Alla fine degli anni Ottanta, ancora noto soprattutto per le sue leggendarie recite con la Royal Shakespeare Company, un Patrick Stewart sull’orlo dei cinquant’anni decide di prestare le sue doti formidabili al nuovo ciclo della più celebre serie fantascientifica del secolo che volge al termine: Star Trek. Non la conosce granché, e si vede: magnifico e pelato, vi recita la parte del capitano Jean-Luc Picard come fosse sul palco dell’Old Vic, o in uno di quei blasonatissimi sceneggiati BBC di un tempo.

È un vero alieno, insomma, nel format hollywoodiano sugli alieni, che rende così ancora più iconico. Un eroe meditabondo di mezz’età, ordinato e ordinario, senza particolari risorse fisiche, con l’accento e le maniere di un Amleto psicologicamente risolto al timone dell’astronave intergalattica: un ideale condottiero esploratore (autorevole ma soffice, marziale ma appassionato di archeologia e di flauto) per la società del Ventiquattresimo secolo che abita la nave spaziale Enterprise, nel cui organico di alto rango figurano anche una psicologa neuro-divergente, un ingegnere cieco afroamericano, e un androide che, quando decide di figliare costruendosi una discendente artificiale, le fa scegliere da sé, prima di tutto, il proprio sesso.

D’altronde, sui ponti dell’astronave, si indossano tute prive di connotati di genere – a parte certi maschi che, almeno nei primi episodi, si aggirano in abito lungo o in gonnella – e diverse specie aliene della galassia non hanno proprio sesso, o ne hanno più di due, o mostrano caratteri sessuali irriducibili ai “maschile” e “femminile” della nostra ormai antica umanità. L’episodio forse più straordinario di questo classico televisivo, vecchio di un quarto di secolo e tuttavia così odierno, è il secondo della quinta stagione. Si intitola Darmok ed è andato in onda nel settembre del 1991.

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Figuralità fantascientifica

Come non mi stanco di ripetere in ogni dove, nello Star Trek originario (quello con Spock e il capitano Kirk) il personale di bordo includeva una filologa. La nuova Enterprise capitanata da Picard invece ne è sprovvista, ed è dunque Data, l’androide dagli occhi gialli e la perlacea pelle sintetica, a occuparsi principalmente delle interazioni linguistiche – durante il suo lungo servizio nella flotta stellare ha infatti interagito, ci informa, con 1764 specie non-umane.

Nemmeno il suo cervello positronico può però decifrare le comunicazioni degli enigmatici alieni noti come Figli di Tama quando entrano in contatto con la ciurma nel sistema di El-Adrel. Sebbene infatti il programma di traduzione simultanea sia in grado di convertire ognuna delle loro parole in equivalenti termini in lingua standard (cioè in inglese, universale com’è universalmente parlato, da umani e non-umani, il fiorentino aureo nell’Orlando furioso, o il latino imperiale nelle Metamorfosi) è proprio la natura dell’idioma dei Figli di Tama a non corrispondere alla struttura di tutte le altre parlate della galassia.

Questi particolari alieni un po’ paonazzi, col naso di lucertola e il cranio rugoso, ragionano in una lingua altamente figurata, e dunque radicata profondamente in un’esperienza della realtà e in un folklore specifici del loro pianeta e della loro cultura. Ricorrono ad antonomasie, metafore e altre figure retoriche: dicono ad esempio «gli occhi denudati» per intendere «ho capito», «vedo», oppure citano il loro leggendario eroe Shaka, vittima di un assedio tragicamente riuscito, per esprimere frustrazione nei confronti di un fallimento.

La frase principale che ripetono a un Patrick Stewart intensissimo e in stato di grazia è «Damrok e Jalad a Tanagra», con l’aggiunta «sull’oceano». Visto che pronunciano queste parole offrendo un coltello, il capitano crede a lungo che consistano in una dichiarazione di ostilità. Nella loro lingua però quella combinazione appena grammaticale condensa un ricco apologo mitologico di collaborazione tra estranei (Damrok e Jalad appunto) contro un nemico comune, e l’idea di intraprendere insieme un viaggio su metaforiche onde oceaniche.

Dopo innumerevoli tentativi di interpretazione, Picard trova infine un terreno di contatto cominciando a condividere brani di mitologia e retorica terrestre. In un commovente picco lirico di televisione racconta ai suoi interlocutori di Gilgamesh e di Enkidu a Uruk, riconosce le loro figure e ne adotta di equivalenti, stabilisce finalmente un raccordo filologico comparativo che gli permette di allearsi con loro per sgominare il nemico comune, effettivamente in agguato.

