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Donna, terra, dignità (Astarte, 2024) di Antonella Selva intreccia sostenibilità ambientale e narrazione delle comunità, tracciando un confronto tra due esperienze geograficamente lontane, ma accomunate dalla vocazione di resistenza allo sfruttamento: da una parte la comunità agricola di Campiaperti, sull’Appennino bolognese, dall’altra un villaggio marocchino tra Rabat e Khemisset.

La struttura del libro è informativa, senza indulgere al didascalismo. L’alternanza tra capitoli ambientati nelle due diverse realtà permette di veicolare temi complessi, dall’agroecologia all’autogestione comunitaria. Selva mantiene un tono narrativo equilibrato, che restituisce la dignità dei luoghi e delle persone coinvolte.

Sul piano grafico il volume lavora per contrasti e corrispondenze. La vicenda bolognese è resa con un tratto più occidentale, costruito su penna e pennarello, mentre quella marocchina si apre a tavole ad acquerello, vicine alla tradizione calligrafica nordafricana. L’autrice ibrida registri diversi, dal realismo alla caricatura fino a forme di mapping visivo, con un effetto di notevole leggibilità complessiva.

Il genere del graphic reportage si rivela particolarmente adatto a questo tipo di narrazione. Selva ha seguito direttamente le persone coinvolte nei progetti raccontati, intervistandole e osservandone il lavoro quotidiano.

In Marocco il racconto assume soprattutto il punto di vista della cooperativa “Donne Brachoua per l’agricoltura”, nata in risposta alla cattiva gestione del territorio e in grado di tamponare efficacemente gli effetti della crisi innescata dal covid. Di lì si sviluppa una rete virtuosa con altri villaggi vicini, favorendo inclusione femminile, partecipazione politica e forme inedite di lavoro condiviso.

L’opera è imperniata sulla convinzione che l’alleanza tra istanze sociali e ambientali possa produrre un vero cambio di paradigma, idea fortemente sostenuta in Marocco dalla prof Zoubida Charrouf. La diffusione di orti in permacultura e principi dell’agroecologia favoriscono l’accesso ad acqua ed elettricità, facendosi strumenti concreti di emancipazione.

Il piccolo villaggio marocchino raccontato da Selva si trasforma in un modello di transizione ecologica, invertendo lo spopolamento grazie a nuove prospettive economiche e comunitarie. Nel dialogo con gli “intellettuali contadini” di Campiaperti emerge infine un’idea moderna di sostenibilità agroalimentare: da pratica produttiva ad effettivo stile di vita fondato su relazioni, mutualismo e partecipazione.

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