Mozart era una donna è il titolo di un libretto recente della musicologa Aliette De Laleu, conduttrice di France Musique, il canale pubblico di musica classica. Esce da Odoya e riassume in maniera concisa e brillante trent’anni di ricerche, gender e women’s studies noti fin qui in ambito accademico che hanno rosicchiato il canone bianco/maschile/eurocentrico, riscoprendo vite e opere di musiciste cancellate nei secoli.

«Esisteva effettivamente una Mozart, sua sorella Maria Anna, più grande di cinque anni (...) Era una pianista di eccezionale talento ed era conosciuta in tutta Europa», racconta De Laleu. Avviata del padre al clavicembalo e alle tastiere esattamente come Wolfgang – ma non al violino come pure avrebbe voluto e non ancora strumento da ragazze – Maria Anna ha partecipato nei primi del 1760 alla tournée in cui Leopold Mozart porta i suoi figli prodigio a suonare nelle città europee.

Poi smette, per prepararsi a un matrimonio che sarà celebrato però quindici anni dopo, con un vedovo padre di cinque figli dal quale ne avrà altri tre. Sappiamo che la prima sinfonia composta da Mozart a 8 anni ha avuto l’aiuto determinante della sorella nell’orchestrazione. In una lettera Wolfgang la loda per la composizione di un lied del quale tuttavia si sono perse le tracce, così come nulla è rimasto della musica eventualmente scritta dalla Mozart donna. Il suo caso non è per niente unico.

Maschilismo

Neppure il titolo del libro è soltanto una battuta. Cent’anni fa Virginia Woolf aveva immaginato la storia di Judith, una sorella possibile di Shakespeare che non avendo potuto studiare è costretta a fuggire da un matrimonio combinato, frequenta una compagnia di teatro, resta incinta e si suicida, motivo per cui «non aveva potuto scrivere le opere di Shakespeare». Non basta.

Nel 1974 la compositrice Pauline Oliveros realizza una serie di cartoline, anzi “cartoline-teatro” assieme all’artista Fluxus, Alison Knowles, attraverso le quali interviene con humor provocatorio proprio sulla questione del maschilismo nel canone classico. «Beethoven era una lesbica» si legge in stampatello sulla prima, una foto in bianco e nero della stessa Oliveros (lei sì orgogliosa militante lesbica) che legge un libro all’ombra di una grande cespuglio. Sulla destra dell’inquadratura si riconosce con un po’ d’attenzione qualcosa che assomiglia a un busto di Beethoven, di cui la compositrice copia la piega seriosa delle labbra. Della stessa serie fanno parte le cartoline «Bach era una madre», «Brahms era una prostituta da due lire», «Mozart era una lavandaia nera irlandese».

Si possono vedere con altri materiali e suoni, nella mostra su Pauline Oliveros in corso al Macro di Roma fino ai primi di settembre. Fondatrice con Terry Riley del Tape Center di San Francisco culla della musica elettronica mondiale, fisarmonicista, compositrice, teorica del Deep Listening – l’ascolto profondo a metà tra la meditazione e la decostruzione radicale dello spettacolo musicale (un libretto delle edizioni Timeo lo racconta) – Oliveros si è occupata spesso delle questioni di genere nella musica.

«Perché non ci sono grandi compositrici nella storia della musica?» iniziava un suo articolo sul New York Times del settembre 1970. «Perché ci si fanno tante domande stupide?» era la risposta. Andavano analizzate le condizioni sociali e storiche, continuava, ma del tutto inutile era la condiscendenza verso le «donne compositrici». «Don’t call them Lady composers», ammoniva. Due anni prima in Bye Bye Butterfly, straordinario graffio punk elettronico aveva letteralmente cancellato un disco di Puccini, sommergendolo con del rumore bianco.

I personaggi femminili

Tornando a De Laleu, il libro si unisce a un piccolo filone di storie e biografie che da qualche anno “traduce” gli studi di genere sbarcati da tempo nei dipartimenti di musica e spettacolo anche da noi, e li unisce alla tradizionale fame di aneddoti che ossessiona la critica colta. Così le Note dal silenzio dell’inglese Anna Beer (Edt), Le sorelle di Mozart di Beatrice Venezi (famosa per farsi chiamare “direttore” al maschile e da allora inevitabile simbolo della nostra destra di governo), oppure un recente studio sulle «direttrici d’orchestra nel mondo» della direttrice tedesca Elke Blankenburg, appena tradotto in Italia da Zecchini.