La poesia e la trap

L’alto tasso di figuralità della lingua di quei peculiari alieni di Star Trek mi fa pensare alla consuetudine con le figure retoriche che la poesia narrativa tende a sviluppare nel nostro orecchio quando leggiamo poemi lunghi e magari appassionanti.

Automaticamente riconosciamo “il legno” come “la nave”, senza dover ragionare sul fatto che si tratta di una metonimia (e cioè di un piccolo artificio che sostituisce un oggetto col suo materiale). Non ci distrae la necessaria interruzione di trama che lascia spazio alle immagini illuminanti delle similitudini – che per esempio, nella Divina commedia, a volte occupano tre o quattro terzine, rimbalzandoci dall’Inferno a una vallata campagnola piena di lucciole o dai vertici del Paradiso dentro a una tinozza in cui gocciola dell’acqua.

Simili immersioni in un idioletto figurale si esperiscono anche ascoltando l’hip hop, con le onomatopee della trap che i Boomer scambiano per versacci senza senso e alludono invece a certe automobili e specifici gioielli. «Non puoi parlare dei miei contenuti fra / non hai l’età» canta Sfera Ebbasta in sincopata metrica ossitona, ed è vero: se non sai che «sciroppo all’amarena», «sprite» e «makatussin» hanno a che fare con una sostanza stupefacente sviluppata artigianalmente nel Texas degli anni Novanta, e che quella sostanza è recentemente diventata popolare tra Italia e Svizzera grazie alla mitologia della musica trap appunto, come fai a decifrare un verso come «Moda, droga, rosa la mia soda»?

Come Picard deve entrare nell’immaginario dei Figli di Tama per capirli, come noialtri in terza liceo dobbiamo figurarci un villanello di sette secoli fa per leggere Dante, così il pubblico di Sfera deve compiere uno sforzo filologico per sciogliere le sue cifre linguistiche.

La maglia e il maglio

Le parole stesse, tuttavia, racchiudono spesso un certo quoziente di poesia che, con l’uso, abbiamo scordato. Voglio dire che a volte, anche prese da sole, significano quel che significano non per caso ma per analogia, o per metafora, o per metonimia e antonomasia, proprio come quelle degli alieni di Star Trek.

Sfera si vanta, in UHLALA, «la mia maglia è sempre nuova», e in Baby canta «lancio via la maglia» quando è finalmente solo con l’eponima protagonista. Firma maglie con Nike e D&G, vende sul suo sito maglie a tiratura limitata col suo emblema, che combina il glifo del dollaro con quello dell’euro. Ecco, “maglia” è un lemma che, di per sé, non vuol dire necessariamente quell’oggetto lì. O meglio, lo identifica per estensione, riferendosi più precisamente, come ci informa il Grande Dizionario della Lingua Italiana di Salvatore Battaglia, a un intreccio di anelli, di nodi – cioè a un tessuto.

Imparentata etimologicamente con la parola occitana che, dal latino “macula”, dà anche “macchia” (tanto che Francesco Zambaldi, cent’anni fa, associava il suo significato all’intrico di una macchia vegetale, di una foresta costiera), “maglia” vuol dire “foro”, “buco nell’omogenità di un tessuto” solo in senso, appunto, figurato.

Altrettanto figurativa è la storia del suo apparente maschile, “maglio”, parola assai meno comune. Identifica certi grossi martelli, di legno o di metallo, con cui i fabbri forgiavano spade e i bovari ammazzavano i tori – se Marvel avesse il coraggio di rubare un titolo a D’Annunzio dovrebbe distribuire il nuovo, bellissimo film di Thor, in cui il martellone vichingo Mjölnir si prende una cotta per Natalie Portman e trasforma anche lei in supereroe, con il titolo italiano Le faville del maglio. Ebbene, “maglio” deriva da una parola che nella bassa latinità era associata alla mano stretta in un pugno, a sua volta originata probabilmente da una radice indoeuropea per “distruggere”, “sfasciare”.

Doppio salto figurale dunque: dall’azione al gesto, dal gesto allo strumento. Chissà se diremmo “maglio” invece di “maglione”, risparmiando una sillaba, qualora quel martello da supereroe non avesse trovato la sua strada etimologica fino a somigliare – tranne che per il genere – alla metaforica parola che trasforma al femminile una macchia in un nodo, e un nodo in una rete, e una rete nel capo che Sfera si sfila e ricompra sempre nuovo. È una galassia (una macchia?) davvero intricata quella della lingua, meno familiare (e più intrinsecamente inclusiva) di quanto non la facciamo.

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