La storia quasi bimillenaria di questo cristianesimo orientale riemerge in tutto il suo splendore e in tutta la sua complessità in un libro (L’arte dei cristiani d’Oriente, Einaudi) scritto con rigore dalla storica francese di origine libanese Raphaëlle Ziadé e realizzato in un’accurata e magnifica veste editoriale
Il cristianesimo ha segnato e caratterizza tuttora nel profondo le società occidentali, ma le sue origini – radicate nell’ebraismo con un legame indissolubile – sono orientali. È una storia quasi sconosciuta, che si è svolta in regioni dove i cristiani oggi rischiano di sparire, per secoli protagonisti di vicende drammatiche. A ricostruirle, un trentennio fa, è stato un diplomatico francese in un libro firmato con uno pseudonimo (Jean-Pierre Valognes, Vie et mort des chrétiens d’Orient, Fayard): quasi mille pagine divenute un testo di riferimento.
Di queste minoranze l’autore ammira «l’intelligenza, il coraggio e la tenacia» e si rallegra che l’esodo forzato dei cristiani dalle antiche terre d’origine – benché duro e doloroso – arricchisca «il mondo occidentale con le loro immense possibilità». Grazie a tradizioni antichissime ma vive, anche quando sono trapiantate in paesi occidentali, dall’Europa all’America.
Lo ha raccontato in modo avvincente un altro diplomatico, Gerard Russell (Regni dimenticati. Viaggio nelle religioni minacciate del Medio Oriente, Adelphi), che alla fine della sua ricerca sente in un supermercato di Detroit un’impiegata parlare a un cliente in una lingua che gli sembra orientale: è l’aramaico, «la lingua di Cristo» udita nel grande magazzino «tra i succhi di frutta sintetici e la musichina di sottofondo».
Ora la storia quasi bimillenaria di questo cristianesimo orientale riemerge in tutto il suo splendore e in tutta la sua complessità in un libro (L’arte dei cristiani d’Oriente, Einaudi) scritto con rigore dalla storica francese di origine libanese Raphaëlle Ziadé e realizzato in un’accurata e magnifica veste editoriale. Con l’aiuto di seicento immagini, quasi tutte mai viste. Di dipinti, icone, avori, legni intagliati, tessuti preziosi, oggetti liturgici, miniature, manoscritti e libri stampati, in alfabeti che sembrano ricami: illustrazioni che costellano e accompagnano con i loro colori diciotto secoli di vicende «dall’Eufrate al Nilo».
Dalla Siria a Parigi
Le vicende narrate nel libro sono fitte di sorprese. Con un inizio a effetto nella Siria tardoantica: gli affreschi di una sinagoga e di una chiesa dipinti nella prima metà del III secolo a Dura Europos. Fino ad arrivare a un’icona dell’artista serbo Nikola Sarić dedicata ai martiri di Libia – i ventuno operai copti sgozzati nel 2015 da terroristi islamici – che vengono accolti da Cristo, opera d’arte acquisita nel 2019 dal museo parigino del Petit Palais.
Un altro «cristiano d’Oriente, esiliato e in seguito assimilato», l’avvocato parigino Jean-Luc Elhoueiss firma la prefazione e ricorda che in questa regione, dopo il Neolitico, si sono «costituite le prime organizzazioni economiche, amministrative, sociali e religiose». Qui sono poi «nate le grandi religioni monoteiste, e tra queste il cristianesimo, che solo in seguito si è diffuso nel mondo occidentale» sottolinea con orgoglio: una punta di enfasi alla quale vanno concesse le attenuanti dell’obiettiva dimenticanza di queste origini nella cultura contemporanea.
Ziadé, responsabile delle collezioni bizantine del Petit Palais, traccia con mano sicura il quadro storico generale e ricorda il rapido sviluppo di questa «religione orientale» in buona parte dell’impero romano, dove «nel III secolo Siria ed Egitto sono tra le regioni più cristianizzate». Nel 313, quando viene varata la politica di tolleranza dopo la persecuzione dioclezianea, si stima che «i cristiani rappresentassero il venti per cento della popolazione egiziana; un secolo più tardi ne costituivano l’ottanta per cento».
Divisioni etniche, politiche e religiose
La storia dei cristianesimi orientali è una vicenda di divisioni, etniche, politiche e religiose, ma anche di ricchezze dovute alla loro varietà. Come ha immaginato lo scrittore Juan Perucho ambientando nella Siria del V secolo la storia di un «cavaliere bizantino» che incontra Simeone Stilita, il popolarissimo santo cristiano: «Sua madre lo crebbe nell’amore a Cristo e Kosmas nei pomeriggi, dopo aver giocato, se ne stava incantato ad ascoltare dalla sua vecchia balia la vita e le imprese degli Apostoli, quegli uomini impetuosi ed ebbri di Dio. Kosmas era molto portato allo studio e presto imparò a leggere in copto e in siriaco».
