda sui contesti di provenienza degli studenti, si potrebbero riempire dei contenitori con pochissimo margine di errore: il contenitore di chi arriverà alla laurea, di chi abbandonerà la scuola senza raggiungere il diploma, di chi andrà regolarmente a teatro, o di chi farà un lavoro a basso costo.

Il margine di errore è dato dall’eccezione che conferma la regola, quell’6 per cento di bambini che nonostante abbiamo dei genitori che non hanno terminato le scuole superiori riuscirà ad ottenere la laurea. (World Economic Forum 2020, 2 Dati Invalsi 2023, 3 Eurostat, 2021)

Altre indicazioni che ci aiutano a riempire quei contenitori sono i dati di una ricerca di Almalaurea che dice che a scegliere gli istituti professionali sono i figli di famiglie più svantaggiate. Solo il 13 per cento di chi frequenta la scuola professionale proviene da famiglie di classe sociale elevata.

Oppure la ricerca di Italgen 2 che dice che le tue possibilità di non abbandonare la scuola o non finire nella formazione professionale diminuiscono se non sei migrante o se sei migrante ma non di recente ingresso.

Il dopo 

Ma cosa succede dopo la scuola?

Facchino, operaio di cantiere, bracciante agricolo o magazziniere. Sono quei lavori a cui si accede spesso con una bassa scolarizzazione o con diplomi e qualifiche professionali. A cui si viene indirizzati durante i percorsi di orientamento in terza media già dalla scelta delle scuole superiori. Sono però anche gli stessi lavori che sono primi nella classifica delle morti sul lavoro o con rischio di disabilità permanente. (Fonte Inail)

Ovviamente nessuno dovrebbe morire sul lavoro, ma non dovrebbero nemmeno esserci condizioni di cui non sei responsabile che aumentano la tua probabilità di incontrare nella tua vita un incidente. Invece, se colleghiamo i dati del rendimento scolastico con quello dei contesti di provenienza e successivamente colleghiamo il successo scolastico ai lavori dove si muore di più, ci si accorge che ad aumentare questa probabilità sono cose come: il posto dove sei nato, il quartiere dove hai vissuto, il titolo di studio dei tuoi genitori, quanti ostacoli ha avuto il tuo percorso scolastico o cose del genere.

Sicuramente il primo problema da risolvere sono le condizioni di sicurezza sui luoghi di lavoro, ma allo stesso tempo dovremmo chiederci quale significato abbia il proseguo dell’articolo 34 della Costituzione italiana citato all’inizio: «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi».

Mi chiedo se, camminando nei corridoi delle scuole e dei centri educativi, fingiamo di non vedere l’inutilità dei progetti sul drop out, l’orientamento e i Neet. Se fingiamo di non vedere l’ipocrisia che c’è nelle due parole “capaci” e “meritevoli”.

O di non sapere che i ragazzi che incontriamo con il nostro lavoro di educatori e insegnanti, senza la minima consapevolezza e con la nostra complicità e quando hanno ancora 14 anni, “stanno scegliendo” se in futuro lavoreranno in un ufficio con l’aria condizionata o in un cantiere senza sicurezza.

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