Nell’esposizione milanese l’artista e musicista noise intreccia il dato visivo e quello sonoro contro l’orrore normalizzato. Una forma di protesta contro i detentori di potere, che sembrano gli unici a non rispettare nessuna autorità morale
Oltrepassata la tenda nera che consente di varcare la soglia del Pac di Milano la prima cosa che ci si trova di fronte è uno scatto in cui Marco Fusinato, artista e musicista noise, ha congelato il sottotitolo di un frame dal film Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini. Il testo recita «Infatti la sola vera anarchia è quella del potere», una frase enigmatica estrapolata da un dialogo più articolato e il cui senso potrebbe essere dibattuto a lungo; nella sua traduzione in inglese, «The Only True Anarchy Is That Of Power», questa proposizione dà il titolo alla personale dell’artista (visitabile fino al 7 giugno).
Partendo dalla fine, le opere esposte al primo piano testimoniano una pratica che intreccia arte e musica in modo permanente. Salendo le scale s’incontrano infatti i disegni di Fusinato basati su partiture d’avanguardia di compositori come Cornelius Cardew, Carlos Cruz de Castro, Iannis Xenakis e molti altri. Nella project room invece sono esposti i suoi vinili in formato LP, sulle cui copertine sono sempre riprodotte un’immagine tratta dalla storia dell’arte e una ripresa dai mass media. In particolare quella di The Horizon is a Razor, ideato per questa mostra, raffigura sul fronte il dipinto Incendio di un porto di mare di Francesco Fidanza, conservato a pochi passi da lì presso la GAM di Milano, e sul retro un ritaglio di giornale in cui esseri umani e avvoltoi sono alla ricerca di cibo.
Suono e immagine
Al centro dell’intero percorso espositivo però si trova Desastres, progetto che Fusinato aveva proposto per la prima volta nel 2022 all’interno del padiglione dell’Australia nell’ambito della 59ma Biennale d’arte di Venezia. L’installazione, ora esposta in una nuova configurazione, intreccia dato visivo e sonoro affollando lo spazio espositivo con un avvicendamento d’immagini, proiettate su uno schermo enorme, accompagnate da altrettante successioni di blocchi audio. Ciò che è straordinario in questo progetto è il fatto che l’artista è quotidianamente presente in mostra e per ben due ore, dalle 17 alle 19, attiva personalmente l’installazione davanti ai visitatori con una performance.
Attraverso un dispositivo appositamente ideato e grazie a un pedale, alla chitarra elettrica e ad amplificatori di massa, Fusinato attiva sequenze di rumore e sonorità insieme a un flusso d’immagini che scorrono in modo casuale. Queste ultime provengono da un archivio digitale in cui sono confluite fotografie in parte tratte da ricerche online e in parte scattate dall’artista col proprio cellulare.
Questa concatenazione prodotta live viene poi registrata e rimandata in loop il giorno seguente fino all’attivazione successiva, rendendo di fatto l’installazione ogni giorno differente. Un progetto da cui scaturisce anche una riflessione sull’esistenza stessa dell’opera che non è disgiunta dalla presenza fisica e costante dell’artista, il quale, in luogo di offrire il proprio lavoro finito al pubblico, vi resta indissolubilmente legato senza sosta e continua a modificarlo per tutta la durata dell’esposizione.
Immagini riprese dall’alto
Se il ritmo spesso sincopato delle immagini permette solo a tratti di coglierne il sapore e l’atmosfera generale, a fornire maggiori strumenti per una lettura intellettuale, al di là dell’esperienza sensoriale, sono i dipinti serigrafici che si trovano alle pareti delle sale del piano terra.
Queste, realizzate a mano, ripropongono una selezione d’immagini riprese dall’immenso archivio-libreria digitale del progetto. Se osservate con lentezza, queste raffigurazioni permettono di entrare profondamente dentro a questioni politicamente complesse che, sebbene mai esplicitate dall’artista, non possono essere ignorate. Si susseguono: i corpi dei I disastri della guerra di Goya, un’infilata di cadaveri chiusi dentro alle sacche mortuarie in una fossa comune, un cigno esanime mollemente disteso sull’asfalto, uno scarico d’acqua che finisce in un bacino naturale e così via. C’è anche un disegno realizzato dall’artista da bambino che rappresenta aerei da combattimento, elicotteri e carri armati, in un immaginario chiaramente riferito alla guerra.
Un progetto che lascia dietro di sé e dentro di noi molti quesiti, soprattutto in tempi in cui correnti inarrestabili di video e foto sulla distruzione della vita scorrono così velocemente sugli schermi dei nostri smartphone da rischiare di anestetizzarci. Una volta usciti dalla mostra non si riesce a smettere di pensare al senso di queste visioni e se, come ha dichiarato l’artista, le immagini sono uno strumento per conoscere il mondo, ecco che allora c’è un significato che oggi mi sento di attribuire al titolo di questa mostra. In un momento storico orribilmente contrassegnato da genocidi ed ecocidi, sembra che i detentori del potere siano gli unici a non osservare alcuna forma di autorità, nemmeno quella che dovrebbero imporre la morale, l’etica e più in generale il senso di umanità.
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