Durante la dominazione romana e soprattutto quella bizantina le divisioni dottrinali tra i cristiani li indeboliscono. Così, «dopo le invasioni arabo-musulmane e, successivamente, le conquiste turche» fino al costituirsi dell’impero ottomano, il cristianesimo orientale «si è ridotto a una religione di dhimmi, lo statuto giuridico attribuito alle minoranze nei paesi che seguono il diritto musulmano».
I cristiani del Vicino e Medio Oriente, grazie a stretti legami con il mondo occidentale, sono anche «tramiti fra Oriente e Occidente» afferma Ziadé. Ma, in una regione segnata dall’instabilità politica e da guerre, «devono fronteggiare un calo demografico dovuto all’esilio», al punto da far temere la loro scomparsa «proprio da quei Paesi che li hanno visti nascere».
La bizantinista aggiunge che «l’importanza del loro patrimonio artistico resta ancora in larga parte insospettata». E il suo libro lo conferma in pieno, rivelandosi una vera novità.
Dura Europos
In questa storia dell’arte quasi ignota che abbraccia una regione vastissima dal Caucaso fino al Sudan e all’Etiopia, tutto comincia nel deserto della Siria, a Dura Europos, città fondata dai macedoni e nell’anno 165 divenuta avamposto romano. Pochi anni prima dell’arrivo dei sasanidi che deportano la popolazione, nel 231 una chiesa cristiana in una casa privata (domus ecclesiae) e poi tra il 244 e il 245 una sinagoga della città vengono entrambe affrescate, anche con figure umane. Che si ritrovano negli edifici pagani dedicati al culto di una divinità solare e a quello di Mitra.
Proprio la sinagoga «presenta il più vasto insieme di pitture murali dell’epoca romana» oggi conosciute e che raffigurano storie bibliche: da Abramo a Mosè, fino al regno di Davide e alla visione profetica di Ezechiele della resurrezione dei morti. Nella chiesa cristiana invece vengono rappresentati Adamo ed Eva, Davide e Golia, alcuni miracoli di Gesù, il suo incontro con la donna samaritana, le donne portatrici di aromi al sepolcro di Cristo: le «mirofore» della tradizione orientale.
Ma su Dura Europos si deposita la polvere spessa del tempo. Finché nel 1920 una guarnigione inglese disseppellisce casualmente un frammento di muro dipinto della sinagoga. Iniziano così nel 1922 gli scavi, condotti fino al 1937 dall’università di Yale e dall’Académie des inscriptions et belles lettres, diretti inizialmente da Franz Cumont e poi da Michail Rostovcev. I risultati sono clamorosi e costringono a rivedere le teorie sul ripudio ebraico delle immagini, mettendo in luce una sorta di sensibilità iconografica comune tra ebrei, cristiani e pagani.
Il racconto di Ziadé ripercorre la «topografia sacra» della Palestina, che dall’età costantiniana – e dal viaggio di Elena, la madre dell’imperatore – diviene la «terra santa» cristiana. Luoghi rappresentati negli stupefacenti mosaici bizantini di Madaba, che comprendono il memoriale di Mosè sul monte Nebo e il monastero di Santa Caterina sul Sinai fondato dall’imperatore Giustiniano.
Anche nella parte settentrionale dell’attuale Arabia saudita esisteva probabilmente fino al IX secolo una presenza cristiana. In un manoscritto persiano del 1314 una miniatura raffigura un momento della leggenda secondo la quale il giovane Maometto viene riconosciuto – e istruito – dal monaco siriaco eretico Sergio Bahira. Storicamente la letteratura araba cristiana nasce proprio tra l’VIII e il IX secolo, quando vengono trascritti i più antichi manoscritti: nell’859 i vangeli e nell’867 i Salmi, da sempre il testo biblico più diffuso, cantato e pregato.
Migliaia sono i manoscritti cristiani conservati nelle lingue orientali. Poi a partire dal XVI secolo questi testi vanno in stampa: nelle edizioni poliglotte della Bibbia – dalla Spagna alle Fiandre, sino alla Francia e all’Inghilterra – e in altri autentici capolavori tipografici. Proprio le «arti del libro» sono comprese intelligentemente da Ziadé. Che arriva fino a narrare le distruzioni e i furti causati dalle guerre degli ultimi decenni in tutto il Vicino e Medio Oriente, ma poi anche i recuperi e i restauri di un patrimonio artistico e culturale inestimabile, a rischio ma che resta vitale.
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