È arrivato settembre e con lui l’ennesima occasione per fare dei buoni propositi e rimanere delusi da noi stessi. È risaputo, infatti, che settembre è il capodanno degli adulti, o almeno di quelli che hanno un lavoro: insieme alla pelle abbronzata si squama anche il ricordo dell’estate e mentre piangiamo in una vasca da bagno come in quella vecchia pubblicità della Costa Crociere e ci chiediamo cosa diamine avevamo in mente quando ci siamo fatti quelle stupide treccine ai capelli, l’unico pensiero positivo a cui riusciamo ad aggrapparci è quello di un nuovo inizio, di una nuova vita in cui saremo persone migliori.

Mangeremo meglio, ci sveglieremo prima, faremo controllare quel bubbone misterioso che ci terrorizza da mesi, ci iscriveremo in palestra e ci andremo davvero. Siamo carichi di buone intenzioni, nelle narici sentiamo ancora il profumo della cancelleria nuova di quando compravamo i quaderni prima di tornare a scuola, anche se non scriviamo niente a mano da anni e ogni tanto ripassiamo mentalmente la grafia delle lettere in corsivo, realizzando che con ogni probabilità, almeno da questo punto di vista, siamo regrediti alla seconda elementare.

Con settembre finiscono anche le cene e gli aperitivi e le rimpatriate, e finalmente si esauriscono i racconti delle vacanze. Uso questo spazio per annunciare che l’unica cosa che mi annoia più di sentire gli aneddoti dei viaggi altrui è essere costretta a raccontare i miei: ripetere venticinque volte a venticinque persone diverse le stesse cazzate su quanto è buono il sushi in Giappone e la volta che abbiamo visto un orso e quanto sono strani i giapponesi e i distributori di mutande usate e di come ho quasi perso l’aereo a Shanghai per andare a comprare un panino da Starbucks piuttosto che subire per 13 ore i menù di China Eastern Airlines (il pesce con le verdure dell’andata infesta ancora i miei incubi, come il suo inconfondibile puzzo di pattume lasciato al sole di agosto).

Valorizziamo

Credo che dovremmo abbracciare questi tempi di profondo e patologico individualismo e imparare ad apprezzarne i vantaggi: nessuno organizza più le serate per mostrare agli amici le diapositive del Safari in Africa. Ora c’è Instagram, dove ognuno può mostrare immagini selezionate e più o meno esaustive della propria esperienza, e gli altri possono decidere se soffermarsi a leggere la didascalia (che nel novanta percento dei casi finisce con #wanderlust) o saltare a piè pari le centinaia di scatti di albe sul monte Bromo e mongolfiere in Cappadocia.

Niente racconti di viaggio oggi, dunque, con buona pace di Bruce Chatwin e di mio padre che mi regalò la mia prima Moleskine a undici anni, quando più che scrivere incollavo pezzi di qualsiasi cosa su una Smemoranda che alla fine dell’anno avrebbe raggiunto il peso specifico dell’uranio e il volume di uno spartitraffico. Approfitto invece di questo primo articolo di settembre per svolgere una piccola opera di bene, oserei dire di servizio pubblico, offrendo alcune indicazioni pratiche, che potranno tornare utili per la prossima estate: un breve manuale di sopravvivenza ai viaggi con altre coppie.

Regole

Regola numero 1: il navigatore non deve mai essere il partner della persona alla guida del veicolo. È un’idea tanto semplice quanto risolutiva e una buona pratica per evitare che la macchina in cui viaggiate si trasformi in Chi ha paura di Virginia Woolf?.

Regola numero 2: non parlare di figli, reali o ipotetici. Niente riaccende malumori sotterrati come il confronto con altre coppie su temi troppo delicati per essere discussi ubriachi di Ouzo con i piedi nudi nella sabbia. Per affrontare certi argomenti è bene quantomeno indossare le scarpe.

Regola numero 3: separare i sessi. Ogni tanto, nel corso di una vacanza, è bene ritagliarsi un po’ di tempo per stare tra simili (che può significare tra uomini e tra donne, ma anche tra persone che amano gli sport estremi contro quelle che prediligono una birra al tramonto), per dare a tutti l’occasione di ventilare.

Ricordo spesso un giorno all’Elba in cui io e altre due ce ne andammo in paese per una sera, parlando ininterrottamente per un’ora e tre quarti e risolvendo nel frattempo una serie di crisi diplomatiche e conflitti internazionali, per poi tornare dai nostri uomini che fissavano scorati l’orizzonte dopo aver bucato il pallone con cui si erano intrattenuti in nostra assenza, prima che finisse in un cespuglio di rovi.

Regola numero 4: essere sempre sazi. La fame rende nervosi, soprattutto quando si è in più di due e si fatica a trovare la quadra per l’aria condizionata da mantenere negli ambienti condivisi (sempre la macchina, terreno scivolosissimo e principale causa di divorzio in Italia).

Regola numero 5: litigare in privato. Nessuno vuole assistere a Scene da un matrimonio, a meno che non sia diretto da Bergman.

Per il resto ricordatevi solo che le collanine di conchiglie non stanno bene su niente e che a settembre il tatuaggio all’henné sembrerà solo sporco. E con questo finisce il mio vademecum, auguro a tutti un felice anno nuovo.

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