Nel 2018 David Salle ha iniziato a inserire nei suoi lavori i personaggi e le situazioni presenti nelle vignette di Peter Arno pubblicate dal 1925 al 1968 sul New Yorker. Le vignette in grisaglia e le copertine a colori di Arno, che offrivano un commento ironico su alcuni aspetti della vita sociale, delle relazioni familiari e delle dinamiche del rapporto uomo-donna, hanno contribuito a dare un’immagine subito riconoscibile alla rivista.

Nei primi dipinti in cui le vignette di Arno fanno capolino, Salle le ha inserite frammentate, decontestualizzate, accostate, sovrapposte o messe sullo sfondo insieme alle tante figure di personaggi e oggetti che occupano lo spazio delle sue tele. Facendoli convivere con pacchetti di sigarette, la figura di una casalinga, un grande sandwich, un casco da palombaro, scarpe, guanti di gomma, tazze di caffè, scale, ramoscelli con foglie e altro ancora, Salle ha mantenuto la cifra stilistica che ha caratterizzato la sua estetica.

In passato Salle, come altri pittori della sua generazione, ha tenuto narrazione e simbolo ai margini della propria figurazione. In arte narrazione e simbolo sono stati infatti a lungo considerati estranei all’ambito della modernità. Salle si è sottratto alla tentazione di farli affiorare rendendoli compresenti sulla tela, senza che uno prevalga sull’altra, diverse micronarrazioni accostate in funzione dell’equilibrio compositivo e non di un filo narrativo comune.

In altre parole, non ha mai inteso mettere ordine tra le micronarrazioni e dare un senso a una storia. Ha invece accostato le immagini in base al loro peso per dare un’architettura solida a scenari senza un tempo e senza un luogo definito, che nel corso degli anni hanno assunto sul piano linguistico una connotazione di sapore pop.

Un primo nucleo di lavori caratterizzati dalla presenza delle figure di Arno è stato esposto nel 2019 da Thaddaeus Ropac a Parigi e nella sede londinese della Skarstedt Gallery. In questi dipinti la scena del quadro mantiene la struttura tipica del suo lavoro, basato su accostamenti e sovrapposizioni. Qui, come in altre sue tele, le diverse immagini sono compresenti ma non contemporanee: è come se le micronarrazioni che le immagini trascinano con sé appartenessero a tempi diversi.

Forme vegetali

Elemento ricorrente in questi primi dipinti in cui compaiono le figure di Arno è la presenza di steli con foglie.

«Faccio spesso studi dal vero di forme vegetali» mi dice, «che a volte ritrovi nei dipinti. Sono forme intriganti e complesse che hanno ritmo, movimento, struttura, intervalli, tutte cose che rendono interessante una forma e creano un dialogo complesso tra natura e cultura (le immagini di prodotti, luoghi, edifici, e altro). Creano un contrasto tra le forme squadrate, come quelle delle scatole, per esempio, e quelle curvilinee. Le lunghe file di foglie su uno stelo, il modo in cui crescono, dal punto di vista pittorico si prestano a creare un legame tra le cose, proprio come avviene in un giardino, dove invadono, coprono, circondano...».

Il modo in cui Salle riesce a far percepire come naturale il legame tra le diverse parti che occupano la tela, la complessa intersezione di tutti gli elementi presenti nel dipinto, rende i suoi quadri immediatamente riconducibili al loro autore.

Sopra e sotto

Contemporaneamente ai lavori di cui si è detto in cui compaiono figure riconducibili alle vignette di Arno, Salle ha dato vita al ciclo The Tree of Life, che al momento conta una quindicina di grandi tele non ancora esposte, e che sarà presentato per la prima volta il prossimo autunno nella sede newyorkese della Skarstedt Gallery.

In questi altri dipinti, assai diversi dagli altri sul piano strutturale, per la prima volta le figure non si trovano in uno spazio chiuso. La scena del quadro è divisa da un taglio verticale creato dalla rappresentazione di un albero sui cui rami c’è quasi sempre un grosso bruco, e da un taglio orizzontale in basso determinato da un secondo pannello che completa l’opera.

Il punto in cui il pannello superiore incontra quello inferiore segna il limite tra quel che sta sopra e quel che sta sotto lo strato superficiale della terra. In questo secondo pannello Salle mostra dunque il mondo sotterraneo in cui l’albero affonda le proprie radici. Nella parte superiore del quadro l’albero, in primo piano, separa i personaggi femminili da quelli maschili raffigurati nello stile e nelle pose tipiche delle vignette di Arno.