In Mozart era una donna il legame più stretto è soprattutto quello con gli studi francesi. A partire da un libro come L’opera o la sconfitta delle donne della filosofa femminista Catherine Clément, pubblicato nel 1979, piuttosto importante perché «analizzando diverse trame operistiche dimostra fino a che punto i personaggi femminili siano soggetti a sguardo maschile dominante e violento» e perché è stato uno dei primi ad aprire il dibattito su questi temi. Oggi sappiamo cos’è in ballo nelle varie Traviate, Tosca, Aida, Butterfly, Lucia di Lammermor. «L’opera – continua De Laleu – si conclude sempre con un ultimo lamento, un ultimo grido, un ultimo respiro, prima che il sipario cali su un corpo di donna che cade a terra». E siamo già molto vicini a quel genere di notizie che fanno esplodere odi spaventosi (e sospetti) sui social.

De Laleu ricorda di sfuggita una Carmen fiorentina con la regia di Leo Muscato nel 2018 che finiva con una pistola in mano in mano alla gitana e nessuna certezza di morire pugnalata come da libretto perché «non si può applaudire la morte di una donna», spiegava lo stesso regista. Il quale portò a casa una vagonata di fischi avendo oltretutto ambientata l’opera in un moderno campo Rom.

De Laleu, con apprezzabile equilibrio, si limita a chiedere che sia offerta al pubblico «una nuova lettura dei libretti (...) Non è necessario cadere nella demagogia o cercare storie edulcorate (...) a volte un piccolo dettaglio in una possibile messinscena può cambiare tutto». Quando negli anni ’80 il libro della Clément venne tradotto negli Usa – con la prefazione di Susan McClary che è stata una delle inventrici della new musicology – ebbe la preliminare critica che non basta il contenuto del libretto per giudicare un’opera, ma che è nella voce e nella musica che in ultima analisi va cercato il suo senso finale.

“Vittime” del Romanticismo

Quello che gender studies e sociologia possono regalare alla vecchia storia della musica colta, togliendo polvere accumulata nei secoli, non può accantonare la musica, la capacità di saper leggere dentro e dietro le note, le voci, i corpi. Compositrici come la badessa medievale Hildegard Von Bingen che nel frattempo è una vera e propria star new age, la trobairitz Beatrice de Dia, Barbara Strozzi e Élizabeth Jacquet de La Guerre, meravigliose e rare compositrici prebarocche. Il silenzio di Le Sénéchal de Kerkado che ai primi dell’800 manda in scena con successo un’opera a Parigi senza rivelare di essere una ragazza di 19 anni, con la complicità del librettista che non la salva dall’ira del pubblico e degli orchestrali una volta scoperto il trucco, e dalla drastica cacciata dal mondo dell’opera.

Più note di lei le “vittime del Romanticismo”: Clara Schumann, di recente incisa e portata in concerto dalla superstar del pianoforte Beatrice Rana; Fanny Mendelssohn, che bisogna chiamare Hensel col nome del marito pittore, autrice nascosta di alcuni dei lied del fratello Felix; Alma Mahler, per la quale suo marito Gustav andò in analisi da Freud (ma la storia è troppo lunga). Le musiciste che si sono nascoste dietro un nome maschile, quando non dietro dei vestiti da uomo come fece Caroline Wuiet, promettente compositrice protetta da Maria Antonietta mai riuscita ad andare in scena, morta pazza e povera. L’anticanone femminile di De Laleu ci appare come un elenco ormai saldamente in formazione, la cui discografia è già quasi tutta su Spotify.

Negli ultimi vent’anni non solo studiose ma anche numerose cantanti o pianiste hanno rimesso le mani sulle partiture di musiciste dimenticate. Come nel caso di Mel Bonis, nome maschile per Melanie-Helene, pianista autodidatta di famiglia piccolo borghese, ammessa al conservatorio e compagna di corso di Claude Debussy, che dovette però attendere il matrimonio, i figli e la morte del marito, per iniziare davvero a comporre musica. Oggi conserva tutto il languore di un Novecento orientalista e delicato. Un peccato fosse andata perduta.

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