Quando ho saputo che questa serie di dipinti è intitolata The Tree of Life mi sono chiesto come mai Salle avesse deciso di chiamarli in quel modo, nonostante la presenza di un uomo e di una donna divisi da un albero con un grande bruco sui rami crei un’associazione immediata con Adamo ed Eva e con l’Albero della Conoscenza del libro della Genesi.

«Queste antiche storie bibliche» chiarisce ancora Salle, «sono appunto storie, immagini, ricordi culturali che fluttuano sullo sfondo. Il bruco è solo una complicazione narrativa. Non si tratta di una storia, ma di storie sovrapposte. Se in alcuni dipinti le figure possono richiamare Adamo ed Eva per via dell’albero, in altri emerge di più una qualità da soap opera. Questo ovviamente non dipende solo dai soggetti, ma dal modo in cui le immagini sono dipinte».

Per quanto sul piano linguistico i dipinti che appartengono a questo nuovo ciclo siano inequivocabilmente riconducibili al linguaggio di Salle, vi è in essi un piccolo ma a mio avviso significativo spostamento. Quello che li rende in qualche modo sorprendenti è il fatto che lasciano affiorare per la prima volta nella produzione di Salle una struttura narrativa, seppure non esplicita, che indirettamente l’artista conferma dicendomi: «Con l’età sono diventato meno rigido riguardo a certe cose. La narrazione non mi turba più adesso».

Le figure di Arno

Per quanto caratterizzanti siano le figure di Arno, Salle non attribuisce loro un ruolo primario, le considera elementi figurativi che contribuiscono alla creazione di un insieme, in cui ogni singola parte ha uguale importanza. «Nel caso di Arno» mi dice, «il mondo delle vignette si può adattare al mondo della pittura grazie alla sua attenzione per i valori tonali: per il modo in cui usa la scala di grigio, per il rapporto di luci e ombre, e così via. Non è stato solo un vignettista, ma un artista sofisticato che lavorava nel campo del fumetto».

Inevitabilmente, però, nella serie The Tree of Life la connotazione delle figure di Arno, per quanto frammentate, ritagliate e ricombinate, per il posto che occupano sulla tela trascinano con sé il proprio contenuto. Integrata nella scena del quadro, la loro presenza sposta comunque qualcosa nella dinamica dell’intreccio delle micronarrazioni sovrapposte. Un ulteriore salto è dato dalla giustapposizione del mondo che vediamo, e che conosciamo, e del mondo normalmente nascosto, sotterraneo. Nel mostrarci l’albero e le sue radici immerse nella terra, Salle esprime in chiave metaforica il concetto che l’arte si nutre di tutto ciò che si è stratificato nel tempo.

Tra le tante cose da cui le radici attingono nutrimento troviamo anche frammenti di opere d’arte: volti cubisti, facce picassiane, figure alla Dubuffet, un nudo disteso, pennellate che non definiscono immagini ma che rappresentano se stesse, segni che richiamano la scrittura automatica di Masson, grovigli che riportano alla mente il dripping di Pollock e sgocciolature che richiamano quelle di De Kooning. Compressi sotto la superficie, nascosti all’occhio, come sepolti nell’inconscio, l’essenziale e il superfluo convivono a testimonianza di quanto l’uno sia necessario all’esistenza dell’altro.

Questi lavori rimarcano che così come l’arte nutre l’arte, nutre anche la vita, che è a sua volta nutrita da tante altre cose, e tra queste anche quelle che consideriamo scarti. È questo il senso della parte inferiore del quadro, quella in cui affondano le radici dell’albero, che è insieme albero della vita e albero dell’arte. Salle ha dato così una forma credibile a un’idea semplice, rendendola potente.

Oltre a essere uno dei più importanti pittori contemporanei, Salle è anche un apprezzato saggista. La sua raccolta di scritti sull’arte dal titolo How to see, pubblicata nel 2016 da W. W. Norton & Company, offre una bella lezione su cosa vuol dire trovare il linguaggio giusto per esprimere la complessità dell’interazione tra arte e sguardo.

Dal 2016 Salle scrive in esclusiva per il prestigioso The New York Review of Books, sul quale recensisce le mostre che maggiormente lo interessano con un linguaggio piano, diretto e con uno sguardo da artista.

«È un esercizio di empatia radicale» mi dice, «ma mi interessa anche la scrittura in sé. Penso che alzare il livello della prosa migliori anche il pensiero». E anche il modo di vedere i propri stessi dipinti, aggiungerei. Un vantaggio non da poco.

 

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